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L’AZZURRO VELO di Sebastiano Burgaretta

giugno 27, 2019

L’AZZURRO VELO di Sebastiano Burgaretta (Archilibri)

Si intitola “L’azzurro velo” la nuova silloge del poeta Sebastiano Burgaretta, pubblicata da Archilibri con prefazione di Giuseppe Greco, postfazione di Antonio Di Grado e disegni di Guido Borghi.

L’azzuro velo. Azzurro: il colore del cielo. Come il manto della Vergine Santa. Sono versi che cantano il cielo. Ma non un cielo lontano, bensì un cielo che avvolge la terra, un cielo che si è chinato sulla terra, un cielo che bacia la terra. Il mistero di un Dio che si fa uomo, che porta il cielo sulla terra. E da quel momento non v’è cielo senza terra, non v’è terra senza amore.
L’azzuro velo. E’ un velo che copre la terra. Delicatamente. Silenziosamente. “La verità ama nascondersi” (Eraclito). “Deus absconditus” (Is 45,15). Dio non è fragoroso. Si rivela velandosi. Non mette l’uomo con le spalle a muro. Lascia all’uomo la libertà della ricerca, il gusto della ricerca. Per far scoprire alla fine che è Dio alla ricerca dell’uomo. “Adamo, dove sei?” (cfr Gen 3,9). Per far scoprire all’uomo di essere cercato. Per donargli alla fine la gioia dell’incontro, per togliergli il velo dagli occhi: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato” (B.Pascal).
E di incontri si parla in questo azzurro velo. Incontri di uomini con Cristo. Incontri che svelano il mistero della vita, che svelano il senso della vita. Incontri che aprono orizzonti sconfinati.
(dalla prefazione di Giuseppe Greco)

Ecco cosa scrive Antonio Di Grado nella sua postfazione: “Alla poesia tutta folgori e illuminazioni, schegge ed epifanie, di Clemente Rebora e di Giuseppe Ungaretti mi fa pensare il miracoloso poema sacro dell’amico poeta, e compagno d’irrequiete avventure della fede, Sebastiano Burgaretta: il suo stesso dirsi visitato da queste immagini come da velate teofanie, il suo inquieto girovagare tra figure dell’Evangelo come a vederne schiudere segrete essenze e rivelazioni apocrife, l’uso spericolato di un mistilinguismo che dalla ieraticità del dettato sapienziale trascolora fino al viscerale espressionismo del vernacolo“.

Abbiamo incontrato Sebastiano Burgaretta e gli abbiamo chiesto di parlarci delle poesie raccolte in questo volume e di offrirne qualcuna “in assaggio” per i nostri lettori…

* * *

«La silloge contiene dodici corposi poemetti, che hanno per protagonisti altrettanti personaggi considerati minori, per così dire, secondari, dei racconti evangelici, ma che secondari non sono affatto», ha detto Sebastiano Burgaretta a Letteratitudine. «Ciascuno di essi, infatti, è emblematico e rappresentativo delle caratteristiche umane e comportamentali che lo connotano e che sono proprie dell’uomo di ogni tempo. Mi portavo dentro questi personaggi da molti anni, perché, confrontandomi con essi, mi sembrava che volessero aver voce propria, una voce che non fosse subordinata alle coordinate esegetiche e normative della lettura istituzionale dei racconti evangelici. Davanti ai personaggi di maggiore rilievo siamo tradizionalmente indotti ad avere un atteggiamento di sacro rispetto, che finisce per tenerceli lontani e, in ultima analisi, chiusi in una nicchia di assolutezza sacrale, che li trasforma in santini intoccabili, con i quali ci risulta difficile, e quasi dissacrante confrontarci. Coi personaggi minori il nostro atteggiamento è diverso, perché li sentiamo come quasi d’obbligo, con la loro presenza, nell’economia dei racconti sacri, li sentiamo normali e perciò siamo di fatto portati a sorvolare su di essi. È, invece, proprio questa loro normalità che ci deve indurre a soffermarci su di essi, a parlare con loro, a tentare di averne delle risposte, in modo da individuare e precisare quanto di ciascuno di noi, persone comuni, è riflesso, come in uno specchio limpido, nella loro problematica immagine. Sono tutti personaggi inquieti, che nella loro inquietudine portano le nostre, perché vivono le paure, i timori, le ansie, le in capacità, le attese, le gioie, i dolori, le delusioni, le speranze che tutti noi registriamo nel corso della nostra vicenda esistenziale. Non sono modelli per esegesi biblica, ma personaggi veri e propri, proiezioni di persone in carne e ossa, le stesse cui si rivolgeva Gesù. Qui essi sono chiamati, davanti alle inquietudini rivelate dal poeta, a tirare fuori le loro e a fare i conti, in un contesto umano, psicologico e spirituale che travalica i limiti del tempo, con sé stessi in modo diretto, senza infingimenti né ipocrisie, senza velami di sorta, piuttosto con apertura critica e con autonomia di giudizio. Ciò si svolge in una serie di colloqui a tre fra, a turno, uno di questi personaggi, la persona di Gesù e il poeta, il quale fa da guida e da stimolo critico nella selva di inquietudini e di istanze che via via vengono fuori. Dall’insieme viene fuori un quadro articolato, una sorta di retablo nel quale c’è posto per tutti, nel quale ciascuno di noi, per un verso o per l’altro, finisce per ritrovare la propria collocazione e riconoscersi moralmente obbligato a prendere atto della proprio umano e relazionale ruolo di vita e a tirarne le logiche conseguenze pratiche.

La silloge ha assunto, per una sorta di logica interna, una struttura di tipo geometrico, determinata dai due componimenti dedicati alla Madonna e posti ad apertura e chiusura della raccolta, da un componimento ispirato al Cristo della buona morte custodito nella chiesa romana del Gesù, posto al centro del libro, e dai dodici poemetti, distribuiti sei prima e sei dopo i versi dedicati al Crocifisso».

 * * *

Poesie estratte dalla raccolta “L’azzurro velo” di Sebastiano Burgaretta (Archilibri)

 

L’adultera

 

 

Mi sono ogni volta domandato,

leggendo e meditando questo passo,

dov’era u masculiddhu del fattaccio.

Nun si ni parra propriu nenti nenti.

Sutta ventu c’era a fìmmina a ddhi tempi,

carni ri maçellu appisa ô çiovu,

frustata çiazzi çiazzi senza prezzu.

A iddhu sû scuddaru comu sempri,

l’omu era pattruni, e u pattruni ch’è

pattruni, iavi tortu e-bbo’ ragghjuni.

Era vasciu cchê fìmmini u munzeddhu,

perciò ràmici ncoddhu a-ttutta fozza,

stuccàmici a catina ô bbranculutu.

Ncugnàmici, picciotti, a sta bbuttana,

ca ‘n fallanti a pigghjàmmu ccu lu iażżu.

E ddhocu a strasciuniuni strata strata

finu ca ci a puttaru a la prisenza.

 

Strumento di dominio e di contrasto

tu, misera donna sdisariata,

eri finita nelle grinfie amare

dei potenti legati alla rovina

dei cuori e della legge patriarcale

un tempo fatta proprio per i cuori

ch’erano duri alla ternura viva.

Era lui il bersaglio sotto mira,

tu eri il proiettile di turno,

povira figghja ri tutt’ammuttata.

Era lui il bersaglio sotto mira,

a lui era diretta la parata.

 

Sonnu nun-ni façìinu la notti,

picchí a stu bbabbu ri malasunata,

‘na vota ppi-ttutti âvìinâ ncagghjari.

E allura a-mmatinata ci a puttàru

nta ‘n cuttigghju rô tempiu i Salamuni,

unni iddhu stapìa ammaistrannu

tanti gghjintuzzi misi attornu attornu.

Ci a mìsunu ntô menzu a sbinturata:

Ccà, allura ci rìssunu, Maestru,

sta fìmmina ‘n fallanti âppulicammu,

i corna ci facìa a sô maritu.

E ddhocu tutti quanti misi a giru,

manu e sacchetti bbeddhi çini i petri,

pronti a tiralli a iddha e cafuddhari,

friènnici li nèriva e li pugna.

Moshè nella Toràh ni nsigna a-ttutti

ca li fìmmini tinti comâ-cchista

hanâ-mmòrriri scacciati suttê petri.

Mot yumàt hannoèf we-hannoàfet[1].

U-vi’ artà ha-rà mi-Yisraèl[2].

Hannoèf però nun c’era misu ddhà,

râ noèfet vinìa tuttu u ddhannu.

Vigliaccu chiddhu, ch’era latitanti,

iażżu ppi mprenta e ppi manciaçiumi,

vigliacchi chisti, ch’erunu prisenti,

culonni ri canigghja e papalei.

S’avìa arricriatu u bbaiasceri

a stari ogni-bbota a lu cupertu,

cû sa com’era fattu lu cuntornu:

amburlachiu cchê gghjumma ô bbaddaccinu

e lettu iàutu a quattru matarazzi?

Ma daziu ri paiari nun ci n’era

ppi-cchiddhi comâ iddhu ri la cricca,

ccu-ttuttu ca la liggi era ntisa.

Ma ppâ fìmmina sunàinu li bbanni.

Lapidare dobbiamo tali donne,

dicevano in coro forsennato,

lapidare dobbiamo tali donne!

E tu, aggiunsero poi, che ne dici?

 

Non era la salvezza d’Israele

a premere nei petti infatuati

di tanti paladini della Legge.

Volevano metterlo alla prova,

per poterlo accusare finalmente.

Credevano scribi e farisei

che stavolta la morsa era fatale:

rispettava lui la legge di Moshè

o la tradiva nel nome di quello

che chiamava ognor misericordia,

quella stessa che, lui ribadiva,

era da preferire ai sacrifici?

Complicato busillis in arena,

pensavano colà quei picadores.

Ma l’arena, la rena si disciolse

e in polvere d’Adamo si converse,

dove il dito del Padre creatore

in lui tornò a scrivere le note

che vibrano nel tempo e nell’eterno.

 

Taliati ccu cu m’agghjâ -ccunfruntari,

cchi facci iagghju ccà ravanti i mia,

çettu Turiddhu ddhà nta ssu mumentu

pinsari macari u potti, u criaturi.

Ma, senza ràrici saziu né cuntu,

si calàu cchê manu finâ nterra

e si misi a scrìviri ccu gnitu,

privulazzu scafugnannu ccà e ddhà.

Cû sapi cchi scrivìitu, Turiddhu,

se poi ca scrivìitu è-bberu.

Quantu caterna, quantu fantasii

supra stu itu tou ca firriàia!

Ci scrivìitu i piccata ê farisei

o scrivìitu paroli râ Torah?

Mancu ‘na cuttigghjara ri vineddha

misa a tu ppi tu ccu ‘na viçina,

a liggìrici catta e funnamentu!

Ma a-nnui cchi ni ntaressa â fattê cunti?!

Cchi semu strani a-ffàriti parrari

cchê testi nosci tinti e nsullintusi!

Bastari sulu, çettu, a-nnui n’avissi

virìriti ntâ carni scaliari

r’Adamu patri anticu e mischinu,

carni ri fangu fatta e privulazzu,

comâ-cchiddhu ca ccà ora è prisenti.

 

 

E-cchiddhi ancora a nsìstiri e parrari.

Balordi non lasciavano la presa,

certi d’averlo messo spalle al  muro.

E ancora a ripeter la domanda.

Stanco, amareggiato certamente,

un silenzio siderale lui ruppe.

Paziente levò il capo e disse loro:

Chi di voi qui è senza peccato

scagli contro di lei la prima pietra.

E, di nuovo chinatosi al suolo,

a scrivere si mise con il dito

su quella terra fatta palinsesto.

 

Terribili parole di giustizia,

di eterna giustizia e libertà,

come tremenda sententia cadute.

Quelli, udito ciò, a uno a uno

rô primu finu a-ll’ùttimu spareru,

e i primi foru i vecci ca scappàru.

Ppi-ffozza avìâ-ssuccèrriri accussì.

Cciù-bbecci semu cciù piccata avemu

e cciù-ddhanni supossu ni puttamu.

Cû sa quantu n’avìinu ammucciati

piccatazza ri tutti li maneri

chissi ca si façìinu pirfetti

e avìinu fattu scùsciri li petri

nta l’auricci a ddha pòvira mischina,

se comu ci vutaru li vureddha,

misa comu l’avìinu ô firrìu…

 

Ma ora era sola lì con lui,

isola d’amore e provvidenza,

isola ora d’amore e libertà,

isola di rifiorita umanità.

Sola lì con lui tornata in piedi,

a darle dignità e riverenza.

Donna, dove sono? ora domanda,

nessuno, aggiunse, ti ha condannato?

Donna ti disse, come a sua madre,

donna ti chiamò, come avrebbe fatto

lui, con Maria di Magdala, risorto,

donna, come alla samaritana,

il nome nuovo che ti venne dato.

 

E lei redenta: Nessuno, Signore.

Signore, lo chiamasti, della vita.

Signore a lui la samaritana,

Signore a lui Tommaso quella sera,

Signore a lui Maria presso il sepolcro.

Il cerchio dell’amore si raccorda

su note ineffabili e reali.

Wla nàsh, Maryà[3], dicesti secco secco.

Nessun’altra parola di contorno,

silenzio sulla polvere lasciata,

chiuso ogni conto nella verità.

Non una parola sul suo passato:

quante volte, con chi, dove e quando?

E quanti adolescenti in confessione,

ahinoi, vergogna e commiserazione,

sottoposti al supplizio rituale,

come se Dio tenesse il conto aperto

di pulsioni e tormente puberali!

 

Non va spenta la fiamma tremolante,

né la canna incrinata va schiacciata.

Era acceso il lucignolo in Zaccheo

e la salvezza entrò in casa sua.

Accesa la fiammella nel ladrone

che chiese di portarlo nel suo regno.

Oggi sarai con me in paradiso.

Nemmeno purgatorio a lui decreto,

e venne dal martiro a la sua pace.

Da ogni angoscia libera Gesù

e ci prende in parola, se sinceri,

la logica del mondo lui rovescia,

come i potenti dai loro troni.

 

Neanch’io ti condanno; ora va’

e d’ora in poi non peccare più.

Dono gratuito, unilaterale,

la misera e la misericordia

unite nel mistero dell’amore,

del lieto annuncio che ci viene a dare:

Non son venuto a condannare il mondo,

sono venuto per salvare il mondo.

Tra legge antica e misericordia

Gesù volle salvare il peccatore,

fermo restando il neo del peccato.

Si adempia la legge, certamente,

ma non sono i peccatori a fare ciò,

non possono adempirla i violatori.

È l’amore a compiere la legge.

 

Prendendo la parola in sinagoga,

ed era la prima volta fra i suoi,

così a caso lesse da Isaia:

Lo spirito del Signore è su di me.

Il Signore mi ha unto e consacrato,

mi ha mandato a portare il lieto annuncio

ai poveri, a fasciare le piaghe

agli infelici, a dar la libertà

agli schiavi e a tutti i prigionieri,

a promulgare, mi ha mandato, l’anno

della  misericordia del Signore.

E su Dio che si vendica si tacque.

Chiarissimo l’annuncio scandaloso:

Oggi questa Scrittura s’è adempiuta,

che coi vostri orecchi avete udito.

Tra legge da difendere e l’uomo

dalla parte dell’uomo lui è.

Qui è l’unicità di Gesù Cristo,

qui risplende l’immagine del Padre

presente nello Spirito e nel Figlio.

 

 

Avola, 23-26 marzo (settimana santa) 2016

[1] Sarà messo a morte sia l’adultero sia l’adultera (Lv 20,10).

[2] Togli così il male di mezzo a Israele (Dt 22,22).

[3] Nessuno, Signore (aramaico).

 

 * * *

 

Lazzaro di Bethanya

 

 

                                     Maryà[1], ecco, Signore, fu l’avviso,

l’amico che tu ami è malato.

Così Marta e Maria, le sorelle,

ti mandarono a dire con qualcuno.

Prossima la fine, e lui non c’era.

L’amico dell’amico tanto amato,

che la casa dei poveri gli apriva,

distante da Bethanya se ne stava,

arrassu ri ddha casa si ni tinni.

 

Non è per la morte questa malattia,

ma per la gloria di Dio, ebbe a dire,

poiché per essa il Figlio di Dio,

poi precisò, sarà glorificato.

Questa morte non era per sé stessa,

di miracolo era occasione,

segno evidente della sua misura.

Sicuru Iddhu parràu a ssu mumentu,

però ri ddhà unn’era nun si mossi,

e mancu ni ntaressunu i mutivi,

u picchí, u pi-ccomu e u-ppi unni,

caterna ri teolugi ri pisu,

ca nenti ci priùngiunu ri bbonu.

 

Le acque del Giordano in Perea

due giorni ancor lo tennero lontano,

e dopo ai discepoli lui disse:

Andiamo in Giudea nuovamente.

E quelli, timorosi, a trattenerlo

provarono, dicendo a lui: Rabbì,

ma come, dai Giudei vuoi tornare,

da loro che solo qualche giorno fa

volevano ammazzàriti a pitrati?

E lui, ch’era il giorno senza fine,

paziente e fermo nel suo cammino:

Camminando di giorno non s’inciampa,

a quelle dodici ore precisò,

che avevan perso l’orientamento.

Seguitemi, insomma, disse loro,

se di notte inciampare non volete.

Né ruttu né muttu fu ppi-cchiddhi.

E-ccu avìâ-pparrari i ssa manera?

 

Lazzaro, il nostro amico caro,

s’è addormentato, a dir riprese,

ma io ora vado a risbigghjallu;

tutto sa, perché tutto ha creato.

E-cchiddhi: Ma, se rommi, si ni nesci.

Mischini, nun avìinu caputu,

e Gesù disse loro apertamente:

Lazzaro è morto, cciùi sâ cugghjìu,

ma ora son contento per voi tutti,

di non essermi trovato io là,

perché voglio che voi, sì, crediate,

orsù, andiamo da lui poi disse,

e l’autri appressu ccu Masi ci eru.

Andiamo or, mettiamoci in cammino,

per vedere la tomba d’eccezione,

inneggiano i fratelli d’Oriente.

Ma, quannu a Bethanya arrivàu,

avìinu già passatu quattru iorna,

quattru iorna ca Lazzaru rummìa

cuccatu bbonu rintrâ-cchiddha tomba.

 

Comu Marta sappi ca stapìa Gesù

vinennu araçiu araçiu ppi la via,

lasciò amici e parenti in casa sua,

lasciò Maria e incontro a lui andò.

Signore mio, se tu fossi stato qui,

gli disse con il cuore tra le mani,

u mê fratuzzu, sicuru, num-murìa,

ma io so, e ne sono sicura,

che qualunque cosa a Dio chiederai

Egli te la concederà. E Gesù:

Tuo fratello, disse, risusciterà.

E Marta, che occu cosa la sapìa,

insegnamento della tradizione:

So, nell’ultimo giorno risusciterà.

Io, disse a lei replicando,

sono la resurrezione e la vita;

chi crede in me, anche se muore, vivrà.

Chiunque vive, aggiunse, e crede in me,

non morrà in eterno. Credi questo, tu?

 

Chi in vita Lazzaro riporterà

alla fine dei tempi benedetta,

può farlo risorgere anche adesso,

perché il Dio dei viventi egli è,

Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe,

Dio di tutti i viventi patriarchi.

E Gesù non risuscita i morti,

egli è vita che supera la morte

e dà capacità per superarla.

Non fa l’esperienza della morte

chiunque da vivente crede in lui.

Chi crede ha la vita nel suo nome.

Chi crede, pur da morto vive sempre,

chi non crede, pur vivo è già morto.

Morto è, senz’anima, il corpo,

e l’anima è morta senza fede.

L’anima dell’anima è la fede.

La fede, che all’anima dà l’anima,

con l’anima al corpo dà la vita.

Questo il dettato eterno di Gesù.

 

Sì, o Signore, gli rispose Marta,

ken Adonì, heemànti ki attà ha-Mashìah[2],

il Figlio di Dio che nel mondo viene.

Così dicendo Marta, quindi, confermò

di credere che lui è veramente

la  vita, lui è la resurrezione.

Con questo dono custodito in cuore

tornò dalla sorella e sottovoce:

Il Maestro è qui, disse, e ti chiama.

E Maria, vera amata di YHWH,

udita sua sorella, si alzò

e a passo svelto si recò da lui,

non ancora arrivatu ô paiseddhu,

picchí mpintu avìa arristatu peri peri

unn’è ca Marta l’avìa ncuntratu.

Il villaggio è sempre tradizione,

e lui non entra nella tradizione.

C’era allora tanta gente in quella casa,

tanti iurei ppô cùnsulu vinuti,

e-cchisti tutti appressu ci curreru,

pinsannu ca ìa a ciànciri ô sapurcu.

Com’agghjicàu unn’è ca era Iddhu,

u visti e si ci ittàu ê peri.

Trattèniri ‘nsi potti e sbuffàu

a ciànciri ccu-ttuttu lu cutugnu

e, ciancennu a-ffuntaneddha poi rissi:

Signore mio, se tu fossi stato qui,

u mê fratuzzu, sicuru, num-murìa!

 

Quanto dolore nel cuore di Maria,

quale amarezza, certo, dentro lei

al pensiero che tu non c’eri stato

a vivere con loro quei giorni,

con loro in quella casa di preghiera!

Quannu visti lu curruttu ri Maria

e appressu a iddha çiànciri i iurei

ccu cori e ccu tanta amurusanza,

forti assai fu la pena ca pruvàu,

e si ntisi vutari li vureddha,

suttê-ssupra misa a ucchê l’arma,

tuttu si ntraugghjìu u criaturi.

Delle lacrime in lui compassione,

di Marta e di Maria, le sorelle.

Il suo amore, sì, è viscerale,

è rachamàn[3] la sua definizione.

Dove l’avete messo?, poi domandò.

Gli dissero: Signore, vieni e vedi,

veni, veni e-bbiri unn’è ch’è misu,

ccu mùsculi ri ruppa ê cannarini

e a uçi rrutta ca ‘mputìa sciri.

Trattèniri nsi potti mancu Iddhu,

e lacrimi ri çiantu ci spuntaru.

Pianto equilibrato di dolore

era quello misurato di Gesù,

non certo pianto di disperazione.

Lazzaro, l’amico, gli era caro.

Mprissioni fiçi a-ttutti li iurei.

Vedi come l’amava, disse uno.

Ma c’era chi aveva da ridire

e alcuni cominciarono dabbene

a fare taglia e cuci al modo antico:

Costui, che ha aperto gli occhi al cieco,

non poteva evitare che morisse?

 

Nel mentre Gesù, ch’era tutto scosso,

volle al sepolcro avvicinarsi.

‘Na rutta era ccu ‘n cummogghju i petra.

Comu arrivàu: Luvati a petra!, rissi.

E ddhocu Marta, mischina, rispunnìu:

Signore, manda già cattivo odore,

fa fetu, quattru iorna ià ch’è ccà,

quattru iorna ca già è-bburricatu.

Sciddhicàia la fede di Martina,

e Gesù le replicò con pazienza:

Non ti ho detto or ora che, se credi,

qui vedrai tu la gloria di Dio?

Nella vita è la gloria di Dio,

nella vita che supera la morte

l’azione è visibile del Padre.

A questo punto tolsero la pietra.

Gesù, levati allora gli occhi al cielo:

Àba, màwde àna lakh, dashma‘tàni[4],

ti ringrazio, Padre che mi ascolti,

disse chiaro lì davanti a tutti.

Del Padre tutta intera è la gloria,

il Figlio Eucaristia è la gloria,

l’uomo in Dio vivente è la gloria.

Sapevo, Padre, ancor continuò,

che sempre lo dai l’ascolto tu a me,

Padre mio, che ascolti le preghiere,

Àba deshàma slùta replicando[5],

l’ho detto per la gente qui attorno,

perché credano che tu m’hai mandato.

Anch’io risorgerò nel terzo giorno,

e chi crede in me non morirà,

dentro il suo cuore certo precantando.

Detto questo, a gran voce egli gridò,

umano, tanto umano qui Gesù.

Fremette tutto prima rintrê iddhu,

lacrime pianse poi di tenerezza

e infine a gran voce egli gridò:

La’azàr, ta levàr![6] all’amico suo.

Lazzaro, vieni fuori! e nient’altro.

A gran voce chiama tutti sempre Dio,

grazia straordinaria la sua voce,

che annulla la potenza del peccato,

la potenza del demonio dissolta,

Adamo invece in festa alla sua vista

sulle porte dell’Ade rovesciate.

 

Portento della grazia che è vita,

con i piedi e le mani avvolti in bende

il morto venne fuori camminando,

coperto da un sudario il suo volto.

Le funi mi stringevano di morte,

nei lacci degli inferi ero preso.

Tutti avìinu a-bbìrriri u purtentu,

e tutti lo videro davvero.

Miracolo dei miracoli fu lì,

nel sabato di Lazzaro alle Palme,

ancora con i fratelli d’Oriente.

Scioglietelo, lasciatelo andare,

fu poi l’ultimo comando di Gesù.

Libero era Lazzaro d’andare,

d’andare verso il Padre in cui era.

Non andava legato con i pianti

lui ch’era ormai libero nel Padre.

Quantu màżżiri appinnuti ci tinemu

coi nostri pianti e la disperazione

a quelli che hanno ali per il volo!

Sciogliendo loro sciogliamo noi stessi

dal volto nero e falso della morte.

Legando noi col lutto e con il pianto

leghiamo pure loro nel tormento,

màżżiri appinnènnici e żaùrra.

Perché cercate il vivo tra i morti?

 

Arreri ccà carìi, nta stu munnu!

Ma nn’era misu bbonu unn’è ca era.?!

Turiddhu, mi parasti ‘na rattera,

comu gnocu ppi-ttia sta vintura.

Ri ddhà iu ntisi e-bbisti tuttî cosi.

Ci sebbu, rissi, ppi mustrari a-ttutti

la potenza e la gloria di Dio.

Ppi-cchistu n’abbusàu ri l’amicu.

E tu, Lazzaru miu, quantu cuntasti?

Ppi quantu ammenzu all’ùmmiri ittatu,

çettu, t’àppitâ-ssèntiri stunatu

a corpu rô sheòl sdirraricatu

e arreri nta sta terra tu ‘nzitatu.

Forse non c’era il tunnel con la luce,

di cui adesso parlano i viventi,

perché non v’era sceso ancora Cristo,

ma un dato incontestabile lo era:

non tutto era finito in questa terra,

la vita oltre il velo c’era pure.

Chi fa l’esperienza di pre-morte

dice che non vorrebbe più tornare,

e tu, che dopo morto sei stato

per quattro giorni interi nella luce,

chissà il disappunto in cui cadesti..

 

Ma chistu sugnu iu ca ccà sparru,

in silenzio tu, Lazzaro, passasti,

né prima né dopu mai ‘na parola.

E-cchi c’era ri riri, ca mancàia?

‘Na parola supecciu avissi statu,

macari una sula ppi-ddhisìu,

e-cchissa stissa tu nun la riçisti.

Lazzaro è muto ma eloquente,

testimone è della gloria di Dio.

Nun-niçisti ‘na parola mancu â çena

fatta a Bethanya, ddhà rintrâ tô casa.

Eppure ti çiccàinu ppâ peddhi,

picchí scòmudu comu tistimoni

ci ittàitu tannu a li iurei.

Scòmudu comu a Iddhu, ca spirìu

a Efràim saliata nnô disertu.

E a-ttia macari, ppi ccurpa ri Iddhu,

a-llampu ti façìinu la peddhi,

se a-ssulu t’avíssunu ncagghjatu,

picchí ranni supossu era ppi iddhi

ca u mottu firriàia peri peri.

A prova avìâ spirìri rô tirrinu!

Ma cchi-ccurpa n’hai tu, pòviru omu,

quannu a manu rô çelu ni subbissa?!

Ti tuccàu a-ccummàttiri ccu-ddhui:

Turiddhu, ca ti tiràu rô sheòl,

e-cchiddhi ca çiccàinu i squagghjari

a prova rô miràculu putenti.

 

Nulla si seppe poi del tuo silenzio.

Certo, avrai provato la paura,

Lazzaro mio, d’una seconda morte.

Non dirmi che il velame non fa ombra,

se Gesù stesso in lacrime si sciolse,

ma sapevi ciò che t’aspettava.

Tutto quello che il Signore vuole

egli lo compie in cielo e sulla terra.

Amico impegnativo fu Gesù,

che a morire due volte ti volle.

 

 

Avola, 31 marzo – 2; 26 aprile 2016

 

 

[1] Signore (aramaico).

[2] Sì, mio Signore, io credo che tu sei il Cristo (ebraico).

[3] Visceroso, misericordioso (ebraico).

[4] Padre, ti ringrazio, perché mi hai ascoltato (aramaico).

[5] Padre che ascolti la preghiera (aramaico).

[6] Lazzaro, vieni fuori! (aramaico).

 

 * * *

 

L’azzurro velo

 

 

 

                                                          Iris bianco maculato in blu

nella grande parasceve del tuo figlio,

tu, tu, l’Immacolata Concezione.

Potuto avresti allora dire no:

benché tu ab ovo mundi preservata,

intonsa era in te la libertà.

Ecce ancilla Dei fu la tua parola,

dicesti quindi sì al messo di Elì,

e lì precipitò davvero tutto

nel mite silenzio della tua casa,

Parthène kalì ke Theotòke.

Stupore in quella mano d’Antonello,

che spazio segna insieme e tempo

e ti riporta a dimensione nostra.

 

 

Grande, troppo grande l’opera per te,

e in mano la mettesti intera a lui,

che nulla d’impossibile contempla.

Nell’inno del Magnificat supremo

per te di Dio l’eterna gloria vera,

entrega portentosa para siempre,

nell’uomo vivente è celebrata.

Sanctificetur dunque nomen tuum,

‘al-kèn kavòd le-El chày le‘olàm.

Se no, di contro, avessi proferito,

intatto il muro dei titani antichi

farebbe ancora gioco al maledetto

dal ghigno cheratico accanito.

 

 

Ascolto obbediente fatto sangue

nel sogno umano dell’Onnipotente,

quel sì sconvolse l’universo intero,

squassati degli inferi i serrami,

dei cieli i frontoni spalancati.

Tu, piccola fanciulla nazarena,

floresyente rimmòn di quella terra,

la-chayìm ridente melograna,

della contraddizione a noi qui

rechi la spada superaffilata,

che l’anima perenne ti trapassa.

Sei tu che ce lo porti nunc et semper,

sei tu la prima nel cammino nostro.

Eccolo il bianco dai riflessi blu,

i dolori del mondo concentrati

in te che sei la madre delle madri

e tutto puoi capire in cuore tuo,

l’azzurro velo in te trasfigurato.

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(Riproduzione riservata)

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