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IL CANTO DELL’IPPOPOTAMO di Alberto Garlini (intervista)

agosto 28, 2019

IL CANTO DELL’IPPOPOTAMO di Alberto Garlini (Mondadori)

Alberto Garlini è nato a Parma nel 1969. Vive a Pordenone. Ha pubblicato Una timida santità (2002) e Fútbol bailado (Sironi, 2004), Tutto il mondo ha voglia di ballare (Mondadori, 2007), La legge dell’odio (Einaudi, 2012), Piani di vita (Marsilio, 2015), Il fratello unico. Un’indagine di Saul Lovisoni (Mondadori, 2017). La legge dell’odio, pubblicato da Gallimard, ha avuto un’ottima accoglienza anche in Francia. È tra i curatori della manifestazione culturale Pordenonelegge.

Il nuovo bellissimo libro di Alberto Garlini si intitola “Il canto dell’ippopotamo” e lo pubblica Mondadori.

Dalle pagine di quest’opera emerge, con forza, tra le altre cose, la figura del grande poeta Pierluigi Cappello (ne approfittiamo per ricordare questo omaggio di Letteratitudine dedicato alla figura di Pierluigi Cappello e questo post dedicato all’apertura di una biblioteca a suo nome).

Ho incontrato Alberto Garlini per discuterne insieme…

– Caro Alberto, come nasce “Il canto dell’ippopotamo”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
Credo che la morte di una persona cara per me sia come una specie di detonatore. Sono travolto dai ricordi e nello stesso tempo temo che si possano perdere. Credo che esistano due tipi di morte. La prima è la morte fisica, naturalmente: sai che non potrai più parlare con l’amico e nemmeno vederlo. È tragica. Straziante. Ma poi esiste anche una seconda morte; ed è quanto capisci di perdere i ricordi della persona a cui hai voluto bene. Non sai più collocare un aneddoto, o non sai con chi è avvenuto o dove. Questa è una morte più sottile ma di certo altrettanto dolorosa. Perché senti che la persona cara sta sparendo anche dal ricordo. Ecco credo di aver scritto il canto dell’ippopotamo per contrastare questa morte seconda. Pensavo di scrivere qualcosa di molto lungo e complesso, mi ero messo a studiare, ma poi, quando ho percepito i primi ricordi andarsene, ho cominciato subito a scrivere, tutto quello che veniva, come veniva, in modo rapsodico. Ecco come è nato il canto dell’ippopotamo.

– Cosa puoi dirci del tuo primo incontro con Pierluigi Cappello?
https://i0.wp.com/letteratitudine.blog.kataweb.it/files/2017/10/Pierluigi-Cappello.jpgFu durante una serata di poesia che avevo organizzato io. Lo avevo chiamato come ospite d’onore. All’epoca non era molto conosciuto, aveva solo scritto un libro di versi, ma già questo lo rendeva diverso dai poeti dilettanti che avrebbero letto durante quella serata. Fu una specie di fulmine al ciel sereno. Quando si mise a leggere sentimmo la voce del dio della poesia, come se il dio della poesia si fosse incarnato in Pierluigi. Poi diventammo amici, e lui mi disse che aveva letto un mio racconto e che gli era piaciuto. Fu la prima volta che ebbi una sorta di riconoscimento della mia vocazione letteraria. Insomma mi cambiò la vita.

– Hai messo da parte la laurea in Giurisprudenza per dedicarti alla letteratura. Quanto è stato difficile prendere questa decisione? O forse, in fondo, non è nemmeno stata una decisione, ma qualcosa che prescindeva dal tuo “volere”…
È stato difficile, ho lasciato la carriera forense per dedicarmi a una immaginaria carriera letteraria. La locuzione carriera letteraria è un ossimoro. Carriera e letteratura sono due parole che non possono stare insieme, come mare secco, non so, o deserto acquoso. Ma ero pieno di passione, ero pieno di voglia di vivere, avevo un fuoco dentro che mi divorava e devo dire che se ancora oggi mi alzo la mattina da letto, ho dei progetti, e talvolta sorrido o rido è perché un po’ di quella fiamma è ancora in me, perché senza almeno una traccia di quella ingenuità, purezza e perfino stupidità, la vita davvero non ha senso.

– Cos’era la poesia e la scrittura per Pierluigi?
Domanda davvero impegnativa. Credo che per lui fosse la vita vera. Ognuno di noi vive diversi livelli di realtà, o di sensazione della vita. Dal sogno all’istinto, alla decisione irruenta, a quella ponderata. Ma c’è un livello o chiave d’accesso alla realtà che noi consideriamo autentico, vero. Per Pierluigi era la poesia, solo nella poesia sentiva di poter toccare sé stesso e la realtà. Era l’epifania del reale, il resto era più confuso, più arbitrario.

– Come si è evoluto il percorso artistico di Pierluigi?
Pierluigi era uno spirito mozartiano. Era una persona che vedeva il bene e la gioia nella vita, che amava guardare i bambini giocare o ascoltare i ragazzi fischiettare. Per lui la poesia era un modo di volare nella pura bellezza. E gli riusciva facile, ho conosciuto pochi poeti in grado di fare versi belli come i suoi. Ma la poesia vista in questo modo era anche un’arma a doppio taglio, o forse un rifugio. Si paragonava a Machiavelli che all’albergaccio passava la giornata con i villici a bere e giocare e la sera invece si vestiva dei vestiti migliori e si dedicava alla letteratura. La poesia, vista in questo modo, poteva diventare uno spazio di bellezza pura insomma, e quindi a volte anche inautentico. Il secondo movimento della poesia di Pierluigi è stato invece un atto contronatura, si è tagliato le ali mozartiane per raccontare la vita nella sua complessità, non solo la bellezza formale, ma anche la meschinità, la fragilità la miseria dell’uomo. Fu un percorso doloroso, che però credo ci abbia regalato la stagione della sua grande poesia. Perché non esiste bellezza vera se non riesce a raccontare, o inglobare la vita per come è, con anche tutta la sua negatività. La bellezza non può essere solo la foto di un tramonto sul lago, la bellezza deve stare anche laddove non c’è pace, dove c’è conflitto, contrasto e perfino violenza. Con questo secondo movimento, Pierluigi è arrivato a quella visione di poesia come epifania del reale, di cui parlavo prima.

– Cos’è, a tuo avviso, che unisce il poeta e il romanziere? E cos’è che li differenzia?
Naturalmente li unisce l’uso della lingua, e anche l’efficacia della lingua. Li distingue il tipo di sguardo sul mondo. Il poeta lirico crede di essere unico, e racconta questa sua unicità facendola diventare universale. Il romanziere invece non crede di essere unico, e in mancanza di unicità cerca le storie fuori da sé, nella vita. Il poeta guarda dentro di sé insomma, il romanziere fuori da sé. Niente di definitivo sia chiaro, ci si può spostare e anche di parecchio all’interno di queste categorie, ma come distinzione di massima credo che posso funzionare. Il poeta prima di tutto attinge alle proprie risorse, il romanziere a quelle altrui.

– Cos’è, oggi, la scrittura per Alberto Garlini?
Un esercizio di libertà, e soprattutto di liberazione personale. Forse perfino una terapia. Lo spazio intatto dove posso essere me stesso nonostante tutto. Il luogo della confessione radicale della mia miseria umana, e in questo, il luogo del mio amore per il resto dell’umanità.

– Nel libro descrivi anche un percorso di sofferenza. Cosa puoi dirci da questo punto di vista? E in che modo il dolore è stato trasformato?
Il dolore non si è trasformato, sta lì e può uscire in qualunque momento. Sono fragile, come tanti, me ne rendo conto. Il dolore non aiuta quasi mai, blocca, impedisce di vivere, soffoca, sfinisce. Bisogna aspettare che se ne vada e affinare le tecniche per tenerlo lontano e per affrontarlo quando prende possesso. Certo, la fragilità che viene dal dolore a volte spezza le catene dell’io, regala una forma di empatia per gli altri, quindi è una opportunità poetica. Però non so, meglio comunque che stia lontano.

– “Si chiamava Esther e possedeva una pazzia e un’armonia superiori alle altre ballerine e perfino all’attrice stessa” (da pag. 34). Cosa puoi dirci sulla figura di Esther?
Esther è un personaggio immaginario, l’unico del libro. L’ho inventato perché quel periodo di venti anni fa che racconto fu un periodo molto ricco anche dal punto di vista sentimentale. Un periodo di grandi scoperte per una persona come me che in quel senso era rimasto molto coperto, o perfino impaurito dal mondo femminile, se non dal mondo in generale. La scoperta della poesia e della letteratura era tutt’uno con la scoperta del femminile. Mi sono però accorto che all’epoca cercavo solo relazioni distruttive, e Esther è un po’ il tentativo di sintetizzare nel libro con una sola persona queste relazioni distruttive. Esther è una donna che soffre, e che usa questa sua sofferenza per disgregare. Pierluigi soffre allo stesso modo, ma usa la sua sofferenza per fare grande poesia, quindi per unire. Io stavo in mezzo tra i due, potevo disgregarmi come trovare la mia strada. Forse sono andato dalla parte di Pierluigi, forse, anche se non sono mai sicuro, e potrei disgregarmi in qualunque momento.

– Parlaci del titolo. Perché “Il canto dell’ippopotamo”?
Gli ippopotami erano parte di un gioco che facevamo con Pierluigi. Una notte, durante una festa, mentre parlavamo di cose altissime e super poetiche o filosofiche, perché minimo minimo io e lui parlavamo di Dante o di Heidegger o di qualunque cosa conoscevamo in modo tanto approssimativo da dare giudizi trancianti, una ragazza molto carina, una di quelle ragazze di una bellezza che è già una critica del creato contro le astrazioni, e che si faceva un punto d’onore di riportare a terra i nostri discorsi troppo intellettuali, ci disse, per scherzare, che non sapevamo nemmeno di cosa stavamo parlando. Una frase del tipo: “Parlate parlate ma non sapete nemmeno di cosa”. Allora Pierluigi le chiese di spiegarcelo: “Di cosa stiamo parlando, diccelo tu…” e lei, “Del canto dell’ippopotamo!”. C’era anche altra gente che ci ascoltava e tutti si misero a ridere, o così ricordo, perché in fondo ci stava prendendo per il culo, ma ridemmo anche noi parecchio di gusto. Era una frase un po’ folle ma nei giorni successivi scoprimmo che c’aveva azzeccato, che in fondo eravamo proprio degli ippopotami, animali sgraziati che volevano cantare, e così in seguito tutte le volte che volavamo troppo alti coi nostri discorsi ci davamo degli ippopotami, perché ricordare quella frase ci riportava in modo salutare a terra.

– Grazie mille, caro Alberto. E tanti in bocca al lupo anche per la prossima edizione di Pordenonelegge (dal 18 al 22 settembre)

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La scheda del libro

Il canto dell'ippopotamo - Alberto Garlini - copertina“Il canto dell’ippopotamo” è il racconto nitido e senza filtri di uno scrittore e della ricerca di sé stesso e della propria poetica, quando “letteratura e destino esistevano e avevano un significato persino frastornante”, la confessione a cuore aperto di un’anima che ha saputo affrontare il Male Oscuro, e vincerlo.

Vent’anni da sentivo che il mio destino era la letteratura, posso giurarlo, e per quel destino e una gloria che sarebbe arrivata probabilmente postuma valeva la pena sacrificare la vita intera.

Esiste per tutti un momento in cui la vita si decide. A volte ha i colori del dramma, altre il rombo della gioia, ma nel primo come nel secondo caso quell’istante segna la sterzata capace di farci diventare chi dobbiamo essere. Il momento in cui la vita di Alberto Garlini si decide è una sera di fine millennio, quando a una lettura pubblica incontra Pierluigi Cappello, il poeta delle “parole povere”. Garlini è in un momento complesso della vita – ha una laurea in Giurisprudenza in tasca e la certezza che non sia quella la sua strada – e in Cappello trova un gemello di anima unico, presto indispensabile. La loro amicizia, fatta di scambi di versi a notte fonda, vino e feste di provincia, segna per entrambi la scoperta che la letteratura, e soprattutto la poesia, è un modo di stare al mondo, di vivere, perfino di respirare. Quella manciata di anni carbonari sono per Alberto Garlini anche l’inizio di un’odissea fisica e spirituale in giro per l’Italia, alla ricerca di un equilibrio spezzato, di un’identità letteraria, di una pacificazione a lungo creduta impossibile, tra entusiasmi e cadute qui raccontati senza pelle, con tenerezza, onestà e feroce ironia. Ma rivisitando i suoi ricordi, Garlini capisce che per quella sofferenza che vent’anni prima gli lacerava la carne oggi prova un’infinita nostalgia, che sofferenza e infelicità furono il suo modo di essere giovane, e che gli sprazzi di luce che talvolta gli davano tregua gli permisero di illuminare almeno una parte del mistero della vita che ci sta intorno. Perché, se si è in grado di pagare il prezzo di essere ciò che si è, la vita può essere un paradiso, o ciò che più si avvicina al paradiso.

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