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LO STATO DELL’ARTE di Demetrio Paolin (recensione)

luglio 15, 2019

LO STATO DELL’ARTE di Demetrio Paolin (Autori Riuniti)

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Demetrio Paolin, uno scrittore che scrive del corpo mettendoci tutto il proprio corpo

di Gianluca Barbera

Anni fa ricevetti per email un romanzo erotico in forma anonima, ancora inedito. Dopo poche pagine riconobbi l’autore e gli scrissi: ammise che era stato lui a mandarmelo per mettermi alla prova. Ci sono autori dotati di uno stile inconfondibile. Demetrio Paolin è uno di questi. Non si tratta di come costruisce le frasi, ma di come pensa, di come vede il mondo. Lo riconosci subito. Lui stesso ne è consapevole: “Cosa ci si aspetta da me? Penso di averlo abbastanza chiaro: una narrazione disturbante, ma chiara e nitida nelle forme, quasi banale, con alcune immagini forti e uno sguardo disperato sul mondo”. Ecco cosa fa dire al protagonista (suo alter ego) del secondo dei due racconti che compaiono nel volumetto “Lo stato dell’arte”, pp. 54, Autori Riuniti. Il suo personaggio confessa di essersi stancato di scrivere perché tutti si aspettano da lui la ripetizione di uno schema. Nel momento in cui scrivere è diventato un lavoro e il suo stile un marchio di fabbrica, si è sentito privato della libertà creativa, e di molto altro. Una volta scrivere era divertente perché gli faceva volgere lo sguardo, continua. Poi è successo che le sue parole sono diventate pubbliche, quelle parole pubbliche sono piaciute e la gente ha cominciato a vedervi delle cose profonde e interessanti; “delle cose che io non vedevo, ma che mi sentivo in dovere di replicare”. Con il passare degli anni il divertimento è svanito. È subentrata la noia. Poi, all’improvviso si è reso conto di quanto quella sensazione fosse piacevole. “Di quanto fosse bello non desiderare nulla, non voler far nulla, far passare le ore una dopo l’altra senza dire, senza immaginare. Annoiarsi come una pianta, un sasso, una nuvola nel cielo, annoiarsi come una mucca al pascolo”. E così ha scoperto di desiderare di “essere come gli alberi nel bosco, immobili per anni e millenni”, vivendo senza che nessuno se ne accorga. Eppure, mentre il personaggio ci confessa tutto questo, ecco che nel frattempo il racconto, quasi inavvertitamente, è partito, ha preso il volo. E così, mentre ci dice di essersi stancato di scrivere, Paolin ci regala un racconto coi fiocchi (“Il quadrato nero di M.”), tremendamente doloroso come sono tutte le cose che scrive. Un racconto incentrato sul colore nero, simboleggiato dal famoso quadrato nero di Malevic e da una donna di colore legata a un letto in attesa di essere seviziata. Così come l’altro racconto, “L’ospite”, che introduce il libro, è dedicato al colore bianco. Ma torniamo al nero. “Perché un uomo decida di prendere una tela di 80 cm per 80 cm e la dipinga tutta di nero non lo so” osserva il personaggio; che subito dopo va con la mente a una giornata trascorsa alla galleria sabauda con un’amica. Si imbattono nel “Vecchio che dorme” di Rembrandt. Da lontano non vedono che un riquadro nero con un puntino bianco nel mezzo. Ma quando si avvicinano ecco comparire il volto di un uomo, e poi tutti gli altri dettagli. È una rivelazione: le cose non sono ciò che sembrano, se si impara a guardare. Osservandole da un’altra angolazione, cominciano svelarci a poco a poco i loro segreti. Lo stesso vale per il quadro nero di Malevic: “più lo guardi e più ti sembra di intravedere qualcosa in quel nero”. Forse tutto quel nero rappresenta “la nera notte dell’amato di San Giovanni della Croce, il profondo e inebriante desiderio dell’unione tra Dio e l’uomo”. Chi può dirlo? In fondo chi scrive non desidera altro che rappresentare la realtà. Si tratta solo di trovare la propria strada. Di quel racconto non rivelerò altro, bisogna leggerlo.
Nel primo racconto invece, intitolato “L’ospite”, un artista di fama internazionale, Max, acquista un capannone nella campagna e ne fa il suo atelier. Ma è chiaro da subito che ha in testa qualcosa. Che cosa? Si tratta di un uomo non comune, enigmatico, solitario. Uno che ha accuratamente evitato di legarsi a una donna perché “come può una donna amarti se una tua performance consisteva nello stare nudo in una teca con le sanguisughe che ti succhiavano il sangue davanti a gente estranea che ti guardava?”. Il bianco è il protagonista del racconto, dicevo. Ma attenzione: a ben guardare il bianco è “un colore subdolo, non è la semplice somma di tutti colori, come si pensa, così come il nero non è l’assenza di ogni colore. Il bianco è il panico, quel sentimento che produce la natura quando si mostra senza infingimenti: bianco è il corpo di suo padre morto sul letto, bianca la bara del figlio del suo migliore amico, bianchi sono i denti che lo azzannano nei sogni, che gli lacerano le carni, bianco è ciò che si vede prima di morire. Il nero serve per far vedere quanto è tremendo il bianco, quanto è silenzioso e furente il bianco che arriva e ti inghiotte. Il bianco non è puro, lo sembra a uno sguardo distratto, ma ogni cosa bianca ha una forma di corruzione, un movimento; e lascia un segno, che essendo bianco non noti, ma esiste”. Queste riflessioni non sono ovviamente fine a se stesse, ma condurranno il lettore davanti all’altare su cui si celebrerà il rito purificatorio finale, preannunciato dai numerosi segnali sparsi lungo tutto il racconto. È nella quasi perfetta solitudine di quel luogo lontano dal mondo (interrotta solo dalla fugace apparizione di una donna prima e di una volpe poi) che Max mette mano alla sua ultima opera, quella definitiva e irripetibile, nella quale si celebrerà l’assoluto attraverso l’annichilimento del corpo. Il tema dei corpi ritorna sempre in Paolin. Si tratta di un racconto terribilmente crudo, al limite del tollerabile. Una discesa nella tenebra. Ma stranamente questa tenebra è bianca, rappresentata da un rapimento di luce (“In realtà era un impostore e del suo corpo gli interessava una cosa sola: la capacità di ingoiare la luce come un buco nero”). E tutto questo mentre il personaggio entra in relazione con una piccola volpe che, vinta la paura, lo avvicina ogni giorno un poco di più. Ma non come la volpe di Saint-Exupéry (“Che enorme bugia è quel libro”). Al contrario: “Mi interessava che venisse, non che io la vedessi: non mi interessava diventasse mia, ma che io e questo luogo diventassimo suoi (…) Io non ero più un pericolo o un altro animale che aveva invaso il suo territorio, io ero semplicemente parte della natura: non c’era nessuna differenza tra me, le piante dell’orto, le frattaglie che lasciavo per cibo. Ero diventato naturale, ero un essere vivente, ma non ero più un essere umano”. Aggiungere altro non si deve. Bisogna leggere, toccare con mano. La cosa davvero sorprendente nella produzione narrativa di Paolin è l’impossibilità di interrompere la lettura, tanto magnetico è ciò che scrive. Una lettrice, leggendo “L’ospite”, gli ha scritto che non riusciva ad andare avanti, tanto era il dolore. Quando un libro è capace di provocare simili sprofondamenti significa che è pienamente riuscito nel suo intento. Paolin soffre infinitamente a scrivere, lo si percepisce: scrive di corpi e lo fa con tutto il corpo, mettendoci tutto il proprio essere, e questa attività lo consuma. Ci auguriamo altri cento di questi libri da parte sua.

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