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SU MICHAEL JACKSON di Margo Jefferson (un estratto)

giugno 25, 2019

SU MICHAEL JACKSON di Margo Jefferson (66th and 2nd – traduzione di Sara Antonelli)

Dieci anni fa, il 25 giugno 2009, moriva Michael Jackson. Per ricordarlo pubblichiamo un estratto del volume di Margo Jefferson intitolato “Su Michael Jackson”, pubblicato da 66th and 2nd

Un artista geniale, un provocatore, un’icona, un enigma dei nostri tempi. Un talento capace fin da bambino di mescolare generi e stili, di reinventarsi sul palco e nella vita, accogliendo in sé l’essenza di altri personaggi, di miti e modelli immaginari: Diana Ross e Elvis Presley, Elizabeth Taylor e James Brown, Edgar Allan Poe e Peter Pan. Ma chi era davvero Michael Jackson? E cosa lega la sua ascesa spettacolare e la sua caduta rovinosa a coloro che lo hanno creato, amato o ferito? 66thand2nd propone per la prima volta in Italia questo studio affascinante di Margo Jefferson, che sonda fin nei suoi recessi più intimi l’anima tormentata del Re del Pop: dai Jackson Five alla Motown, da Thriller alle raccapriccianti trasformazioni fisiche, fino al processo per abusi sessuali e alle ultime, scioccanti rivelazioni.

 * * *

Estratto da “Su Michael Jackson” di Margo Jefferson (66th and 2nd – pagg. 23/28)

FREAKS

(…)

Michael Jackson era un lettore appassionato dell’autobiografia
di Barnum (almeno di una delle otto versioni) e
ne regalava sempre una copia ai membri del suo staff, dichiarando:
«Voglio che la mia carriera sia il più grande
spettacolo al mondo». In questo modo diventò sia il produttore
sia il prodotto. L’impresario di sé stesso. Chi di noi
non ricorda almeno una delle trovate che seguirono? Michael
che dorme in una camera iperbarica come un giovane
faraone nella tomba o come una dolce Biancaneve nella
bara di vetro. Era ossessionato da Elephant Man: diceva di
aver visto il film trentacinque volte, e mai una volta che
non avesse pianto fino alla fine! Fece diversi tentativi, e offrì
milioni di dollari, per comprare le sue ossa dal British
Museum. È apparso in pubblico con una mascherina chirurgica:
avrebbe potuto tranquillamente recitare la parte
del dottore in un vecchio film horror, del tizio che incombe
sul cattivo o sull’uomo sfortunato che sta per farsi cambiare
per sempre l’identità e il destino. Poi lo vediamo senza
la mascherina, sul palco, a una premiazione, in tribunale,
e ci rendiamo conto che quell’uomo è proprio lui.
È una conglomerata composta da una sola persona e di
portata globale: i suoi dischi e i suoi video, il catalogo dei
Beatles, le pubblicità della Pepsi, i tour mondiali. È stato
transnazionale. Ha ribadito la sua supremazia un video dopo
l’altro. «If you wanna be my baby / don’t matter if you’re
black or white». Se vuoi ballare con me, non importa se sei
indiano, russo, africano o nativo americano. Puoi trasformarti
in qualunque cosa (da eschimese bassotto a giovane
americano bianco palestrato dai capelli lisci color biondo
miele; da giovane americano a esile ragazza con la pelle
scura e i capelli neri e ricci); puoi essere di qualunque età,
razza o genere sessuale. L’idealismo globale è tutt’uno con
il mercato globale. Se vuoi comprare i miei dischi, non importa
chi o cosa sei né da dove vieni.
I pezzi da museo, le curiosità etnologiche e le attrazioni
circensi di Barnum hanno fatto da apripista ai nostri talk
show pomeridiani. La differenza tra prima e adesso? I freaks
di Barnum dovevano essere scherzi della natura, fuori dalla
Norma. I nostri sono spacciati come freaks per la vita che
conducono. La psicologia e la sociologia hanno un ruolo
rilevante quanto la biologia; è questo lo scopo di quelle
lunghe interviste-confessione davanti al conduttore o delle
animate discussioni con il pubblico. Gli show serali come
Fear Factor sono spettacoli di contorno. Mangiare panini
alla lumaca o buttarsi nelle cisterne a chiusura ermetica
trasformano i vecchi trucchi da luna park (ingoiare spade,
strappare la testa di una gallina con un morso) in buffonate
per la classe media. La gente comune asseconda i propri
capricci e si guadagna una fetta di celebrità. Il ruolo assegnato
alla finzione e all’appagamento aumenta in modo
esponenziale: questa settimana firmi contratti che si meritano
la considerazione di Donald Trump; sei «l’uomo
qualunque» scelto da una donna desiderabile che per avere
te ignora un gran fico; il tuo «extreme makeover» ti trasforma
da racchia in una bellezza.
Un numero sempre crescente di questi show sono versioni
aggiornate delle vecchie esibizioni di dilettanti. Solo
che ora il dietro le quinte, la storia personale, è importante
quanto lo spettacolo. Forse anche di più. Si basa tutto sul
vedere quanto impegno ci metti per essere al meglio delle
tue possibilità, anche se sei ridicolo. L’unica cosa che conta
è realizzare il tuo sogno. Queste storie seguono – o vorrebbero
seguire – la parabola degli inizi di Michael Jackson.
Cominci che sei piccolo, ma hai talento, così lavori notte e
giorno, riesci ad arrivare in una grande città, fai un provino
con i migliori produttori e talent scout. Ottieni un contratto
e la tua chance di diventare qualcuno. Star Search. American
Idol. So You Think You Can Dance.
Michael Jackson ha raggiunto la fama mondiale perché
era un talento di prima classe. La performance di Billie Jean
del 1983, durante lo show televisivo Motown 25: Yesterday,
Today, Forever ci ha permesso di valutare Michael Jackson
rispetto alla sua infanzia nello show business. Gli altri performer
stavano invecchiando, avevano l’aria di gente sopravvissuta
a malapena a problemi di alcol e droga, alle faide,
a vecchie e nuove malattie e ai numerosi passi falsi della
loro carriera. Michael sembrava una creatura incorrotta e
totalmente immune a quel passato.
Mentre sotto partiva la linea di basso di Billie Jean, Michael
era fermo di profilo: gambe divaricate, ginocchia
piegate in un demi-plié, una mano che sfiorava appena il
cappello di feltro. Un ballerino sprezzante con dei pantaloni
a saltafossi. Otto affondi pelvici l’hanno trasformato
in uno sprezzante soul man. Un calcio veloce e un colpo
secco alla coscia su entrambi i lati, poi si è girato verso il
pubblico e – precisamente sul tempo di battuta – ha lanciato
il cappello verso le quinte. È un uomo che canta e balla.
Poi ha imitato un ragazzaccio degli anni Cinquanta,
dandosi una veloce pettinata ai capelli.
Gli elementi del personaggio che avremmo conosciuto
sono tutti davanti a noi. Il guardaroba che coniugava la severità
(pantaloni neri, cappello di feltro, mocassini) ai brillantini,
ai lustrini, all’eccentricità (giubbino e camicia, calzini
bianchi e un unico guanto bianco); la passione che
entusiasmava il pubblico, e che tuttavia era percepita come
qualcosa di privato e misterioso; la profonda teatralità e il
suo modo di trasformare il più piccolo gesto in lunghe sequenze
di movimento. Tutti i coreografi hanno passi e
combinazioni che li caratterizzano. Questa era l’essenza del
Jackson’s style: i piedi ad angolo e le ginocchia incrociate
del funky chicken (spavaldo) e del charleston (più ricercato);
le corse e le andature impettite; i calci avvitati in avanti
(veloci come quelli del judo); le piroette, il moonwalk, e
quel momento improvviso in cui si accuccia e, invece di
cadere sulle ginocchia, si solleva sulle punte. Un momento
da danza classica. E una piccola variazione su quel passo
sposta la tensione. Quando si solleva con i piedi e le gambe
insieme, sembra fortissimo. Con le ginocchia unite e i piedi
distanti sembra vulnerabile, come ferito.
Billie Jean è una canzone sull’ansia e sul senso di colpa,
sul desiderio e sul risentimento; sul fare un bambino ed essere
ancora un bambino. Nel bridge, quando canta di come
la madre l’abbia messo in guardia, «Be careful of what you
do / ’cause the lie becomes the truth», salta per tre volte
verso l’alto. Il genio nella bottiglia è un uomo giovane che
non riesce a controllare la propria energia. Nel bridge ripetuto,
quando ricorda «the smell of sweet perfume / She
called me to her room», salta da un piede all’altro con le
ginocchia alzate, come un ragazzino che fa i capricci.
E poi, quando canta, le sue braccia parlano: braccia distese,
mani apertamente supplicanti (da musical melodrammatico);
poi un pugno enfatico o un’improvvisa rotazione
del polso; il dito indice che trafigge l’aria (una spavalderia
da Chitlin’ Circuit). Quando canta «his eyes were like
mine», per parlare del bambino misterioso, si passa una
mano sul viso; intravediamo i suoi occhi tondi e scuri attraverso
la mano spalancata (pantomima della Motown).
Chiude al centro del palco, braccio destro in aria, stanco,
ma esultante. Ha creato lo show, è lo show. È l’uomo dalle
mille trovate, quello che canta e balla, l’uomo del denaro.
A metà degli anni Ottanta, però, il suo volto che cambia,
la pelle che schiarisce e le continue illazioni sulla sua
vita sessuale hanno portato molte persone a interessarsi
più al freak che all’artista. Il produttore che era in lui comprese
che bisognava agire subito. L’occasione prescelta fu
un talk show pomeridiano, la casa mediatica per i freak
della nostra cultura. Il luogo dove vengono invitati a spiegare
ed esibire la loro vita davanti alla gente normale; a giustificare,
ostentare, sfidare, sedurre. Nel 1993, quando le
domande del pubblico sulla sua pelle sempre più chiara si
fecero troppo insistenti, Michael Jackson si concesse una
rara apparizione televisiva, al The Oprah Winfrey Show,
in cui disse di avere la vitiligine, una malattia che toglie il
pigmento dalla pelle, lasciandola chiazzata di bianco. Per
uniformare il colore usava uno spesso fondotinta bianco.
Dopo quella volta, le sue pubbliche relazioni entrarono
in una spirale discendente.
(…)

(Riproduzione riservata)

© 66th and 2nd

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