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I FRATELLI MICHELANGELO di Vanni Santoni (intervista)

luglio 13, 2019

I FRATELLI MICHELANGELO di Vanni Santoni (Mondadori): intervista all’autore

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di Massimo Maugeri

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza, 2011), Muro di casse (Laterza, 2015), La stanza profonda (Laterza, 2017, candidato al Premio Strega). Per Mondadori ha pubblicato la serie Terra ignota (2013-14) e L’impero del sogno (2017). Dirige la narrativa di Tunué e scrive sul “Corriere della Sera”.
Per Mondadori è uscito di recente il nuovo romanzo di Vanni Santoni (foto in basso di Carlo Zei), intitolato “I fratelli Michelangelo“: un libro piuttosto corposo (612 pagine) e articolato, ma al tempo stesso assai fluido e godibile; un grande affresco famigliare che di certo occupa una posizione di primo piano nella produzione narrativa del suo autore.
Ho chiesto a Vanni di parlarmene nell’ambito di questa intensa chiacchierata.

– Caro Vanni, partiamo dall’inizio (come in genere faccio quando “chiacchiero” sui libri). Come nasce questo tuo nuovo romanzo “I fratelli Michelangelo”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?

L’idea di scrivere un romanzo corale di un certo respiro, ambientato in tanti luoghi nel mondo, la covavo da tempo: dopo Gli interessi in comune – circa il quale possiamo dare un atteso annuncio: tornerà finalmente in libreria il prossimo autunno, questa volta per Laterza –, che era già corale ma ambientato solo in Valdarno, abbozzai un libro che poi non ha mai visto la luce, in cui c’erano due fratelli che giravano l’Europa: il fratello era un perdigiorno che faceva una sorta di Interrail fuori tempo massimo, la sorella una raver che girava i luoghi più improbabili del continente al seguito delle carovane free tekno (ripensandoci, fu lì che cominciai a elaborare la mia esperienza in quel mondo e quindi ad affrontare temi emersi poi più dettagliatamente in Muro di casse). Quel progetto alla fine fu accantonato, anche perché era appena arrivata la proposta di Laterza per un “Contromano” che divenne poi il fortunato Se fossi fuoco arderei Firenze, ma nel 2012, prima di buttarmi sulla saga di Terra ignota, mi tornò l’idea di provare a fare il “grande romanzo”, un’idea che si manifestò sotto la forma di tre immagini scollegate tra loro. Nella prima c’era un tizio che andava a trovare un suo amico in un carcere di un paese in via di sviluppo, e scopriva che gli avevano rotto tutti i denti… Era una scena narrativamente interessante perché chi non ha denti parla in modo ridicolo: c’era un contrasto tra l’estrema drammaticità della cosa e il fatto che fosse buffa… Cosa che la rendeva ancora più tragica. Chi erano quei due? Perché uno era dentro e l’altro fuori? Da quelle domande sarebbero nati Louis Michelangelo e il suo amico-socio Carlo Felici.
La seconda immagine nasce da un gesto: un giorno, mentre stavo guardando la mia biblioteca, mi prende l’idea di trascrivere tutti i volumi in mio possesso, di fare una sorta di catalogo. Mi misi a trascrivere i vari titoli, e la cosa affascinante fu che di ogni libro subito si legava a dei frammenti di biografia; mi ricordavo dove l’avevo letto, comprato, o chi me lo aveva regalato, prima ancora del contenuto. Questa scena la troviamo in piccolo nella parte di Enrico: lui a un certo punto va alla casa dei genitori a San Giovanni Valdarno e vede dei libri, specialmente quelli che lo avevano persuaso a fare Lettere, e inizia a capire che forse erano arrivati in casa attraverso Antonio Michelangelo. Lì ovviamente ho cambiato tutto: i libri di Enrico non sono per forza i miei preferiti; alcuni sì, ma tendenzialmente sono sia i libri più adatti a lui e al suo carattere, sia una sorta di legenda dei testi citati all’interno del libro stesso. Tutto l’apparato intertestuale, invece di essere posto in una nota finale con un elenco di libri citati, sta dentro la biblioteca di Enrico – che potrebbe, alla luce di ciò, essere il “vero autore” dei Fratelli Michelangelo.
Terza immagine: un medico, donna, potente, una primaria, alla fine della giornata di lavoro in ospedale dice alla caposala di voler stare in pace; si chiude nell’ambulatorio, si fa un’inframuscolo con la ketamina dell’ospedale e si scioglie nel più totale rilassamento. Da questo nucleo è nato il personaggio di Aurelia, primaria del San Raffaele di Milano; poi però il personaggio ha preso tutt’altra direzione: lei è una donna rigorosa che non ruberebbe mai un farmaco dal proprio posto di lavoro per farne uso voluttuario, quindi questa scena è scomparsa; ma l’idea di un personaggio medico che stesse in una posizione un po’ esterna ai fatti nasce da lì.

 

– Il libro scorre in maniera rapida, ma è molto corposo. Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

A partire da questi primi embrioni, che mi sembravano avere un potenziale di ampiezza, ho lavorato per circa un anno e mentre sviluppavo Enrico e Louis è nata anche la figura di Cristiana. Un’altra cosa che volevo fare era approfondire il mondo dell’arte contemporanea, àmbito di cui mi affascina in particolare il suo essersi liberato dal medium. Puoi usare tutto: la pittura, la scultura, i video, le foto, il corpo, i luoghi, i più diversi materiali, fino alle parole, alle pure idee… Questa è una grande cosa, anche se può portare l’arte più concettuale (e ovviamente tutta l’arte concettuale poco riuscita) ad accuse di “fuffa”. A metà dei lavori di Cristiana, apparve Rudra: un’altra cosa che mi interessava era quella di raccontare l’anima di un mistico nella testa e nel corpo di uno che mistico non è per niente – e neanche un filosofo. Ripresi i lavori nel 2015, dopo i due Terra ignota ma anche dopo Muro di casse: lavorai tutto l’anno a I fratelli Michelangelo, definendo meglio le figure dei protagonisti: le parti di Enrico e di Louis le avevo quasi tutte scritte; Cristiana cresceva molto, e un pochino anche Rudra. Apparve allora, nella forma che ha oggi, anche Antonio Michelangelo: la chiamata del padre doveva essere all’inizio quello che Hitchcock chiamava “MacGuffin” – il pretesto per scatenare gli eventi. In realtà poi Antonio Michelangelo si è rivelato essere un personaggio molto più grande della funzione che volevo fargli assumere e ha preso spazio fino ad avere una posizione centrale. Ho interrotto di nuovo i lavori nel 2016 per scrivere La stanza profonda, dopodiché ho lavorato negli ultimi due anni a questo: quindi ci sono voluti sette anni in tutto perché l’arco è da inizio 2012 a inizio 2019, ma contando solo il “tempo reale”, ai Fratelli ho lavorato quattro anni, sebbene anche quei periodi senza toccare il testo siano serviti a “covarlo”.

 

– In genere faccio molta attenzione alle citazioni in epigrafe dei libri… perché come dico spesso ai nostri amici ascoltatori forniscono una sorta di chiave di lettura del testo. All’inizio del libro leggiamo quanto segue: “He stood and call’d / His Legions / […] / In Vallombrosa, where the Etrurian shades / High overarch’d embower…”. Cosa puoi dirci in proposito?

Si tratta di un passaggio dal Paradiso perduto, che, al di là delle linee simboliche e interpretative che getta sul romanzo, ho voluto mettere perché il capolavoro di John Milton fu in parte scritto proprio a Vallombrosa, presso il Paradisino, l’eremo al centro di uno dei sogni di Antonio Michelangelo. L’epigrafe nasconde anche un gioco ulteriore, dato che il “lui” che “si alza e chiama le sue legioni”, un po’ come Antonio Michelangelo chiama a sé i figli, in Paradiso perduto è Lucifero.

 

– Proviamo a conoscere qualcosa dell’uomo che è all’origine di tutto… questo grande manager aziendale e artista che ha chiamato a raccolta i figli. Che tipo d’uomo è Antonio Michelangelo? Come lo descriveresti ai nostri lettori?

Quando ne ho definito i tratti pensavo a figure, prettamente novecentesche, di uomini d’azienda capaci anche di essere artisti affermati, come ad esempio Volponi, ma poi, come sa chi ha letto I fratelli Michelangelo, il personaggio è diventato molto più istrionico di simili modelli, a tratti quasi cialtronesco, e ha trovato però anche un afflato ulteriore nella sua vocazione spirituale. Il suo nome, invece, nasce – ben prima di scoprire che i primi cognomi “Michelangelo” furono registrati al censimento del 1861 e quindi di arrivare a tutte le cose che quel cognome porta con sé nel libro – dal ribaltamento di Michelangelo Antonioni, dato che in una fase ancora anteriore non immaginavo un eclettico, un uomo universale minore, versato in tutto (oltre che uomo d’azienda) ma davvero geniale in niente, ma un genio in un solo campo. Le cose sono poi cambiate quando ho capito che sarebbe stato più interessante – e anche meno riducibile a una semplice dimensione allegorica – così.

 

– Prima di approfondire la conoscenza degli altri personaggi del romanzo, e dunque dei fratelli Michelangelo, vorrei che ti soffermassi un po’ sul luogo dove i fratelli sono chiamati a raccolta. Questa località in mezzo ai boschi della Toscana: Saltino di Vallombrosa (citata, peraltro, in epigrafe)… dove c’è Villa Fortuna. Che luogo è? Come lo descriveresti?

È stato chiaro molto presto che Vallombrosa doveva essere il luogo in cui il padre attirava i figli, sia perché era un luogo della mia infanzia che non avevo ancora pienamente sfruttato narrativamente, sia perché ha in sé vari livelli simbolici: è una località che ha subito una quantità enorme di decadenze; nel Medioevo era un polo fortissimo della cristianità, e i Vallombrosani, prima venire cooptati dagli Olivetani, erano un ordine che aveva anche una certa potenza politica; la località è stata poi riscoperta dai romantici proprio per i suoi elementi medievali e per la sua foresta (i monaci vallombrosani importavano semi da tutto il mondo e li portavano lì, così la foresta di Vallombrosa non è fatta di piante endemiche della Toscana: in basso, se scendi giù verso Pietrapiana, è pieno di castagni e aceri, ma se vai su nella foresta ci sono douglas, abeti bianchi, rossi, addirittura sequoie – e non molto tempo fa è stato scoperto l’albero più alto d’Italia, un abete douglas di Vallombrosa; diceva Bernhard che la Germania è un pezzo d’Asia misteriosamente emerso in mezzo all’Europa: ecco, potremmo dire che Vallombrosa è un pezzo di Germania misteriosamente emerso in mezzo alla Toscana); ci finì Milton e ci passarono i romantici, da Byron a Shelley a tutti gli altri. Dopodiché, nei primi del Novecento, Vallombrosa, a causa di quell’eco romantica, diventò il luogo di ritrovo del jet-set: la nobiltà e l’altissima borghesia andavano lì in villeggiatura, alla “stazione climatica”, dove si sviluppò una ricettività spropositata che, ancorché per lo più fatta di edifici abbandonati, è ancora lì: abbiamo il Grand Hotel, l’Hotel Croce di Savoia, il Grand Hotel Acquabella, più altri alberghi più piccoli e colonie per l’infanzia, per tacere del Casinò, che era proprio a “villa Fortuna” (che nella realtà si chiama villa Formenti) e della miriade di ville e villette che ne punteggiano i dintorni. È la ricettività di un posto di vacanza che d’estate potrebbe avere migliaia di ospiti, ma quell’epoca d’oro durò pochissimo: dopo la Prima Guerra Mondiale, con l’annessione dell’Alto Adige, presero piede le Dolomiti e le Alpi e nessuno si filò più i mille metri di Vallombrosa. Negli anni Ottanta fu tentato un piccolo rilancio turistico: venne creato un “centro polivalente”, venne scavata una zona vicino a Cascina Nuova e creato un residence sullo stile dei posti in cui si scia, a Monte Lori venne avviato un altro edificio residenziale che non fu neanche finito… Ci fu, insomma, una speculazione edilizia effettuata vendendo l’idea che ci sarebbe stato un grande rilancio di Vallombrosa, rilancio impossibile perché la località non ha le attrattive che cercano i moderni vacanzieri.

 

– I fratelli sono cinque… ma soltanto in quattro rispondono all’appello del padre. La primogenita Aurelia decide diversamente… Cosa puoi dirci da questo punto di vista?

Forse, come è stato scritto citando Lacan, Aurelia è l’unica che è riuscita a far “evaporare il padre”. Nei primissimi progetti doveva avere una sua “parte”, ma ben presto è stato chiaro che lei, classe ’55, figlia di primo letto di Antonio e oggi primaria, non sarebbe mai andata a Vallombrosa, perché ha già preso le misure di quell’uomo. Gli altri invece, nati tra il ’70 e l’81, hanno tutti almeno una buona ragione per andare, non necessariamente di riconoscimento: c’è chi spera in un’eredità, chi vuole prendere il padre per il collo, chi semplicemente conoscerlo dato che non l’ha mai visto – anzi, neanche sapeva di esser figlio suo.

 

-Proviamo a conoscere qualcosa di questi quattro fratelli: Enrico, Louis, Cristiana e Rudra.
Cominciamo da Enrico… sappiamo che Enrico è cresciuto nella convinzione di essere figlio di un altro uomo, sta passando un periodo in Israele proprio alla ricerca delle radici del suo presunto padre; di Louis sappiamo che cerca di sbarcare il lunario svolgendo lavoretti in un villaggio turistico di Bali, sappiamo anche che ha cercato di portare avanti attivit
à imprenditoriali nel subcontinente indiano e che è stato coinvolto in traffici illeciti; Cristiana, tra i figli, è quella che forse ha ereditato la componente artistica del padre… solo che vive questa sua ambizione artistica in maniera forse un po’ troppo ossessiva girovagando da un luogo di tendenza all’altro; Rudra è un biologo, ama lo sport, lavora in una scuola materna e ha sposato un ragazzo svedese…

L’idea da cui sono partito era semplicemente quella di raccontare aspetti anche molto diversi della contemporaneità: volevo partire da una serie di lavagne bianche e vedere dove sarei arrivato. Una volta capito, almeno in modo astratto, in che ambito si sarebbero mossi, ho cominciato a metterli in scena e “provarli” e lì l’esigenza principale era trovare la voce – e ancor più che la voce, la visione del mondo – di ciascuno. La loro coagulazione come personaggi coincide con l’ordine in cui si incontrano nel libro, sebbene quell’ordine derivi da altre riflessioni: c’è un “movimento” di avvicinamento al padre, da chi neanche lo conosce – Enrico – fino a chi non ha particolari attriti con lui come Rudra; c’è lo schema dei quattro purushartha, le quattro vie vediche alla realizzazione personale, in cui il primo, la realizzazione attraverso il piacere sensuale, è rappresentato da Enrico, il secondo, la realizzazione economica, da Louis, il terzo, la realizzazione artistica, da Cristiana, e il quarto, la realizzazione spirituale, da Rudra; c’è una progressione dei tempi del narrato – di Enrico si raccontano gli ultimi giorni, di Louis gli ultimi mesi, di Cristiana gli ultimi anni, di Rudra tutta la vita; etc. Credo, infine, che l’ordine in cui sono nati, che corrisponde all’ordine in cui appaiono, derivi anche dal loro “genere narrativo”: pur intersecandosi e concatenandosi, la parte di Enrico è (anche) una sorta di romanzo di formazione sentimentale; quella di Louis un’avventura picaresca; quella di Cristiana quasi un trattato sull’arte contemporanea nascosto dentro una vicenda di ambizioni frustrate e ricerca di un’identità; quello di Rudra un racconto mitologico/sapienziale (per quanto fatto di eventi ordinarî).

 

– Che tipo di India emerge, nell’ambito della parte della narrazione dedicata alle vicende di Louis…?

È l’India che ho vissuto. Molto lontana sia dai cliché sia dalle aspettative che possono arrivare a partire da certe narrazioni e mitologizzazioni. Sapevo che prima o poi sarebbe tornata utile in un romanzo.

 

-Senza svelare troppo… cosa puoi dirci sulle ragioni di questo incontro e su come i fratelli Michelangelo reagiscono a questa convocazione?

Avendo scritto tre romanzi fantastici ho capito, confrontandomi con quel pubblico, che lo “spoiler” è peccato mortale, quindi posso solo dire che reagiscono con perplessità, diffidenza e in alcuni casi curiosità – oltre che con aspettative molto diverse tra loro.

 

-Cambiamo pagina e andiamo in casa Tunué. Cosa bolle nella “pentola letteraria” della collana di narrativa che dirigi per Tunué?

In questo momento siamo concentrati sul lancio del comparto della collana dedicata alla narrativa in traduzione, diretto da Giuseppe Girimonti Greco. Il primo titolo, Biliardo sott’acqua della brasiliana Carol Bensimon, è uscito per il Salone, mentre in autunno arriverà il secondo, Mio padre era un uomo sulla terra e in acqua una balena, esordio tra Hieronymous Bosch e Tim Burton della svizzera di lingua tedesca Michelle Steinbeck. Nel frattempo è appena sbarcato in libreria anche un nuovo esordio italiano, Talib, o la curiosità, di Bruno Tosatti, romano classe ’87, già finalista all’ultimo Premio Calvino, un romanzo assolutamente atipico, quello che avrebbe scritto Voltaire se fosse stato un giocatore di Dungeons & Dragons.

 

– Torniamo al tuo nuovo romanzo: “I fratelli Michelangelo”. C’è un collegamento con i tuoi precedenti libri, o è un’opera del tutto slegata alla tua precedente produzione narrativa?

Non so se questo libro sarà come Gli interessi in comune, che dai protagonisti ha generato storie su storie e addirittura interi romanzi (tra i protagonisti di Muro di casse, La stanza profonda e L’impero del sogno ci sono Iacopo, il Paride e il Mella, che già figuravano nel gruppo degli Interessi in comune). Di certo in questo il collegamento col mio “Extended Universe”, come è stato chiamato, esiste solo a livello di piccoli addentellati, come il personaggio di Parvati Rosenmann o la comparsata che fa Cristiana Michelangelo bambina nella Stanza profonda, ma sono tutti collegamenti minori attraverso, appunto, comprimari; di fatto, tutti i protagonisti dei Fratelli Michelangelo sono personaggi nuovi e autonomi.

 

– L’ultima domanda la dedichiamo alla copertina del romanzo (anche le copertine sono importanti… e anche le copertine hanno una “funzione narrativa”). Come commenteresti la copertina de “I fratelli Michelangelo”?

imageLa copertina è una delle opere che compongono la serie delle Overpainted photographs di Gerhard Richter, oggi considerato il massimo pittore al mondo. Sono molto contento del fatto che Mondadori sia riuscita a ottenerla, dato che la commistione tra foto analogica, con l’effetto nostalgia dato dalla sfocatura, e perturbazione data invece dall’elemento pittorico, mi sembra molto adatto al libro – ed è pure facile proiettare i piccoli Cristiana e Rudra Michelangelo nei bambini in foto (che sono in realtà i figli di Richter), visto che la differenza di età tra i due è più o meno la stessa.

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La scheda del libro

Una galleria di personaggi memorabili, ognuno geniale e fragile a modo suo; un intreccio tanto solido quanto imprevedibile; una penna che spazia con maestria tra i registri letterari.

«Così si avviano verso la villa, l’inquietudine che comincia a prenderli tutti e quattro, a renderli consapevoli che tante premesse, e una notte come quella passata, non possono non preludere a qualcosa di inusuale, forse clamoroso, magari terribile»

Antonio Michelangelo è un uomo che ha attraversato il Novecento: dirigente di alcune delle maggiori aziende del paese, artista riconosciuto in più campi, i suoi risultati pubblici sono eguagliati solo dai disastri privati che è riuscito a inanellare. Un giorno, dopo anni di silenzio, i suoi cinque figli, avuti da quattro diverse compagne, ricevono da lui un solenne invito a raggiungerlo a Saltino di Vallombrosa, la località in mezzo ai boschi della Toscana dove si è ritirato. Quattro di loro – Enrico, Louis, Cristiana e Rudra –, ognuno con aspettative diverse, si mettono in viaggio da Tel Aviv, Bali, Londra e Stoccolma per partecipare a questa misteriosa riunione familiare. Santoni ci racconta le vite dei quattro fratelli e li conduce uno dopo l’altro verso l’appuntamento col padre: Enrico, cresciuto nella convinzione di essere figlio di un altro uomo, sta passando un periodo in Israele proprio alla ricerca delle radici del suo presunto padre; Louis si barcamena da anni tra lavoretti in un villaggio turistico di Bali, tentativi imprenditoriali nel subcontinente indiano e traffici illeciti; Cristiana, ossessionata dall’ambizione di emergere nella scena dell’arte contemporanea, si sposta convulsamente tra le capitali europee di tendenza in cerca di una svolta; mentre Rudra, sportivo e biologo, si è trasferito giovanissimo il più lontano possibile dalla sua famiglia disfunzionale, ha sposato un ragazzo svedese e oggi lavora in una scuola materna. Per la prima volta nella storia della famiglia, i fratelli saranno sotto lo stesso tetto: cosa vuole da loro Antonio Michelangelo? È forse in fin di vita? Vuole disporre delle sue ultime volontà? Oppure ha deciso di rivelare ai figli qualcosa di importante, terribile, inconfessabile? Una galleria di personaggi memorabili, ognuno geniale e fragile a modo suo; un intreccio tanto solido quanto imprevedibile; una penna che spazia con maestria tra i registri letterari: siamo di fronte all’opera della maturità di un romanziere puro, capace di costruire un’epica familiare contemporanea degna del Wes Anderson dei Tenenbaum e del Franzen delle Correzioni.

 

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