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ELEVATION di Stephen King (recensione)

giugno 19, 2019

ELEVATION di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2019)

traduzione di Luca Briasco – illustrazioni di Mark Edward Geyer

* * *

di Gabriella Rossitto

Rieccoci a Castle Rock. E siamo stranamente sereni, stavolta; l’atmosfera è serena, il cielo terso.
Non dobbiamo guardarci attorno, non dobbiamo smettere di respirare a ogni angolo di strada, non ci sono mostri e vittime, qui. La città che abbiamo imparato a conoscere, che abbiamo visto distrutta e poi risorta, ci accoglie per una nuova storia.
Castle Rock è terra di paura. Ha visto omicidi e mostri, ha nutrito e accolto il Male. Omicidi seriali, cani assassini, la città che esplode come una polveriera… eppure siamo ancora qui, per una storia anomala, se volete, ma con un suo fascino sottile.
Non è la prima volta che accade: non vi siete sentiti a volte in una terra straniera leggendo libri di King “anomali” appunto? Non avete in quei momenti creduto alla storia dei ghostwriter?  Però siamo sicuri che uno scrittore debba rimanere sempre fedele a se stesso, non possa trovare modo di sperimentare e allargare la sua visione?
Ma torniamo alla storia, che va dai primi di ottobre a metà gennaio, di sicuro dopo l’elezione di Trump, e quindi siamo nel presente.
Come afferma King in On Writing, le sue storie si basano su una situazione più che su un meccanismo.

Ciò che desidero è collocare un gruppo di personaggi (forse una coppia; forse un individuo solo) in una certa situazione e vedere come si tolgono d’impaccio.
 
L’innesco che sta alla base della narrazione è quindi, come spesso accade in King, sostenuto dall’e se
E se si perdesse mezzo chilo al giorno, in maniera inspiegabile quanto inesorabile?
E se si perdessero tre centimetri al giorno? E se…

I personaggi minori sono pochi e tratteggiati con semplicità.
BOB ELLIS, medico, ha 74 anni, ed è in pensione da 5.
Sua moglie, MYRA ELLIS, metodista, è impegnata in vari gruppi, è colma di pregiudizi, ma in seguito è costretta a ricredersi.
DEIRDRE McCOMB è una donna orgogliosa, con un’alta opinione di se stessa, molto permalosa
MISSY DONALDSON, sua moglie, è invece timida e dolce.
NORA, ex moglie di Scott, vive in Arizona, a Flagstaff.
Il gatto, BILLY D. CAT, è una presenza affettuosa, ma finirà per l’essere terrorizzato dal cambiamento di Scott.
DUM e DEE, i boxer delle ragazze, costituiscono il pretesto che costringe Scott a incontrarle.

Di Scott Carey, il protagonista, sappiamo invece parecchio.
Ha lo stesso nome del protagonista di Tre millimetri al giorno, di Richard Matheson, fa il designer, ha 42 anni, ha da poco divorziato da Nora.

Scott era un uomo grande e grosso, alto più di un metro e novanta senza scarpe, e con la pancia lievemente sporgente.
Ma sta perdendo peso, mezzo chilo al giorno, senza che il suo aspetto si modifichi.
E conosciamo ogni suo pensiero, ogni sensazione.

Scott rimase per qualche istante immobile sul marciapiede, sentendosi… come? Le emozioni che provava erano così complesse che non esisteva una parola sola per definirle. Umiliato, certo. leggermente divertito, anche. Un po’ seccato. Ma soprattutto, triste.
Ecco, magari così è troppo: non si dovrebbe essere meno espliciti?

I riferimenti riguardanti l’intera opera kinghiana sono disseminati qua e là: la rock band locale si ribattezza Pennywise and the Clowns e subito vediamo il bimbo di It seguire la sua barchetta di carta fino alla bocca dell’inferno.
Viene poi citato in maniera indiretta La scatola dei bottoni di Gwendy, quanda si parla della Scala del Suicidio, crollata alcuni anni prima. Altro omaggio a Matheson e al suo Button, Button, pubblicato in Italia con il titolo Il pulsante (The box è il titolo del film).
In realtà, nel libro suddetto, scritto in collaborazione con Richard Chizmar (ti prego, Stephen, non collaborare più con nessuno), la storia copre un arco temporale di circa dieci anni.
È il 22 agosto 1974 quando Gwendy Peterson arriva in cima alla scala dopo quattrocentocinque gradini che le levano il fiato. Su una panchina siede un tizio con in testa un piccolo ed elegante cappello nero. Dice di chiamarsi Richard Farris (come non notare che le iniziali sono quelle di Randall Flagg?) e le farà un’offerta allettante. È un caso che il libro letto da Farris abbia come titolo L’arcobaleno della gravità? Dopo aver letto Elevation, qualche dubbio affiora.
Il tema del bullismo, ampiamente sviscerato in King, ha qui un ulteriore efficace capitolo, con una Carrie contemporanea che può armare la sua mano (nonostante mi sia sembrata, per il numero delle pagine, il tipo di impaginazione e il prezzo, una sfacciata operazione di marketing). Anche questo libro, se fosse stato un racconto lungo, inserito in un’antologia, non avrebbe suscitato così tante critiche -basta fare un giro nel Web- e noi king-addicted non avremmo avuto niente da ridire.
Ma proseguiamo con i rimandi. Inevitabile pensare a L’occhio del male, con la terribile maledizione lanciata dallo zingaro: Dimagra! Pure William Halleck è un uomo grande e grosso, e pure lui dimagrisce.
William come Scott ha accanto a sé un medico, il dottor Houston, cocainomane e un po’ matto, e come lui riempie le tasche di monetine.
Si vestì, riempì le tasche di tutte le monetine che gli riuscì di trovare…
A parte il dichiarato omaggio a Matheson, aggiungerei quindi l’autocitazione, come a voler immaginare una variazione sul tema, di natura stavolta tutt’altro che orrida.
Infatti non c’è in Elevation quell’atmosfera greve di morte, non c’è il Male.
O meglio c’è, però dissimulato e ambiguo. Non è il male con le zanne di Gaunt in Cose preziose; non ha le fauci, gli occhi rossi e limacciosi di Cujo, non risorge da un cimitero indiano e non ha le mani avide di un padre con la faccia buona. Non è insomma espresso, manifesto, e in tal caso sarebbe più facile combatterlo. È il male dei nostri giorni, la mancanza di fiducia nell’altro, di apertura mentale, l’incapacità di accostarsi alla diversità evitando giudizi preliminari e infondati.
Il vero scandalo è sapere che i tempi non sono maturi per l’accettazione, o quanto meno per la tolleranza, che le preferenze sessuali di adulti liberi e consenzienti possano essere criticate o disprezzate, che non si possa convivere in pace nella differenza. Non dovrebbe essere certo un problema, e se il problema non esistesse non sarebbe necessario parlarne.
Ecco dunque l’accusa di buonismo: il messaggio è troppo esplicito, troppo positivo (la stessa Deirdre storce il naso, accusando Scott di stare dalla parte degli angeli politicamente corretti!).
Abbiamo paura del messaggio: lasciare andare le zavorre del pregiudizio, in fondo è questo il suggerimento, e sembra così semplice da attuare.
Arroccarsi sulle proprie posizioni, convinti di essere dalla parte della ragione, credere di essere infallibili e perciò in dovere di giudicare, condannare persino, simili a un dio poco giusto: è questo il peccato. Possiamo tacciare King di un atteggiamento teso in maniera eccessiva verso il politically correct, ma chi potrebbe dissentire? Non è appunto la correttezza la cura che servirebbe al nostro vivere?

È stato anche detto che non c’è una ragione al dimagrimento di Scott, che in Elevation manca una causa: ma davvero noi Lettori Esigenti, seppure Lettori Fedeli, ci saremmo poi accontentati di una spiegazione meno che geniale?
Nel romanzo di Matheson, la lenta discesa all’inferno inizia con una  nebbiolina che investe Scott sulla barca. Sulle prime non ci viene fornita una spiegazione, in seguito si parla di una
commistione di radiazioni e insetticida: eppure avevamo pensato agli alieni!
Gli studiosi elaborano un’antitossina, che si rivela inefficace; il processo di sottrazione non può essere fermato o invertito.
Se entrambi i protagonisti rifiutano di diventare fenomeni da baraccone, le loro reazioni a tale ineluttabilità sono però differenti.
Lo Scott mathesoniano non vuole accettare quello che gli sta succedendo, non coglie nel rimpicciolire un’opportunità o qualcosa di buono.
In Tre millimetri al giorno registriamo infatti cinquattasette occorrenze per la parola rabbia. Del resto, se vi trovate davanti una vedova nera molto più grande di voi che crede siate la sua cena, dubito possiate essere contenti. Se avete perso tutto, vostra moglie e vostra figlia, l’autostima, un posto nel mondo, non avete molti sentimenti a disposizione a parte la rabbia.
Persino la rabbia era preferibile alla completa negazione dello spirito. La rabbia, al­meno, era una forma di lotta, un tentativo di raggiungere una meta; non era la disfatta, pesante e inconcludente.
Il nostro Scott, al contrario, perde peso, ma non il buonumore: è su di giri, pieno di ottimismo. Non è mai stato così in forma, così solare dai tempi del corteggiamento a Nora.
Ci sarebbe da chiedersi come mai. E la domanda seguente sarebbe: come reagiremmo noi? Forse la perdita di gravità dona identica leggerezza alla mente?
Aveva paura –sarebbe stato stupido il contrario- ma era anche curioso. E qualcos’altro. Felice? Era questo? Forse era una follia, però sì, felice era l’aggettivo giusto. Una cosa era certa: aveva la sensazione di essere stato scelto dal destino.
Questa sensazione di essere unici al mondo, di librarsi sopra tutto e tutti, è la stessa che prova Deirdre quando corre, ecco perché sembra l’unica in grado di capire.

Valutiamo ora l’atteggiamento dei due Scott di fronte alla morte.
Lo Scott Carey di Matheson considera all’inizio il suicidio un’idea vaga e remota, perché strenuamente impegnato nella lotta per la sopravvivenza; a volte ci pensa, ma l’istinto che tende alla vita è molto più forte, la speranza lo protegge.
Quella levità che possiede lo Scott kinghiano, alla fine tocca pure lui, quando la paura finisce. Pur nella consapevolezza della fine incombente, scopre il piacere di essere vivo.
Era questa la parte più straordinaria di quegli istanti meraviglio­si. Era questa la coperta di gioia che gli scaldava i piedi. Sapere che la fine era vicina, e non badarci. Ecco il vero coraggio, il co­raggio assoluto, perché ora non c’era nessuno a compatirlo o a lo­darlo. I suoi sentimenti non dovevano aspettarsi nessun riconosci­mento.
Prima era diverso, adesso se ne rendeva conto. Prima aveva con­tinuato a vivere perché continuava a sperare. È solo la speranza che tiene in vita un mucchio di gente.
Ma adesso, in quell’ora estrema, anche la speranza era svanita. Eppure riusciva a sorridere. Proprio quando aveva perso ogni spe­ranza, aveva trovato la serenità. Sapeva di aver tentato, e non rim­piangeva nulla. E questa era una vittoria completa, perché ottenu­ta su se stesso.
Finita la lotta, ucciso il ragno e con esso il terrore, Scott guarda le stelle, le stesse stelle che l’altro Scott finirà per guardare.
Decentrandoci, uscendo fuori dal consueto, dal rassicurante ordinario, potremmo superare le paure? Sono vincoli, ostacoli anche i parametri costruiti dall’uomo per spiegare la realtà?
Scott si chiede se il peso, come il tempo, non sia solo un costrutto umano:
Le lancette dell’orologio, i numeri sulla bilancia non erano solo dei modi per tentare di misurare forze invisibili che sortivano effetti invisibili? Un debole sforzo per ingabbiare una realtà più grande, che andava oltre ciò che gli umani consideravano una realtà.
Ma vediamo ora come si passa dalla diffidenza all’amicizia.
Il cambiamento avviene se ci si conosce, ecco la lezione. Intolleranza e pregiudizio allignano sull’ignoranza, sulla paura di ciò che sconosciamo.

Le lesbiche sposate sfidano la comunità semplicemente con la loro presenza, ma nessuno, neanche Scott, può dire di conoscerle davvero.
Myra, la moglie del dottore, simboleggia questo cambio di prospettiva: metodista, rigida, intransigente, alla fine modificherà il suo modo di pensare, ma solo dopo aver conosciuto le ragazze.

Deirdre, in perenne atteggiamento di difesa, si trincera dietro un sorrisetto di superiorità:
Era la sua corazza. Probabilmente dietro quel sorriso c’era una persona ferita, oltre che arrabbiata, ma lei aveva deciso che nessuno al mondo dovesse mai accorgersene.
Scott trasforma la propria aggressività in profferta di amicizia, si insinua in questa corazza fino a incrinarla.
Voglio solo che diventiamo buoni vicini.
E, più avanti, precisa a se stesso: mi piacerebbe raddrizzare almeno una cosa prima di morire.
Perché sentirsi triste per una cosa che era impossibile modificare? Perché non sfruttarla, invece?
La Corsa del Tacchino, evento annuale per la cittadina di Castle Rock, si presenta come l’occasione giusta; Scott propone a Deirdre di fare una scommessa.
L’esito della corsa, favorito da Scott, farà rifiorire gli affari del ristorantino delle ragazze, l’Holy Frijole, ma soprattutto  cambierà la percezione dell’intera comunità nei confronti della scomoda coppia.
Missy dirà a Scott, riferendosi a Deirdre: l’hai liberata dal risentimento che provava, e ora può andare avanti a testa alta.
 
imageL’unica nota dissonante che ho trovato riguarda il rapporto di Scott con Nora. Come mai non saluta la moglie, non le fa neanche un’ultima telefonata?
La mia teoria è che ce l’ha ancora con lei: forse hanno divorziato perché lei è un’etilista, oppure si è già da tempo congedato, distanziato da lei.
Quando parla del divorzio all’amico Bob Scott dice:

Ha gettato un’ombra nella mia vita. Ora le cose vanno meglio, io sto meglio, ma l’ombra c’è ancora.

Ci sembra che possa rimpiangere di più il gatto, un amico fidato.

DA QUESTO MOMENTO IN POI, SE NON AVETE LETTO IL LIBRO E NON VOLETE ANTICIPAZIONI, NON PROSEGUITE.

Questo avvertimento è dovuto al fatto che non posso fare a meno di parlare dell’epilogo di Elevation, e se l’avete letto e vi è scappata una piccola lacrima è segno che vi ha raggiunti al cuore.
Affrancarsi dalla gravità vuol dire in qualche modo disancorarsi dalle cose terrene. Abbandonare la propria casa, le cose che ci appartengono, ma soprattutto gli affetti: il gatto, gli amici di vecchia data o appena conosciuti.
Scott può andare sapendo di aver fatto qualcosa, di non aver vissuto invano, di aver cambiato la percezione della gente nei confronti della coppia scomoda. Proprio  Deirdre, la donna dal sorriso falso e tirato, verrà eletta al ruolo di accompagnatore, sarà lei che aiuterà Scott a congedarsi.
Può darsi che io esageri, ma ho visto nella conquistata levità di Scott una concezione dignitosa e facile del fine vita.
Non è la libertà dai vincoli cui tende una visione zen dell’esistenza? L’attaccamento alle cose di questo mondo è un intralcio, impedisce di lasciare, dire addio, andarsene.  Che cosa si perde davvero? Solo dopo aver detto addio a tutto, infatti, dopo essersi liberati da qualsiasi peso, si può affrontare l’oltre senza rimpianti.
Non ci può essere paura della morte se si sono abbandonate tutte le zavorre , gli affetti, gli amori, le cose.
Tutto converge in questo continuo levitare, pensò. Se è questo che si prova morendo, ognuno di noi dovrebbe essere ben lieto di fare il passo estremo.
Scott non si oppone, non lotta vanamente, vive la sua incredibile esperienza fino in fondo, accetta il mistero rinunciando a interpretarlo. Credo non sia insipienza ma saggezza.
La visione orientale della morte differisce da quella occidentale: noi abbiamo paura della morte, ne fuggiamo il pensiero, cerchiamo di proteggere i bambini dall’idea stessa del finire, non contempliamo un evento comunque inevitabile, lo temiamo soltanto.
Così si esprime Osho:
Si dovrebbe accogliere la morte con gioia. La morte accade, a tutti quanti, non la si può evitare. È la sola certezza che abbiamo; quindi accettala, gioiscine, celebrala, godila nella sua pienezza.
Aerei e leggeri si vola più su, sempre più su, senza alcun timore.
Tutti dovrebbero poter vivere un’esperienza come questa, pensò, e forse, quando arrivava la fine, era proprio ciò che accadeva. Forse, al momento di morire, tutti salgono verso l’alto.
Scott non ha paura, dicevamo, Scott sa, e decide di portare con sé un razzo che esplode in scintille colorate per salutare gli amici.
Così dovrebbe essere. E in un mondo migliore forse sarà così.

Se cercate l’horror, qui non lo troverete. Eppure c’è un respiro sospeso per tutta la durata della storia, e paradossalmente l’assenza di una spiegazione risulta funzionale perché, ditemi, quale spiegazione mai sarebbe suonata efficace?
Se volete bere un sorso d’acqua purissima, anziché un complicato intruglio, questo piccolo libro fa per voi: scorre giù velocemente, ma lascia qualche spunto di riflessione e un buon sapore in bocca.

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La scheda del libro: ELEVATION di Stephen King (Sperling & Kupfer, 2019)
traduzione di Luca Briasco – illustrazioni di Mark Edward Geyer

Scott Carey sta percorrendo senza fretta il tratto di strada che lo separa dal suo appuntamento. Si è lasciato alle spalle la casa di Castle Rock, troppo grande e solitaria da quando la moglie se n’è andata, se non fosse per Bill, il gattone pigro che gli tiene compagnia. Non ha fretta, Scott, perché quello che deve raccontare al dottor Bob, amico di una vita, è davvero molto strano e ha paura che il vecchio medico lo prenda per matto. Infatti Scott sta perdendo peso, lo dice la bilancia, ma il suo aspetto non è cambiato di una virgola. Come se la forza di gravità stesse progressivamente dissolvendosi nel suo corpo. Eppure, nonostante la preoccupazione, Scott si sente felice, come non era da molto tempo, tanto euforico da provare a rimettere le cose a posto, a Castle Rock. Tanto, da provare a riaffermare il potere della parola sull’ottusità del pregiudizio. Tanto, da voler dimostrare che l’amicizia è sempre a portata di mano. In un racconto di rara intensità, che è anche un omaggio ai suoi maestri, King si prende la libertà, più che legittima, di dare una possibile risposta alle tristi derive del nostro tempo.

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Stephen KingSTEPHEN KING vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie sono bestseller che hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. Accanto ai grandi film, innumerevoli gli adattamenti televisivi tratti dalle sue opere. King, oggi seguitissimo anche sui social media, è stato insignito della National Medal of Arts dal presidente Barack Obama.

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