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L’AMICO SPECIALE di Luca Guardabascio

luglio 8, 2019

L’AMICO SPECIALE di Luca Guardabascio (Newton Compton): incontro con l’autore

Luca Guardabascio è un regista e sceneggiatore italiano. Lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti e le sue sceneggiature sono tradotte in tutto il mondo. Insegna Storia del cinema italiano in alcune università americane.

Per Newton Compton ha appena pubblicato “L’amico speciale“, un romanzo che narra dell’amicizia tra due ragazzi destinati a diventare troppo presto adulti, tra vicoli, strade e palazzi di una Palermo buia e violenta.

Abbiamo incontrato Luca Guardabascio e gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su questo suo libro. A seguire, potrete leggere il primo capitolo.

* * *

«Da che ho memoria ho sempre fatto due cose con piacere», ha detto Luca Guardabascio a Letteratitudine: «scrivere e giocare a pallone».
«Ho sempre giocato al calcio ovunque e, ancora oggi, quando vedo un pallone che rotola per strada, ho una voglia irrefrenabile di giocare; ho anche sempre sognato di fare lo scrittore e di far leggere le mie storie ad un vasto pubblico.
Ricordo i tempi in cui presso la scuola elementare Salita Ripa di Eboli, la maestra Lina Lamberti mi portava nelle altre classi a leggere le favole che scrivevo e, grazie a quelle letture, tante sono le amicizie speciali che durano ancora nel tempo e tanti i caratteri a cui attingere. Ero in terza elementare quando un giorno nei corridoi incontrai un ragazzino magro che mi sorrideva standosene a braccia conserte davanti la porta della IV C, lo chiamavano Misha.
-Perché ti hanno cacciato fuori?, gli chiesi.
-Perché salto sui banchi?
-E perché salti sui banchi?
-Perché lavoro al circo e sto in giro un po’ qua e un po’ là. Non riesco a stare fermo. Faccio la scuola dove capita. Tirò fuori delle pietre e le fece volteggiare passandosele da una mano all’altra. Mi disse che sarebbe rimasto a scuola solo per pochi mesi per poi andare in Molise a fare altri spettacoli.
-Di dove sei?
-Di Palermo ma lì non ci stiamo sempre, ci sono altri circhi. Ma la città è grande, bella, altro che qua.
Il pomeriggio giocammo a pallone e Misha era davvero un portiere fortissimo ed io, che ero un bomber provetto, non riuscii a fare nemmeno una rete. Dopo quel giorno ci furono numerose altre partite ma quando Misha stava in porta, io non riuscivo mai a segnare. Poi una mattina di febbraio se ne andò e non lo rividi mai più. La figura di Caschello de L’Amico Speciale è figlia del mio incontro e della mia breve frequentazione con Misha.
Quanto a Palermo, per anni ho pensato alla città siciliana come ad un posto da vedere e anche questo grazie al piccolo Misha.
Era il 1° luglio del 2000, avevo da poco compiuto 25 anni quando sbarcai a Palermo per la prima volta.
Ero in Sicilia per realizzare il mio primo documentario importante in un progetto di integrazione che metteva a confronto vari popoli dell’area mediterranea in uno scambio culturale tra palestinesi e palermitani. Io ero il regista-tutor italiano e accompagnavo anche un regista giordano ed uno egiziano.
Eravamo partiti nell’afa di luglio anche e soprattutto per raccontare la finale dell’Europeo Francia-Italia attraverso gli occhi di una città multietnica. Tutti davano l’Italia di Zoff per favorita, tutti tranne i francesi.
Palermo era una città in fermento, in crescita, in evoluzione, una città che si stava battendo per la legalità. Una metropoli, infine, talmente legata alla mia terra d’origine, la Campania che fu davvero semplice integrarsi. Su via Maqueda, i carretti dei robivecchi mandavano per tutta la mattina canzoni di Roberto Murolo, Sergio Bruni, Teresa De Sio o poesie di Eduardo.
La mia prima vera intervista a Palermo è stata ad un vecchietto, zio Nino, un pescatore di poche parole tifosissimo del Napoli di Maradona e amante di Mario Merola. Da buon “figlio ’e ’ntrocchia” che tradurrei con “persona che ha la faccia di bronzo”, dopo quell’incontro me ne sono andato per i vicoli di Palermo decantando il mio amore per la napoletanità, dal Maschio Angioino a Totò, dalla Pizza a Nino D’Angelo, da Sofia Loren al ragù al Cristo Velato. Se poi aggiungiamo che amavo il teatro dei pupi, avevo conosciuto Pino Caruso, non perdevo una puntata di Cinico Tv, avevo letto Tomasi di Lampedusa, tifato per Totò Schillaci, avevo una zia americana di nome Rosalia e, soprattutto, ero un fan di Franco e Ciccio, per me Palermo non poteva avere segreti. Già nel pomeriggio, invece, mi ritrovai a cospetto di una città unica, meravigliosa e molto più sfaccettata di quello che immaginavo, un luogo in cui perdersi perché pieno di differenze e di contrasti. Un giovane palermitano di nome Maurizio alla domanda “Come va il lavoro?”, rispose, “Dobbiamo ringraziare tunisini e marocchini che hanno aperto le pizzerie e hanno portato il lavoro ai palermitani”. Questa risposta creò un cortocircuito rispetto al sentire comune e divenne la chiave vincente del nostro documentario.
Palermo era un luogo magico, solidale, in cui tutte le culture trovavano uno spazio per far sentire la propria voce. Grazie alla risposta di Maurizio credo sia nata la voglia di studiare l’antropologia cittadina di quartiere in quartiere, che è stata il primo seme fecondo per la genesi de L’amico speciale.
La sera del 2 luglio in tv trasmettevano la finale dell’europeo Francia-Italia, noi con Totti e Del Vecchio in attacco e Del Piero che partiva dalla panchina, loro con Zidane, Henry, Djorkaeff e Dugarry. Presi da una gioia trascinante, tra centinaia di nuovi amici, eravamo tutti pronti a festeggiare mentre le nostre telecamere filmavano ogni cosa.
Ricorderete tutti com’è andata con il maledettissimo golden gol segnato da David Trezeguet al 13esimo dei tempi supplementari. Dopo il goal di Trezeguet, Palermo fu pervasa da un silenzio sconfortante. Eravamo per strada delusi e rammaricati quando venne sparato sul cielo del Foro Italico il primo fuoco d’artificio. Rispose il secondo dall’Arenella e ben presto la città fu illuminata a giorno.
-Che minchia ce ne fotte-, gridava la gente, -Li avevamo già comprati i fuochi.
Il clima di lutto fu sostituito dalla musica e Simarik (Kiss-Kiss) del cantante turco Tarkan invase via Ruggero Settimo. Sulle ali dell’entusiasmo ci spostammo in via Bara all’olivella, il centro della movida palermitana dove centinaia di ragazzi ballavano e cantavano “Siamo noi, i più forti dell’Europa siamo noi.” Non sembrava di aver perso un Europeo ma sembrava di aver vinto una guerra. Era un insieme di luci, colori, sentimenti, emozioni e tanti sorrisi. Alle tre del mattino eravamo tutti alla spiaggia dell’Arenella a fare il bagno e poi a giocare una partita a pallone: Italia –Palestina, risultato finale 8 a 8. Alle prime caldissime luci del mattino ci risvegliarono le voci dei pescatori che tornavano a riva e, dal molo in pietra su cui avevamo dormito, io fui folgorato da un gruppo di case che sorgevano su piazza della Tonnara, che è diventato il cuore pulsante del romanzo.
Non dimenticherò mai quella notte e non ho mai dimenticato Palermo, quel documentario che mi ha fatto vivere la città per tre lunghi mesi, mi ha fatto amare i vicoli, le persone, le facce, le abitudini, il cibo e la malinconia di un luogo sospeso tra benessere e povertà. Un esempio unico di melting pot dove chiunque può sentirsi un tassello importante per lo sviluppo sociale e culturale. Non ho conosciuto la Palermo di Falcone e Borsellino ma mi hanno raccontano che il loro sacrificio sia stata la molla per i cittadini per riprendersi la città. Devo essere sincero, in quei mesi ho anche cercato tracce del mio amico Misha ma nessuno aveva mai sentito parlare né di lui, né del suo circo.

Sono passati circa 20 anni dalla mia prima infatuazione per la città e ricordo anche la sera esatta in cui ho incontrato i giovani protagonisti del mio romanzo. Era la vigilia del festino di Santa Rosalia e il regista palermitano Paolo Iraci mi accompagnò di notte presso la cattedrale Santa Vergine Maria Assunta in Cielo, un gioiello architettonico che racchiude in sé millenni di storia. Mi mancò il respiro e il cuore mi salì in gola quando scoprii tanta meraviglia racchiusa in un unico monumento. Ricordo alcuni turisti americani passeggiare in tondo e poi in fondo due ragazzi sui dieci anni correre verso i Quattro Canti. Uno dei due faceva gocciolare il suo gelato alla stracciatella sull’asfalto. Noi decidemmo di filmare quelle macchie sul catrame e quei ragazzini dalle magliette a righe che si perdevano nella notte. Nella mia fantasia quelle figure sono sempre state Saro e Carmelo, i protagonisti dell’Amico speciale.
Sono tornato a Palermo molte volte ma solo nel dicembre del 2006, in un appartamento in Piazza delle Galline, ho iniziato ad abbozzare il plot e a scrivere i primi capitoli.
Volevo che L’amico speciale fosse un romanzo verosimile e il 60% dei protagonisti e delle storie che racconto li ho visti e le ho vissute davvero.
È stato un lavoro certosino, di grande attenzione, continuo pedinamento, ho camminato “vico-vico” per scoprire e scrivere la mia storia. Ho vissuto Palermo e ci sono ritornato tantissime volte in 19 anni spesso semplicemente per creare storie nella storia, che parlassero di luoghi che mi affascinano e commuovono, come Villa di Napoli, il mercato di Ballarò o le catacombe dei Cappuccini.
Sono ritornato bambino tra i vicoli di Palermo e ho dato sfogo a tutte le mie idee giocando con le mie paure, esplorando i miei sogni, riassaporando gioie e dolori della mia infanzia. Ad alcuni personaggi, in particolare, ho regalato alcune delle mie speranze.
L’amico speciale è un libro su cui ho investito tanto, perché è nato dal colpo di fulmine per una città, che si è trasformato in amore vero.
Sin da bambino avevo il sogno di diventare un calciatore o uno scrittore ma sono sempre stato dell’idea che la fantasia possa andare più lontano delle gambe di uno sportivo.
Da sempre amo descrivere quello che ho amato e rileggendo questo romanzo credo davvero di essere riuscito a strappare tante pagine all’infanzia per far rivivere anche ai lettori “l’eterno sogno della fanciullezza”, per citare Rod Serling e Stephen King.
Da bambino, con poche migliaia di lire in tasca, ho iniziato ad amare la letteratura grazie alla casa editrice che oggi mi pubblica: la Newton Compton. Conservo ancora il mio primo libro Newton Compton Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore di Edgar Allan Poe, che aveva un prezzo di copertina di 3900 lire e una prefazione di Gabriele La Porta. Sin dalla prima adolescenza ho divorato le 100 pagine a 1000 lire, partendo da Freud per finire con Oscar Wilde, passando per Thomas Mann, Darwin, Bierce, Virginia Wolf ed Ettore Petrolini. Era quello che mi potevo permettere all’epoca ed è lì che ho conosciuto la letteratura e il sapere non scolastico.
Lettura dopo lettura immaginavo di vedere un giorno il mio nome su una copertina Newton ed oggi, nel 2019, il mio sogno si è avverato.
Quando ho ricevuto la prima telefonata dalla Newton Compton per la pubblicazione de L’amico speciale ho urlato di gioia come quando segnavo un gol, perché è stato come realizzare un sogno che nutrivo sin da bambino.
Mesi fa, magia dei social, ho anche ritrovato Misha. Lui si ricordava delle mie favole e di quelle partite in cui non riuscii a segnargli nemmeno un gol. Vive a Tolone in Francia, si chiama con il suo vero nome e insegna giocoleria. Mi ha promesso che comprerà il mio libro e io gli ho detto che se tornerà in Italia organizzeremo una partita a pallone con i ragazzi delle scuole elementari. -Mi metterò in porta ma ti prometto che durante la partita leggerò il tuo libro, magari in questo modo riuscirai a segnarmi almeno un gol, mi ha risposto.
Prima di chiudere gli ho spiegato che ho ambientato il romanzo a Palermo, la sua città.
Dopo un attimo di silenzio mi ha risposto -Io non sono di Palermo.
-Come non sei di Palermo? Ma se ho sempre pensato che…
-Stavamo sempre in giro, che ne so, magari sono nato per strada
-Ma allora perché mi hai detto Palermo?
– Non mi ricordo, penso perché mi piacesse molto e poi ognuno si sceglie una città per nascere o rinascere, ha concluso felice.
Ho sorriso. Sì, è vero, Misha, è proprio vero».

* * *

Il primo capitolo del romanzo

 

Capitolo 1
Le creature della Tonnara

In strada i pescatori discutevano degli incassi del giorno appena trascorso e cercavano di piazzare l’ultimo pescato regalandolo per pochi spicci alle donne del rione.
I bimbi magri e abbronzati giocavano distraendosi sotto i raggi dorati del sole che li proteggeva e li accudiva; quei pupi erano come figli di nessuno, gridavano, si insultavano e ridevano per strappare ancora attimi di spensieratezza all’inevitabile miseria che di lì a poco li avrebbe soffocati.
I bimbi della Tonnara di quel sole erano figli e della sua luce si nutrivano occhi e sorrisi macilenti.
Erano tutte creature senza speranza di rincasare per riempirsi lo stomaco con le briciole.
«Le briciole, scavando qua e là… si trovano sempre», raccontava un vecchio di passaggio mentre con una mano si riparava dai raggi del sole e con l’altra si toccava la pancia.
Era quasi ora di pranzo. «I briciole, mangiamu i briciole», gridava il grosso Carmelo mentre gli altri bambini continuavano a rincorrersi senza prestargli ascolto.
Carmelo era stupido, “scimunito” si diceva, e tutti lo chiamavano ’u Cinese a causa dei suoi particolarissimi tratti somatici.
Le briciole, però, non riempiono “le panze” e proprio per questo motivo “le creature” bevevano tanta acqua.
“Le creature”. Era proprio così che le vecchie del quartiere parlavano dei bambini della Tonnara.
Erano più vispi di una trottola, mai domi nei piccoli giochi che quotidianamente regalavano alle loro giovani vite. Di tanto in tanto si fermavano in cerca di acqua per ricarburare e tornare a scatenarsi, forti della loro impavida incoscienza.
Eccoli tutti in fila a tracannare a labbra aperte quella fresca e dissetante che sgorgava dalla cannula del “fontanone”, un piccolo tubo che spruzzava energia pura. Qualcuno teneva l’acqua in bocca e la sputava in faccia agli altri. Carmelo era una vittima designata di questi scherzi; a volte rideva, altre piangeva. Quel giorno, ad esempio, se ne restò fradicio e felice perché tutti decisero di schizzarlo. Carmelo amava le attenzioni anche se a volte gli procuravano malanni e dispiaceri.
«Meglio non abituarsi a mangiare tanto, altrimenti si diventa viziati».
«Lo stomaco più mangia più ne vuole e questo fa male al cervello».
«Si sa che la panza piena ha sempre reso meno esperti e furbi gli uomini», motteggiavano i saggi del rione giocando a briscola su quei tavolinetti di legno accroccati davanti ai portoni.
La piazzetta della Tonnara era un ammassarsi di teste canute o calve che passavano le giornate a sputare sentenze e dispensare insulsi consigli concludendo con la solita frase: “Era megghiu quannu stavamu peggiu”.
Erano tutti ex pescatori cotti dal sole nella pelle e nelle idee, a cui i giovani lupi di mare, rispettosi di un passato glorioso, regalavano il pescato avanzato dopo ore di mercato.
I saggi, in quel micromondo, se ne stavano tutto il giorno a babbiare e a scommettersi i pochi centesimi che le mogli o le figlie si erano sudate.
Le donne, da par loro, lavoravano sino a tarda età.
Rammendavano, cucinavano, vendevano cose. Raccoglievano pomodori o frutta nei campi e alcune di loro, nonostante vivessero al mare, conoscevano soltanto il rumore sinistro che l’acqua faceva in inverno. Gli altri uomini, quelli che si credevano furbi, tornavano dalla città verso il tramonto con la pancia già piena e la gola ben annaffiata dall’alcol. Avevano relazioni clandestine, affari da sbrigare, contatti da prendere o Gratta e Vinci da consumare con un pezzo da due centesimi.
Le famiglie più fortunate facevano un pranzo completo una volta a settimana, al massimo due se c’era una festa particolare o una partita di calcio che i mariti avevano voglia di seguire a casa, davanti alla TV.
I bambini erano belli, nonostante la fame e le escoriazioni che andavano ammucchiandosi di gioco in gioco su braccia e gambe. Le crosticine, dopo qualche giorno, prendevano il posto del sangue vivo e si tramutavano in miriadi di bassorilievi stampati su quelle carni giovani ed elastiche.

Saro, dieci anni e ventisette denti in bocca, si distingueva dai suoi compagni perché amava lo studio ed era arrivato senza intoppi all’esame di quinta elementare prendendo un tondo distinto, tutta farina del suo sacco. Non era molto studioso, ma tra i suoi coetanei, di sicuro, era quello che brillava maggiormente per furbizia, intelligenza, curiosità e per il desiderio di vestire l’uniforme da carabiniere, come suo zio Mario.
Mario, il fratello della mamma di Saro, era appena stato in guerra, almeno così raccontava il bambino confondendo una missione di pace con le battaglie pirotecniche che vedeva in TV nei film con Vin Diesel, Steven Seagal o Jean-Claude Van Damme.
Ora però la madre aveva dovuto vendere “l’apparecchio televisivo” in cambio di due giorni di spesa al mercato.
In assenza di immagini in movimento, il ragazzo non faceva altro che rileggere vecchie cartoline spedite dallo zio e stipate in un cassetto. In particolar modo si faceva rapire dalla foto che troneggiava su una parete dello stretto corridoio marroncino. Saro fissava quella foto come se tutto il resto per lui non avesse importanza. La luce polverosa e bianca filtrava dalle imposte in legno per infrangersi sulle gambe nude del ragazzino. I pescatori giù in strada gridavano ancora in cerca degli ultimi clienti.
Molti chiamavano Saro con il soprannome di “Napulione”, non perché conoscessero il personaggio storico, ma perché il bimbo era nato all’ospedale Cardarelli di Napoli.
La mamma era andata a trovare lo zio Mario, ferito in modo superficiale in uno scontro a fuoco; un po’ il viaggio, un po’ il clima o l’acqua del caffè di Napoli, Saro era venuto al mondo ventotto giorni prima della data prestabilita, con grande sorpresa da parte di amici e parenti.
Come tutti i bambini della sua età che non sanno cosa desiderare veramente dal futuro, sognava semplicemente di diventare grande ed essere come lo zio Mario, il quale aveva ottenuto una medaglia per aver arrestato nella città partenopea il boss siciliano Garetta e il suo tirapiedi Mimì Cardullo.
Da quel fatidico giorno, lo zio Mario non era più tornato a Palermo.
Per la famiglia di Saro, tirare avanti con la consapevolezza di avere tra i congiunti un tutore dell’ordine, era diventato alquanto complicato. Ora però, nessuno ricordava più il boss Garetta, ucciso da un tumore al fegato tre anni dopo l’arresto.
Saro aveva incontrato Mario solo una volta e, in quell’occasione, aveva ricevuto dallo zio dieci euro in regalo. Era stata una parentesi fugace, all’aeroporto di Catania, poco prima che lo zio partisse per l’Iraq. Nonostante la brevità dell’evento, il ragazzo non si era tolto mai dalla testa quello che lo zio gli aveva consigliato: «Mi raccomando Saro, studia e vattene da qui».
Poco prima di Pasqua, il ragazzo aveva scritto un tema, Cosa farò da grande, in cui aveva citato lo zio carabiniere come esempio da seguire nella vita.
La maestra era stata molto magnanima quel giorno e, nonostante qualche strafalcione, il tema di Saro era stato letto nelle altre classi come esempio di speranza e rettitudine. Ma quando era stato analizzato in casa, non aveva suscitato lo stesso effetto, anzi la voce di suo padre, Paolo Pianella, sembrava strozzata da un groppo in gola: «Carabiniere?». E dopo quella domanda l’uomo si era chiuso in un silenzio malinconico per diverse settimane.
Il papà di Saro aveva una testa da toro e un collo più grande delle sue ginocchia, per questo era soprannominato “Paolone”. Era un povero diavolo, con la speranza che il figlio da grande potesse fare un mucchio di soldi senza andarsi a cacciare in “affari da sbirri”, che da tutti erano considerati disdicevoli, per usare un termine assonante al pensiero più diffuso.
Paolone, del resto, odiava lo zio Mario in maniera a dir poco viscerale, come tutti quelli che avevano perso il posto in seguito all’arresto del boss Garetta.
Da quando era venuto al mondo, Saro non aveva mai visto il padre lavorare per più di tre giorni consecutivi; fuggire da quel marasma, quindi, doveva essere l’unica condizione per garantirsi un futuro.

Carmelo ’u Cinese, anni prima, aveva avuto a che fare con una rivoltella. Suo nonno gliela aveva mostrata in un cassonetto insieme a delle bende insanguinate. Allontanandosi da quella scena, il vecchio aveva intimato al nipote di guardarsi bene in futuro dal maneggiare simili “affari”.
«Chidda è peggio ‘ra mieidda, è pericoloso, si chiama fierru», aveva concluso il brav’uomo. Carmelo, nel suo piccolo, era un ribelle: più aveva paura delle cose, più ne veniva incuriosito. Quando Saro gli parlava di armi, ad esempio, provava un senso di spavento misto a gioia. Il cuore gli saltava in gola per l’emozione che provava al ricordo di quello che il nonno gli aveva raccomandato. Eppure Carmelo era attirato da tutte le cose proibite.
Il Cinese era un ragazzino talmente curioso che prima di capire che una cosa fosse davvero pericolosa o disgustosa, doveva assaggiarla. Per ben due volte aveva masticato del veleno per topi e in tredici anni di vita aveva già collezionato nove lavande gastriche.
Carmelo e Saro erano amici da troppo tempo per ricordarsene. La loro amicizia si era consolidata proprio quando Saro aveva conosciuto lo zio Mario. Era stato dal racconto di quell’avvenimento che il Cinese aveva iniziato ad ammirare Napulione.
Ogni maledettissimo giorno che i due si incrociavano, Carmelo ripeteva sempre la stessa domanda, «’u fierru?», e Saro sorrideva e si inorgogliva sognando un futuro da carabiniere.
Da quando il padre era tornato in carcere, Saro aveva appeso la foto dello zio Mario al muro. Un uomo, agli occhi del ragazzo, grande e irraggiungibile come un supereroe.
Nello scatto zio Mario imbracciava una mitraglietta, felice e fiero come tutti quelli che amano il proprio lavoro. Almeno così si ripeteva Saro.
In quello scatto la pistola si vedeva appena, scendeva lungo un fianco, brillava nel sole a picco di un deserto arabico.
«Saro…».
La voce di mamma Lucia risuonò nel corridoio.
«Io esco a fare la spesa, tu che fai?», chiese Lucia.
«A casa».
«Non esci con gli amici? Ti chiamano».
In effetti, in una mattina afosa come tante, tra una scazzottata e l’altra, Luigi “il Rosso”, Aldo “lo Sfregiato”, Ninì “Faccia i Surciu” gridavano a squarciagola il nome di Saro.
Le loro urla si confondevano con il vociare grosso e invadente di pescatori e clienti per disperdersi oltre il respiro del mare. Solo Carmelo, negli attimi di silenzio, riusciva a portare la sua litania fin sopra l’appartamento di Napulione e, a ogni tre volte che ripeteva: «Saro…», aggiungeva: «’u fierru!», quindi rideva battendo le mani.
«Carmelo, statti zitto», urlò una vecchia rugosa e vestita di nero dall’antro del suo portone. La vecchia rammendava la federa gialla e arancio di un cuscino già consunto; che altro poteva fare quella donna per ammazzare il tempo? Avrebbe rammendato tutte le cose appartenenti al passato almeno finché il tempo non avesse consunto per sempre anche lei.

La madre di Saro, scarna in volto e dagli occhi profondi, celava nello sguardo la malinconia di chi è dovuto crescere troppo in fretta, costretta a tirare su un ragazzino quando avrebbe dovuto ancora giocare, sposare un uomo per non restare sola. La donnina entrò nel triste corridoio della loro bassa casetta di trenta metri quadri sita al numero 14 di via della Tonnara e osservò il figlio restando con le mani lungo i fianchi.
«Mamma?»
«Che?»
«Me la porti la mortadella?».
La donna scosse il capo ma non riuscì a guardare il figlio negli occhi. Saro rimirò la foto dello zio e chiese, accendendosi in viso come una lampadina: «Quando torna?».
La madre si irrigidì corrucciata, osservò la foto per un attimo e rimase in silenzio.
Saro riprese: «Allora, quando torna?»
«Allora che? Quando torna… torna. Mica quello torna da noi».
«Lo telefoni?»
«Dove lo telefono, nel deserto?».
Saro allora tirò fuori dai calzoni un foglio stropicciato e lo consegnò alla madre. I due si avvicinarono pian piano.
«Che fu?»
«La lettera dello zio, disse che tornava in questo mese».
«Quando arrivò?»
«Sempre quella è! L’ultima».
«Quella quale? La prima?», domandò la donna evitando di toccare il foglio, nemmeno fosse maledetto.
«Sempre una è! Il numero è qua! Ora lo puoi chiamare».
«E cu c’u dice a to pà?»
«Papà?», gracchiò il ragazzo con aria di sufficienza. «Papà se voleva non si faceva mittiri rintra».
Lucia attese un millesimo di secondo, cercò di capire se il figlio avesse detto sul serio quello che aveva sentito quindi, rossa in volto, sferrò al monello un ceffone che risuonò sordo nell’appartamento. Il ragazzo aggrottò semplicemente le sopracciglia, ma restò ritto e immobile con gli occhi fissi sulla madre.
«Si fici mittiri rintra pi’ ttia», urlò Lucia cercando di placare la rabbia.
Proprio così: Saro, più di una settimana prima, aveva rubato al mercato del rione un bel po’ di roba tra cui una mortadella e due galline che avevano perso piume sino allo scrostato portoncino color cachi di via della Tonnara numero 14. Una volta portato a casa il bottino, il padre era parso orgoglioso: «’U picciriddu non sarà mai come a chiddu dà», si era esaltato con la moglie.
«’U picciriddu rubò! Lo devono mittiri rintra a dieci anni?», aveva esclamato la donna disperata.
«Chiste non sunnu rubberie, chisti sunnu prestiti», aveva risposto l’uomo all’esile moglie mentre Saro scavava con il dito nel mattoncino di mortadella e si rimpinzava leccandosi il grasso dalle dita.
A Saro non interessava quello che il padre aveva appena detto, aveva fame e basta. Ma quando si furono seduti al tavolo di legno apparecchiato nella stanza da letto, sia i vigili che il furioso ambulante irruppero in casa senza troppi convenevoli: «Chi ha rubato mortadella e galline?».

Paolone, il papà di Saro, era un buon cristiano ma miserabile come tutti quelli cresciuti negli anni Settanta presso il Borgo Vecchio di Palermo; da piccolo aveva fatto il chierichetto solo perché nonno Salvatore lo spingeva a rubare ostie e vino benedetto, pasto frugale ma sostanzioso per le panze e lo spirito. Quando don Carlo non resse più i furtarelli di Paolone, lo cacciò dalla parrocchia. Fu allora che il robusto ragazzo, per paura di prenderle dal padre, si portò a casa la cassetta dell’offertorio dei devoti di san Rocco. Quando la polizia bussò al numero 31 di via Ammiraglio Rizzo, nonno Salvatore con i soldi di san Rocco aveva già comprato un vestito gessato e tre damigiane di Nero D’Avola. Il mefistofelico e ossuto nonno Salvatore di fronte alle accuse dei carabinieri scosse il capo, considerò il figlio uno sciagurato, infine pianse quando don Carlo tuonò: «Paolo è un piccolo demonio». E alla richiesta di restituirgli i soldi, Salvatore rispose, battendosi il petto, che non li aveva mai visti e tirò calci e pugni a quell’infame del figlio. Paolone non si discolpò, rispettava troppo suo padre e intanto le buscava di santa ragione. Sperava solo che i fratelli mangiassero qualcosa con quel furto. Il ragazzone guardò sua madre, donna Assunta, la quale non profferì parola mentre Salvatore lo picchiava sotto gli occhi atterriti di don Carlo e dei carabinieri, che riuscirono a stento a fermare la furia omicida di un uomo che aveva perso l’orgoglio conquistato in tanti anni di disoccupazione e ozio.
Sì, nonno Salvatore non aveva mai fatto niente nella vita se non giocare a carte e barare con gli amici per vincere un bicchiere di rosso. Donna Assunta, sua moglie, si spezzava la schiena raccogliendo pomodori in estate e ricucendo abiti sdruciti durante tutto il resto dell’anno. Non si intromise nemmeno quando Paolo fu portato in riformatorio, ma si adoperò a sfamare con noci e castagne gli altri figli. Frutta acquistata con i pochi spicci del furto che era riuscita a salvare dagli sperperi del marito.
In quell’occasione Paolone fu condotto in una casa di rieducazione, dove rimase per circa un anno.
A quattordici anni conseguì persino la licenza elementare presso quel riformatorio. Il padre, la sera stessa dell’arresto del figlio, per festeggiare quella bocca in meno da sfamare, andò a dormire con la piacente Carmelina. Il servizio gli costò duecento lire. Il giorno dopo Salvatore tornò da Carmelina e le regalò una damigiana di Nero d’Avola per fare ancora l’amore. Il terzo giorno le donò il gessato nuovo convincendo la donna a farlo due volte: una per la giacca e una per i calzoni. Il quarto giorno Salvatore dormì con la moglie Assunta e dopo nove mesi nacque Giacomo, l’ultimo dei cinque fratelli di Paolone. Giacomo nasceva mentre Carmelina moriva di parto per dare alla luce l’unica figlia femmina e illegittima di Salvatore, una “cretina” adottata dalle monache che tutti chiamavamo “zì Cuncetta Diotallevi”. Tutti sapevano che Cuncetta era figlia di Salvatore anche se nessuno lo diceva ad alta voce. Le monache accolsero la bimba appena nata e cercarono di farla crescere nel timore di Dio.
Zì Cuncetta Diotallevi da ragazzina non parlava quasi mai e, quando poteva, svolgeva la stessa professione della madre defunta tanto che le monache erano spesso costrette a nascondere i frutti del peccato. Passati i trent’anni la donna prese a parlare in maniera davvero logorroica. Complice di questa apertura sociale fu la fugace relazione con un uomo brillante e divertente, tale Alcide Costanzo, che a vederlo oggi, finita la relazione, sembrava una scopa spelacchiata abbandonata in uno stanzino. Cuncetta Diotallevi era magra come uno spillo, aveva due occhi neri bellissimi e i baffi. Comunque, brutta o piacente che fosse, appena qualche disperato aveva un paio di euro, andava a farci un giro. Questo succedeva finché la zia non si era definitivamente fidanzata con un certo ragionier Salvi.

Quando Paolone, trentotto anni dopo essere stato portato in riformatorio, vide irrompere in casa sua vigili e ambulante, si ricordò quell’anno terribile e non se la sentì proprio di accusare suo figlio; si alzò in piedi incolpandosi prontamente del furto dell’insaccato, poi prese una busta di plastica, ci mise dentro pigiama e spazzolino e, a testa bassa, seguì le guardie scagionando il figlio.
«Papà si fici arrestare per mangiare tutti i iuorna in carcere», concluse Saro con disprezzo. La madre non si aspettava di certo un commento del genere da parte del figlio.
Era pronta a caricare un altro ceffone ma alla fine scosse semplicemente il capo e imboccò l’uscita.
«Stasera cicoria! U capisti? Cicoria! E mettiti in’ta capa di andare a faticare. To patri è un santo e non si merita uno stronzo di figlio come a ttia! Devi faticare da domani, capisti? Trovati una fatica».
«Se… se …», rispose Saro e quell’affermazione fu un misto di negligenza e protesta.
Detto questo, Lucia diede le spalle al figlio e uscì di casa. Il ragazzo per la rabbia sferrò un calcio al comodino nel corridoio e capovolse una foto che ritraeva quel “sant’uomo” di papà Paolone in compagnia dei suoi quattro fratelli.
Era una foto degli anni Ottanta e tutti i protagonisti erano avvolti in camicie floreali. Se ne stavano rigidi e sudati, intenti a fissare l’obiettivo in attesa di uno scatto che doveva avere l’aria di essere quasi un’esecuzione capitale. Erano tutti tesi, tranne zio Giacomo che sorrideva con aria da furbetto. Ora aveva trentasette anni, faceva il becchino e guadagnava bene.
Aveva iniziato a lavorare presso la ditta Ultim’ora della famiglia Tornabuoni a soli undici anni. Il titolare dell’attività funebre, un certo Lietto Tornabuoni, morì sette anni dopo l’assunzione del ragazzo, schiacciato da un catafalco in radica di noce che si staccò dal soffitto planando proprio sul cranio dello sfortunato direttore.
Una cassa extralarge con maniglie in ottone fracassa il cranio all’imprenditore Diletto Tornabuoni conosciuto come Lietto. Ignote le cause dell’incidente. Così titolò la cronaca locale e persino qualche giornale di quelli che si trovano dal barbiere dedicò alla storia un trafiletto con tanto di foto del defunto.
Quell’enorme pezzo di legno intarsiato di ricami e “cape d’angelo” era il vanto da esposizione di Lietto e della ditta Tornabuoni.
Era stato Lietto stesso a fissare il catafalco con delle funi che, “probabilmente, i topi rosicchiarono di notte”, almeno così si espresse la Scientifica.
A quel tempo Marina, la primogenita di Lietto, si era già innamorata di zio Giacomo e, dopo un anno esatto dal decesso del padre, i due convolarono a nozze.
Zio Giacomo aveva il nasone, era sbarbato e si pettinava alla Ringo Star; la moglie Marina, portava le basette lunghe che lasciava appena intravedere oltre i capelli biondo pallido che sapevano di cenere e tuorli d’uovo.
Topi o non topi, quando lo zio Giacomo seppe che Lietto, prima di morire, aveva avuto la visita di “certi signori di malaffare” con cui aveva fatto lo sfacciato, non riuscì a mandar giù cibo per diversi giorni. Poi decise il da farsi: si pettinò all’indietro, si fece crescere i baffi e ospitò spesso quei signori donando loro parte dei suoi introiti. I signori, in cambio, gli offrirono protezione e furono così gentili da mettere loro stessi un altro catafalco in esposizione. Questa volta “la cassapanca funebre” fu fissata con catene di ferro a ben tre metri e sei centimetri d’altezza, proprio sopra il banco dei conti e, nonostante il becchino fosse puntuale con i pagamenti, non sostava quasi mai all’ombra di quel “coso”.
Saro odiava davvero quella foto del padre con gli zii e, appena ne aveva l’occasione, la rigirava o la riponeva in un cassetto. In quello scatto i fotografati sembravano tanti mafiosi colti in flagranza di reato.
Saro attraversò lo stretto corridoio con lentezza, prese la lettera dello zio Mario, ripassò a memoria il numero di telefono scritto a metà pagina e si ritirò nell’unica stanza della casa.

Mentre rileggeva la lettera dello zio, sentì squillare il telefono. Solo uno squillo. Qualcuno doveva aver sbagliato numero, ma quello fu il segno che il bambino aspettava. Si illuminò e pensò al da farsi. Tornò nel corridoio, si appoggiò contro la carta da parati gonfia di umidità, alzò la cornetta dal comodino e di getto compose il numero di telefono. Silenzio. Mentre cercava di ricontrollare il foglio per vedere se aveva digitato bene, sentì che la linea era libera.
Fu un tonfo al cuore.
«Pronto? Pronto…».
«Pronto Lucia, sei tu?»
«Zi…». La saliva gli si fermò in gola. «Zio Mario?»
«Saro! Saruzzo», gridò lo zio entusiasta.
«Sì, sono io! Sono Saro», rise il ragazzo.
«Saro, bello. Sto in Italia! Chiami da casa, vedo».
«Sì… dove sei?»
«A Catania, ci devo stare altri cinque o sei giorni. Stiamo in quarantena. Capito che è?», continuò Mario dopo alcuni secondi di silenzio.
«E che sono scemo? Per paura delle malattie del deserto».
«Bravo, Saro!».
«Zio, ti chiamo, che se vuoi venire a casa… Mio padre l’hanno arrestato e mamma è triste».
Mario non si scompose.
«Vi servono soldi?»
«No zio, vieni qualche giorno da noi, per favore».
«Saro, non lo so, ti parlo da uomo a uomo. Ho una ragazza e… fa il soldato pure lei…».
«Mamma è felice se vieni con lei. A volte dice “pecché nun si sposa chiddu?”, e pure papà ripete: “Si sposasse chiddu!”», concluse Saro.
Mario sorrise perplesso. «Nemmeno Mario mi chiamano più?»
«Mai. Dicono solo “chiddu”… Solo io ti chiamo zio Mario ma quando ti nomino, me pà si incazza».
Mario rise di gusto.
«Tu gli devi voler bene a tuo padre».
Saro non parlò subito.
«Dai! Vieni zio, vado in albergo se vieni».
«Ok. Ok. Saro, lo sai che ci sono troppi problemi per tornare ma… ci provo a passare per un caffè e… tua madre?»
«Mamma è qua e piange perciò non te la passo…», mentì spudoratamente incrociando le ginocchia, «ma pure lei dice che se ci vuoi salutare devi venire quando papà non c’è».
«Va bene, va bene Saro, ti credo. Se posso… passo! Ti piace sempre sparare?»
«Sì, anche di più».
Mario salutò con affetto il nipotino e riagganciò.
Saro saltò di gioia tanto che la casa vibrò come scossa da un terremoto, quindi si precipitò in strada andando a sbattere contro Carmelo.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro

Tra i bambini della Tonnara, un quartiere povero di Palermo, Saro spicca per la sua intelligenza. Ha solo dieci anni ma sogna in grande: vuole fare il carabiniere come suo zio Mario, nonostante l’odio che il padre nutre per quell’uomo e per la divisa che indossa. Il migliore amico di Saro, Carmelo, detto ’u Cinese, è un tredicenne affetto da sindrome di Down, che vive in una povera casa insieme alla nonna. I loro giorni trascorrono in strada, tra giochi sotto il sole, le angherie dei ragazzi più grandi e piccoli furti, quando la fame si fa sentire. Finché una sera tutto cambia. In fuga da casa insieme con Carmelo, dopo aver assistito a una scena che lo ha sconvolto, Saro attraversa Palermo in un viaggio che dura una notte. Una notte costellata di incontri con chi inizia a vivere quando cala il buio: un professore costretto a lavori umilianti per pagare i suoi strozzini, una vecchia signora che ormai vive di fronte alle slot machine, una prostituta sola e sfruttata ma capace di regalare affetto ai due ragazzini. E mentre il quartiere si desta, preoccupato per la loro scomparsa, e ribolle per vecchi dissidi esplosi tra i suoi abitanti, Saro e Carmelo si trovano ad affrontare un evento più grande di loro. Una fuga iniziata anche per gioco può avere un epilogo tragico. In una Palermo affascinante e contraddittoria, in cui si stagliano personaggi violenti ma anche figure profondamente umane, la storia di un’amicizia intensa, capace dei gesti più eroici.

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