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I LEONI DI SICILIA di Stefania Auci (recensione)

luglio 2, 2019

“I LEONI DI SICILIA. La saga dei Florio” di Stefania Auci (Nord)

[Ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine con Stefania Auci dedicata a “I leoni di Sicilia”]

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di Maria Zappia

I leoni di Sicilia” di Stefania Auci, più che un romanzo storico che delinea l’affermarsi di una famiglia borghese nella Sicilia di fine settecento, costituisce anche un interessante documento riguardo un progetto industriale di elevato profilo e di grande attualità, anche oggi a distanza di secoli dalla fine della dinastia industriale protagonista della saga. La capacità di Vincenzo Florio, autentico pioniere in quello che oggi definiremmo “settore agroalimentare” emerge nel dettagliato racconto dell’autrice che, con grande abilità ricostruttiva, delinea, passo dopo passo l’ascesa dell’intera famiglia, di umili origini e perdipiù straniera, le alleanze e l’affermazione sociale ed economica nella Sicilia preunitaria, crocevia di mercanti ed armatori, soprattutto inglesi, un territorio insomma percepito dai Florio come ricco di opportunità. Inquieto e spregiudicato, come tutti gli innovatori, Vincenzo Florio possedeva la capacità di intuire il nuovo e di assecondarlo, impegnandosi senza risparmio di energie per la realizzazione di progetti che rispetto all’epoca ad egli contemporanea, erano autenticamente “visionari”. Interessantissimo dunque il romanzo di Stefania Auci che oltre a contenere una ricostruzione storica accurata degli ambienti e dei personaggi narra in maniera vivace, l’evoluzione di un settore dell’economia siciliana, portato dai Florio al massimo della produttività, e tutto in un periodo di forte instabilità politica e di intensi conflitti sociali. L’autrice difatti evidenzia lo sviluppo dell’industria conserviera nell’isola, illustra le intuizioni del capofamiglia mirate al potenziamento delle tonnare nelle isole di Favignana e Formica e alla realizzazione di uno stabilimento industriale per la conservazione del tonno. Fu opera dei Florio l’instaurazione di un sistema di conservazione del tonno all’epoca pioneristico: la cottura e la successiva asciugatura in luogo dell’antico sistema di salatura e vendita in barili. E a parte le tonnare, il genio dei Florio si manifestò anche nella commercializzazione del marsala, altro successo per una impresa legata all’alimentazione e centrata sullo stretto rapporto tra uomo e territorio. L’autrice peraltro rifugge dai toni agiografici e pone nel dovuto rilievo accanto ai successi imprenditoriali dei Florio, i difetti caratteriali di ognuno, e soprattutto evidenzia le resistenze da parte della borghesia e dell’aristocrazia isolane nei riguardi di coloro che per lungo periodo vennero appellati come “facchini” o “bagnaroti calabresi”, sostanzialmente percepiti come avventurieri del continente sbarcati nella civilissima Palermo in cerca di fortuna. Trovano posto nel libro anche gli avvenimenti storici che fanno da sfondo all’ascesa della famiglia, questi ultimi, compiutamente illustrati dall’autrice in maniera puntigliosa e quasi cinematografica, consentono al lettore di immergersi nella rivolta di Palermo del 14 giugno 1820 e di assistere alle obbligate “doppiezze” dei rappresentanti di “Casa Florio” nei riguardi del potere. L’analisi psicologica dei personaggi non manca, ed è questo un altro pregio del romanzo: sia le figure maschili che quelle femminili sono delineate con profondità e rigore, emerge lo spirito conservatore della capostipite Giuseppina Saffiotti in Florio, l’inquietudine di Vincenzo, la pacatezza e la lungimiranza dello zio Ignazio Florio, l’apparente remissività di Giulia Portalupi. Tutti i personaggi manifestano importanti tratti del carattere e sono realisticamente rappresentati nei dialoghi così contribuiscono a rendere di giusto spessore quello che di primo acchito potrebbe sembrare solo un romanzo storico. In effetti non si tratta solo di questo. Riduttivo sarebbe voler collocare “I Leoni di Sicilia” tra la narrativa storica giacché proprio l’analisi dei protagonisti, le fini descrizioni degli ambienti domestici e di quelli lavorativi in cui si muovono i vari personaggi, conduce verso un brillante affresco storico-psicologico, di quelli che il lettore non dimentica facilmente. A questo aspetto, non estraneo è il linguaggio utilizzato da Stefania Auci per far rivivere i personaggi: un linguaggio colorito e immediato, che talvolta si adombra di sfumature dialettali per meglio caratterizzare i passaggi dialogici senza essere banale e senza scadere in macchiette preconfezionate. Una lingua rispettosa della storia, calata nella reale dimensione dell’azione, pacata e limpida allo stesso tempo, una forma che si attaglia correttamente alla sostanza della storia senza forzature e senza invenzioni, che lascia libero il lettore di immaginare come anche di seguire con stupore le bellezze uniche del mare Mediterraneo, forse anch’esso importante e mai tralasciato protagonista dell’intera storia assieme agli individui che coraggiosamente lo hanno attraversato.

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Estratti del romanzo (selezionati da Maria Zappia)

“Al ritorno Vincenzo guarda lo zio che cammina a testa bassa. Legge la sua indignazione. La sua rabbia.
“Perché” gli chiede d’un tratto, sinceramente stupito. “Perché certuni ci odiano tanto? E non parlo solo di Canzoneri e di quel verme di suo genero, zio. Prima o poi a quei due gli spacco la faccia,” Ignazio rallenta. “Non lo so. E dire che me lo domando da troppo tempo ormai. All’inizio pensavo che fosse perché eravamo stranieri in città: ci accusavano di fare prezzi bassi per rubare il lavoro. Poi abbiamo cominciato a guadagnare e questo non ce lo hanno perdonato. Abbiamo cercato di fare le cose a modo nostro, senza chiedere aiuto a nessuno. Certa gente vorrebbe dar fuoco al negozio se potesse”.
Ma qui siamo tutti stranieri, persino Ingham lo è. Eppure a lui nessuno ha detto niente.”
“Perchè è venuto con gli inglesi, e questo l’ha privilegiato: nessuno diceva di no agli alleati del re”.

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“Vincenzo Florio, commerciante e industriale di Palermo, possessore di schooner, di cave di zolfo, di cantine e di tonnare, membro della Camera di commercio della città, assicuratore oltre che intermediatore finanziario, in ciabatte e maniche di camicia nella modesta cucina dell’ammezzato di via della Zecca regia. E’ l’ottobre del 1837, e finalmente l’emergenza del colera è finita. S’è portata via più di ventimila persone in tuto il palermitano. Possono dirsi fortunati. Sono tutti ancora vivi. Famiglie intere sono state sterminate. Vincenzo ha cenato con la sua famiglia illegittima: Giulia e le sue figlie. L’indomani andrà a via dei Materassai da sua madre. Finalmente la vita sta tornando in ordine., Le bambine stanno già dormendo, sotto lo sguardo della bambinaia. Sono graziose e bene educate, Giulia parla loro in francese, la lingua che ha imparato quando era piccola, a Milano. Legge loro delle favole prima di dormire. E’ rimasta semplice, pragmatica, come quando lui l’ha conosciuta. Vincenzo la guarda rassettare la stanza, aggiungere carbone nel braciere. Mette a bagno dei legumi, poi prova ad aprire un barattolo invano. Mi aiuti” Indica la scatola: Il tono sotto sale. Il barattolo viene dalla tonnara dell’Arenella, di cui lui è socio con un mezzo francese che si è trasferito a Palermo Augusto Merle. Lui afferra il barattolo, fa leva con il coltello. Dopo lo schiocco metallico, la salamoia. Nella stanza di diffonde un odore che lo riporta all’infanzia. Le immagini si confondono. Riconosce la cucina di piano San Giacomo e una sagoma, di spalle, che tira fuori pezzi di pesce da un orcio sigillato con la cera”.
“A maggio, con il tepore della primavera vengono calate le prime tonnare. La pesca è fruttuosa, i marinai ringraziano San Pietro e San Francesco di Paola per la grazia di tanta abbondanza. A maggio, barattoli pieni di tonno sott’olio, alcuni di latta, altri di vetro riposano al sicuro nella dispensa della dimora dei Giachery, sotto l’occhio perplesso ma vigile di Carolina, la moglie di Carlo. Sono lì in attesa che trascorra il tempo necessario, un anno. Un anno perché l’esperimento abbia successo, per capire se il tonno cotto e coperto di olio, chiuso in un contenitore a tenuta stagna, possa sopravvivere a cui viaggio oceanico o comunque a una lunga conservazione.
Ci prova veramente Vincenzo. Con la sua testardaggine, con l’idea che, se non si prova a fare qualcosa di nuovo, nulla potrà cambiare. E lui, la sua vita, la vuole tenere in pugno. A giugno, con il sole che abbaglia e i panni che si asciugano con il primo soffio di scirocco, Giulia prende per mano Vincenzo e gli dice di essere di nuovo incinta”.

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La scheda del libro

Dal momento in cui sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra, nel 1799, i Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo… In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

Intrecciando il percorso dell’ascesa commerciale e sociale dei Florio con le loro tumultuose vicende private, sullo sfondo degli anni più inquieti della Storia italiana – dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia – Stefania Auci dipana una saga familiare d’incredibile forza, così viva e pulsante da sembrare contemporanea.

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Stefania Auci, trapanese di nascita e palermitana d’adozione è una scrittrice e insegnante di sostegno. Tra i suoi libri ricordiamo: Florence (Baldini + Castoldi, 2015) e La cattiva scuola (Tlön, 2017) scritto con l’amica e collega Francesca Maccani. Nel 2019 esce per Nord I leoni di Sicilia. La saga dei Florio. Per scriverlo l’autrice ha condotto numerose ricerche: ha setacciato le biblioteche, ha letto tutte le cronache giornalistiche dell’epoca, ha esplorato i possedimenti dei Florio e ha raccolto con puntiglio i fili della Storia che si dipanano tra abiti, canzoni, lettere, bottiglie, gioielli, barche, statue. E una realtà culturale che ha lasciato il segno non solo in Sicilia.

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