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A MALI ESTREMI di Valeria Corciolani

luglio 16, 2019

A mali estremi (La colf e l'ispettore Vol. 3) di [Corciolani, Valeria]A MALI ESTREMI di Valeria Corciolani (Amazon Publishing): incontro con l’autrice

Valeria Corciolani, scrittrice nata a Chiavari, dove vive, ha pubblicato diversi volumi a partire dal suo primo romanzo uscito nel 2010 per Mondadori e intitolato “Lacrime di coccodrillo”.

Nel suo nuovo romanzo, “A mali estremi”, tornano la colf e l’ispettore che hanno conquistato i lettori in “Acqua passata” e in “Non è tutto oro” (Amazon Publishing).

Abbiamo incontrato Valeria Corciolani per chiederle di raccontarci qualcosa su “A mali estremi“…

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«Alma Boero e Jules Rosset, conosciuti dai lettori come “la colf e l’ispettore”, sono una coppia alquanto improbabile, lo so, eppure pare che funzioni!», ha detto Valeria Corciolani a Letteratitudine. «Credo che l’idea sia sbocciata proprio mentre pulivo casa (due figli adolescenti, un marito sempre di corsa e un felino, avete presente?) insomma, mi son trovata a pensare: in fondo, chi meglio di una colf riesce a infilarsi nelle pieghe più nascoste delle vite altrui? E così ha preso vita Alma Boero che, volente o nolente, con il suo lavoro entra in questi micro universi e scopre inevitabilmente “cose”. E poi chi c’è di più invisibile di una donna delle pulizie?
Così, quando Jules Rosset – spigoloso ispettore valdostano trapiantato per scelta nel salmastro della Riviera Ligure – incontra Alma, intuisce subito di aver trovato il grimaldello perfetto per infilarsi dove le reticenze del suo capo e la burocrazia delle indagini non gli permetterebbero mai di arrivare. Ovviamente non ha fatto i conti con lei, che con quattro figli, un ex marito dall’altra parte del mondo e una suocera lombrosiana, puntigliosa e un po’ sciancata a carico, be’, non è che freme per farsi impelagare nelle faccende di questo ispettore invadente e testardo, anzi, ne starebbe volentieri alla larga.
La colf e l’ispettore nati con “Acqua passata” e sono stati accolti con un tale entusiasmo da trasformarsi in una serie (che ho preferito racchiudere in sei romanzi in tutto, con l’intento di soddisfare senza arrivare a stancare) in cui il quotidiano, la vita familiare, i luoghi, le persone, tutto si impasta e si mescola con l’indagine, che diventa quasi un pretesto per raccontare ciò che mi affascina di più: la vita. Infatti Alma e Jules di romanzo in romanzo cambiano, sia nel loro rapporto, sia con chi gli sta intorno. E continueranno a farlo, forse perché da lettrice non amo il seriale “cristallizzato” dove tutto si ripete all’infinito senza modificarsi: i miei personaggi si muovono in una realtà in continuo divenire che a volte muta anche il loro modo di vedere e affrontare le cose (o “la prospettiva”, come direbbe Alma) e poi nei romanzi precedenti accadono fatti che li toccano da vicino e inevitabilmente li trasformano, così ogni storia diventa una “nuova storia”.
Proprio come succede nella vita.
Ah, per questa dissennata mania di etichettare tutto per generi la serie è inserita nei “Gialli Thriller”, faccenda che un po’ mi mette a disagio, anche perché in ordine alfabetico sono accanto alla C di Carrisi, Camilleri, Connelly… ecco, appunto, capite bene che ciò potrebbe creare, un certo tipo di aspettative, per questo vorrei precisare che tra le mie pagine non troverete scene splatter, omicidi efferati, spietati serial killer, anzi il più delle volte vi farete delle grasse risate. Insomma tutto è stemperato con un pizzico di sana ironia: quella forza che ti spinge a buttarla sul ridere, anziché buttarti giù. Comunque vada.
Sapete come si dice no?, lettore avvisato… infatti eccovi un estratto»

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Un estratto di A MALI ESTREMI di Valeria Corciolani

«Eccheccavolo» sibila tra i denti Alma, incespicando al buio su qualcosa che staziona, in solitario e incongruo abbandono, in mezzo all’ingresso di casa. Alma si chiude la porta alle spalle, posa il borsone, appende il piumino ancora avvolto nell’alone freddo della libecciata e si china a raccogliere con due dita il corpo del reato. Anche se l’odore avrebbe già dovuto metterla sulla buona strada.
Trattasi, infatti, di semplice e letale scarpa: nella fattispecie un’Adidas bianca lunga come una portaerei, facilmente riconducibile al 46 di piede dei gemelli Luca e Paolo. A quale dei due appartiene potrebbe scoprirlo con un semplice raid ricognitivo della soletta interna, ma… ma a dirla tutta ora non ne ha proprio voglia, ecco.
Sa che non è educativo, eh, che dovrebbe lasciarla lì dov’è, quella zattera di scarpa, quindi tirarli giù dal letto, metterli naso e occhi sul misfatto, imbastire la ramanzina, infilzarli con l’evidenza dei fatti, rosolarli nel senso di colpa, rispedirli a letto marchiati a fuoco dal disonore, ché sono diciassette anni che martella la doppia prole con i basilari dell’ordine per una sana e serena convivenza. Solo stamattina, camminando scalza fino al bagno, si è dolorosamente stigmatizzata un tallone con una pinna di Barbie Magia dei Delfini, per dire che ce n’è anche per le gemelle Marta e Maria, ecco.
Ma stasera no, non ce la può fare. È stanca morta, l’ufficio di via Remolari, dalla cui pulizia è riemersa or ora, era un pianto. Pure l’albero di Natale vero hanno fatto gli sciagurati, costipandolo di palline e festoni in una strage annunciata di aghi, pagliuzze argentate e resina, dato che lo hanno balordamente piazzato nei trentadue centimetri quadrati scarsi compresi tra la porta d’ingresso e la sala d’attesa. Siamo solo al dieci di dicembre e ’sto povero abete espone calvizie così drammatiche e rami penduli così desolanti che nemmeno irrigandolo giornalmente con l’acido muriatico si sarebbe giunti a ottenere un tale effetto post-atomico.
E comunque non si tratta solo di stanchezza, è che a lei l’atmosfera natalizia la destabilizza, le allenta le certezze, le confonde le coordinate e ha la capacità di sturarle, dal sifone profondo e tortuoso dei sentimenti, tutto il sedimento melmoso e putrido che ha faticosamente spinto giù. Insomma, da un po’ di anni il Natale la pervade di un vago retrogusto di lavandino ingorgato che non le cade per niente bene, ecco.
Quindi no, stasera non ha proprio voglia di impelagarsi in discussioni educative e filosofie moraleggianti. Figurarsi! Potesse, mollerebbe pure lei tutto sul pavimento dell’ingresso, si infilerebbe sotto la doccia per poi strisciare fin sotto al piumone in un dodici ore di sonno possibilmente senza sogni o, se non se ne può proprio fare a meno, almeno lisci e tranquilli, ché il più delle volte il suo cervello si produce in una cavalcata onirica da lasciarla al risveglio più prostrata di quando è andata a dormire.
Perciò Alma infila la scarpa da ginnastica nella scarpiera, poi già che c’è piega le due felpe che giacciono scarmigliate sul divano, raduna le carte del Monopoli che le gemelle hanno lasciato sparse sul tappeto e impila i quaderni dove hanno fatto i compiti, districa un fastello di auricolari dei gemelli e li raccoglie in tre piccole matasse compatte e perfettamente suddivise. Tutte cose che normalmente la manderebbero in bestia, facendole digrignare i denti con l’affabile tolleranza di un T-Rex, ma che ora ingoia e resetta con la noncurante calma di un bonzo tibetano.
«Guarda che io le avevo lasciate lì a bella posta, eh» la fa sobbalzare la voce roca dell’Alfonsina, comparsa all’improvviso alle sue spalle.
Alma fissa per un attimo la suocera che, così paludata nella lunga camicia da notte di flanella, il cipiglio austero e arpionata al trespolo del girello nel cono d’ombra ritagliato tra gli stipiti, le pare il gufo impagliato di una natura morta fiamminga.
«Allora?» la riscuote perentoria l’Alfonsina. «Devono pensarci loro a farlo, non tu.»
«Lo so, Alfonsina, lo so» sospira stanca Alma, spostando con un piede lo zaino di Luca. Insomma, si era messa a raccattar cose per risparmiarsi la fatica di questionare con i figli e adesso le tocca render conto al puntiglio intransigente della suocera. «È che stasera non ho la forza di discutere e tantomeno di forgiare caratteri. Voglio solo infilarmi sotto le coperte, spegnere il cervello e bon. Avrei potuto lasciare tutto lì e organizzare la ramanzina domani, ma solo l’idea di un risveglio impostato in modalità “raid” mi sfibra ogni risolutezza. Per una volta possiamo fare finta di niente? Che ne dice, le va una tisana con il miele di castagno? Me ne ha appena portato un vasetto la segretaria del dottor Fusco, sa, quella che viene da Rezzoaglio…» mercanteggia Alma iniziando a trafficare con tazze e pentolini.
«Marta e Maria prima di andare a letto questionavano su san Giuseppe…» cala giù vaga l’Alfonsina, strascicando le ciabatte fino al tavolo di marmo della cucina.
«Ah, e da quando in qua il povero Giuseppe, che non se lo fila mai nessuno, è diventato argomento dei loro pensieri?» domanda perplessa Alma, scucchiaiando il miele dentro alle tazze.
«A quanto pare la faccenda del padre putativo di Nostro Signore, unita al colpo di scena della madre di Rebecca, sai, quella che si è risposata con grande sciato l’altro sabato con il magnate della mostarda?, le ha colpite, ecco…» arranca l’Alfonsina, prendendola larga. Cosa che non le si addice affatto, ragiona Alma, sentendosi pizzicare la nuca da un debole, ma persistente, segnale d’allarme.
Sì, perché se c’è una che sfodera, attacca e stende senza remore, precisa come una nemesi, quella è sua suocera. Quindi come mai questo dire e non dire, questi velati cenni e questo farneticare di padri e matrimoni, senza arrivare al punto? Perché un punto chiave c’è, e non si tratta certo di san Giuseppe, tantomeno del magnate della mostarda entrato a piè pari nella famiglia di Rebecca Leonardini della prima C.
Alma si blocca con la tazza a mezz’aria.
O forse sì?
«Oh. Cacchio…» espira, cominciando a cogliere il bandolo.
«Ecco, appunto» ondeggia la testina rapace l’Alfonsina, che ha seguito tutto il tic toc di sinapsi della nuora fino a contatto avvenuto. «Ma niente di drammatico, per ora, solo valutazioni e considerazioni» cerca di edulcorare lei, che si sente quasi in colpa, solo per il fatto stesso di aver procreato quel deficiente di suo figlio Enrico. Carne della sua carne, allevato a suon di morale martellata e buon senso marchiato a fuoco nel midollo. E invece? Eh, invece eccolo lì a piantar su la boiata delle boiate, la regina delle mascalzonate. Una serpe in seno, ecco cosa è stato Enrico, si macera dentro l’Alfonsina. L’eroe che va dall’altra parte del mondo per un lavoro che pareva la fine del mondo, un sacrificio, sì, ma un sacrificio per il bene della famiglia! Già, peccato che poi questa famiglia – Alma, Luca e Paolo, le gemelle ancora piccolissime – se la sia dimenticata, puff, in un amen, come passarci sopra un colpo di spugna. Così, cancellati con la gomma, candeggiati via, estirpati senza colpo ferire da una nuova donna con cui poi arrivano nuovi figli, nuova vita, nuove responsabilità… E chi è rimasto qua?
E passi lei, vecchia e sciancata e con un carattere “impegnativo”, diciamolo, ma Alma, i ragazzi… eh? Ma come può Enrico vivere come se il prima non fosse mai esistito, non passa giorno che non si torturi l’Alfonsina, come si fa a decidere coscientemente di depennare gli affetti dalla propria vita? E lei, la madre che ce l’ha avuto sotto il naso per trent’anni, ma come diavolo ha fatto a non accorgersi di niente? Proprio lei, tra l’altro, che delle forme del volto, di zigomi e sopracciglia, delle attaccature del naso, di tutte quelle pieghe e rughe lombrosiane ne ha fatto da anni la sua lettura preferita, eh, come mai su suo figlio non ha arguito tutto quello che c’era da arguire? Per mettere in guardia, trattenere, evitare…
O forse no, sarebbe stato tutto inutile, ché lo srotolarsi della vita segue vie che noi non riusciamo a prevedere, tantomeno ad arginare, sospira tra sé l’Alfonsina, sbirciando la nuora tra i vapori della tazza.
Alma tiene lo sguardo a mollo nella tisana al tiglio: le pare una fatica immane anche il solo pensiero di ciò che le manca ancora da fare prima di infilarsi a letto. A che pro poi, se già lo sa che dopo questo colpo di mannaia serale, arrivatole a tradimento tra capo e collo, non chiuderà occhio. Tanto vale accasciarsi qui, sul tavolo di marmo della cucina, in attesa dell’oblio. Perché è stata cieca, stupida ed egoista, come poteva pensare di viverla male solo lei quest’atmosfera vischiosa di melassa natalizio-familiare, dove tornano a galla nodi mai sbrogliati e bocconi amari mai digeriti?
Che è pazzesco, a rifletterci, come se durante il resto dell’anno uno non ci pensasse mai. Figurarsi, ci pensa eccome, anche più del dovuto… eppure, chissà perché, non fa così male. Sarà la magia del Natale. Nell’accezione più cupa del termine.
«Bene allora» arranca a malincuore Alma, posando le tazze vuote nel lavello «sarà meglio andare a letto. C’è di buono che, data l’ora, abbiamo forse esaurito i flagelli giornalieri.»
«Ah, mentre eri al lavoro ha telefonato l’ispettore Rosset» getta invece la granata finale l’Alfonsina «non ti trovava sul cellulare e gli ho detto che lì nell’ufficio che stavi pulendo, tra i muri spessi di via Remolari, il segnale non prende. Vuole che lo richiami subito domani mattina. Aveva una voce che te la raccomando. Va ben, e con questa mi ritiro. Uh, ora non fare quella faccia!, ché anche il sole del giorno peggiore tramonta, suvvia» derapa con il girello verso le camere l’Alfonsina.
Mah, a voler essere precisi il sole sarebbe tramontato da circa sei ore, eh, sospira Alma, ma ora è troppo sfatta per mettersi a polemizzare anche sui proverbi. No, dico, pure un Rosset in allerta ci voleva. Per dire che ai guai non c’è mai fine, ecco.

(Riproduzione riservata)

© Amazon Publishing

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La scheda del libro

L’ispettore Jules Rosset deve rinunciare ad Alma, la colf dallo “sguardo” speciale?

È una fredda sera di metà dicembre quando alla Radici & Figli, azienda di arte sacra, divampa un incendio. I resti di un cadavere carbonizzato e una misteriosa scritta in arabo sono gli elementi con cui l’ispettore Jules Rosset si ritrova a fare i conti. Come se non bastasse, Alma ha altri pensieri per la testa.
Per fortuna il Natale si avvicina e Rosset può approfittarne per riappropriarsi della sua collaboratrice più preziosa insinuandosi nelle pieghe più imprevedibili di questa misteriosa vicenda. A mali estremi, estremi rimedi.

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Valeria Corciolani è nata e vive a Chiavari, con marito, due figli, un geco e un gatto di nome Elwood, in onore del personaggio dei Blues Brothers. Laureata in Belle Arti, lavora come grafica/illustratrice e conduce corsi nelle scuole per avvicinare i bambini all’arte e alla creatività. Si occupa di fotografia, allestimenti e complementi di arredo in eco-design. Zitta zitta, si mette a scrivere e nel 2010 pubblica per Mondadori il suo primo romanzo, “Lacrime di coccodrillo” (riproposto da Emma Books). Nel 2012 si cimenta con il racconto “Il Gatto, l’Astice e il Cammello” (Antologia “Giallo Panettone”, Mondadori, ora Emma Books) e si diverte così tanto che ne scrive un altro, “Mephisto” (Antologia “Animali noir”, Falco Editore). Con Emma Books pubblica “Il morso del ramarro” (finalista al Premio internazionale di letteratura Città di Como 2015), il racconto “Pesto dolce – la ricetta della possibilità” e La mossa della cernia.
Nel suo nuovo romanzo, “A mali estremi”, tornano la colf e l’ispettore che hanno conquistato i lettori in “Acqua passata” e in “Non è tutto oro” (Amazon Publishing).

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