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È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE di Emanuela E. Abbadessa (recensione)

agosto 12, 2019

È DA LÌ CHE VIENE LA LUCE di Emanuela E. Abbadessa (Piemme)

[Ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine con Emanuela E. Abbadessa dedicata a “È da lì che viene la luce”]

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di Eliana Camaioni

“L’amore non domina, ma costruisce”: sta in una citazione di Goethe il senso profondo di “È da lì che viene la luce”, ultimo romanzo di Emanuela Ersilia Abbadessa, edito da Piemme e subito candidato al Premio Strega.
Un protagonista altisonante, il nobile Ludwig Von Trier, fotografo; un personaggio di fantasia, ma fin troppo simile al Von Glöden realmente esistito. Anche il luogo è reale, quella medesima meravigliosa Taormina ai tempi del Ventennio.
Ludwig ha la passione della fotografia, strumento con cui vuole ‘fotografare la realtà’, raccontare il vero, scrivere una constrostoria dell’Italietta fischiettata dal regime fascista, un negativo reale di quella foto nazionale patinata che il regime mandava in orbita con la sua propaganda: “Avevano un bel dire a Roma sul benessere dell’Italia, perché i tutti ai quali i manifesti pubblicitari si riferivano non erano quelli che il barone Von Trier incontrava ogni giorno, con addosso i pochi stracci posseduti e la pancia vuota. Voleva fotografie capaci di raccontare una storia di gente qualunque, che dava figli alla patria senza poi sapere come sfamarli”.
Un tentativo forse impossibile, perché forse quel “vero, che pur sembra perfettamente rappresentato nelle vostre fotografie, non esiste”: “la verità è metafisica, si consuma nel momento in cui la viviamo”; “la verità di quel frammento si è esaurita in un’immagine non fotografata: non è replicabile, e se avessero dovuto raccontarla, ne avrebbero dato due testimonianze differenti, entrambe vicine al vero, ma al contempo falsificanti”.
È da lì che viene la luce - Emanuela E. Abbadessa - copertinaUn romanzo luci e ombre, dove la luce è protagonista: è “il principio che gli permetteva di fotografare e persino di scrivere”, fissando su pellicola le immagini fotografiche della sua Leica, svelando la verità che sottacciono: l’omosessualità latente del barone, il passato inconfessabile di Elena, la gelosia selvatica di Agata, l’innocenza disarmante e pura di Sebastiano, la violenza inumana del regime.
Una realtà filtrata dall’occhio della macchina fotografica, circoscrivendo in una porzione di spazio una porzione di realtà da raccontare, scegliendo cosa ritrarre e cosa lasciare fuori, dove i corpi diventano metonimie, rimandi a qualcosa di più grande e complesso, fino a divenire arte: “il corpo in sé era arte o lo diventava soltanto se strappato dal mondo concreto e collocato in uno spazio ideale in cui diventava simbolo?”. Se lo domanda il barone, interrogato dalla sagacia di Elena, donna profonda e saggia, che di Ludwig è governante ma che di fatto è il suo doppio femminile, la moglie mancata, l’altra metà del suo cielo. Una donna luminosa: “Ma dove c’è molta luce, le ombre sono più cupe” dirà, malcelando in chiaroscuro i segreti che la sua vita nasconde, e che solo al barone troverà il coraggio di confessare. Affidandosi a quell’amore che non domina ma costruisce; quel “fluido che, passando da un essere all’altro, lo completa o più probabilmente lo colma”.
Quell’amore che produce le crepe, attraverso le quali entra la luce.

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La scheda del libro

Taormina, 1932. «Fermo», quell’unica parola, pronunciata con decisione, attrae l’attenzione di Sebastiano Caruso, un ragazzo di diciassette anni, orfano di padre, la cui vita quel giorno cambia per sempre. L’uomo che ha parlato, il barone Ludwig von Trier, alto e sottile, pallido e vestito in modo impeccabile, è così diverso da chiunque viva a Taormina, che la curiosità di Sebastiano si accende, soprattutto per via della scatola misteriosa che lo sconosciuto tiene tra le mani. Quando il barone, fotografo e artista, lo scopre nell’atto di seguirlo, lo fa entrare in un mondo di cui Sebastiano non sospettava neppure l’esistenza.
Grazie al ragazzo, che gli fa da aiutante e da modello, e a Elena Amato, governante premurosa, donna dotata di un’antica saggezza e di un passato misterioso, amica e sodale, Trier impara qualcosa sull’amore che nessuno gli aveva mai insegnato nella fredda casa in cui era stato cresciuto e da cui se ne era andato.
Ma «dove c’è luce, c’è anche ombra» dice spesso Trier e, insieme alla luce che fa risplendere la bellezza, il barone sperimenterà anche l’ombra più cupa, la violenza fascista e il serpeggiare delle discriminazioni. E rischierà di esserne inghiottito.
Un romanzo liberamente ispirato alla storia del fotografo tedesco Wilhelm von Glöden, sulla libertà, di pensiero e costume, che solo nell’arte non conosce odio per il diverso, e sulla paura di svelare la violenta ignoranza che si annida nei meandri più bui dell’animo umano.

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Emanuela Abbadessa è scrittrice e saggista, ha al suo attivo due romanzi: Capo Scirocco (Rizzoli, 2013, Premio Rapallo-Carige 2013 per la Donna Scrittrice, Premio Letterario Internazionale Isola d’Elba Raffaello Brignetti) e Fiammetta (Rizzoli, 2016). Scrive per i quotidiani la Repubblica e Il Secolo XIX.

 

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