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CIBO di Helena Janeczek (intervista)

settembre 4, 2019

Torna in libreria “Cibo” romanzo di Helena Janeczek (Guanda): ne discutiamo con l’autrice

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di Massimo Maugeri

Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. È autrice di Lezioni di tenebra, Premio Bagutta opera prima, Le rondini di Montecassino, finalista al Premio Comisso e vincitore del Premio Napoli, del Premio Sandro Onofri e del Premio Pisa e La ragazza con la Leica, Premio Strega 2018, Premio Bagutta, Selezione Premio Campiello. Tutti i suoi libri sono editi da Guanda.

Ho avuto il piacere di incontrare nuovamente Helena dopo lo strepitoso successo de La ragazza con la Leica e la vittoria del Premio Strega (foto accanto), per discutere con lei della ripubblicazione di “Cibo” (per i tipi di Guanda), uscito originariamente nel 2002. Un libro che indaga, con l’abilità narrativa che contraddistingue Helena Janeczek, sul rapporto tra noi e il cibo. Questa nuova edizione, peraltro, è arricchita da una sezione inedita dedicata al crollo delle Torri Gemelle di New York attraverso le storie dei cuochi che lì lavoravano…

Cara Helena, questo libro è uscito originariamente nel 2002. Quali sono state le motivazioni che, all’epoca, ti hanno spinto a scriverlo?
Per me non è mai rintracciabile il punto preciso o la motivazione da cui nasce un libro, tantomeno nel caso di Cibo a cui ho lavorato negli ultimi anni dello scorso millennio!
Però c’entra senz’altro la “scoperta” che attraverso il fil rouge del cibo si potessero raccontare appartenenze e memorie ma anche solitudini e sofferenze depositate nei nostri corpi. E poi mi piaceva l’idea di cimentarmi con una narrazione più polifonica rispetto a Lezioni di tenebra, il mio libro d’esordio.

– Questa “scoperta” è ancora valida tutt’oggi? Cosa è cambiato in questi anni, con riferimento alle tematiche trattate in “Cibo”?
Penso di sì, perché molti capitoli guardano indietro, all’epoca della mia infanzia e adolescenza. Dunque il libro non si è mai proposto come “attuale”. Poi c’è una parte ambientata negli anni ’90 a Milano che parla – anche – di diete e disturbi del comportamento alimentare, problemi di cui molte donne e ragazze (e purtroppo ora anche parecchi ragazzi) continuano a patire. Direi infatti che si è soltanto più esteso e radicalizzato qualcosa che ho intravisto all’epoca: il cibo diventato ultimo baluardo per dirci  “chi siamo o chi non siamo”, per fornirci un’identità fosse anche patologica.

Cosa puoi dirci sulle differenze tra questa nuova edizione e quella originaria?
Al posto di una tradizionale postfazione, ho voluto aggiungere un capitolo nuovo che percorre in maniera narrativa ciò che è successo dalla stesura di Cibo alla sua riedizione. Sono una quarantina di pagine intitolate “Dalle Torri, dalle cucine”, che hanno al centro le storie dei cuochi, camerieri e sguatteri colpiti dall’attentato alle Torri Gemelle. È un’idea che ricalca strutturalmente l’ultimo capitolo dell’edizione originale, Bloody cow, allora sottotitolato “quasi un epilogo morale”. Quel testo centrato sull’epidemia della “mucca pazza” e in particolare sulla vicenda di una giovane vittima inglese, Claire Tomkins, è uscito nel 2012 dal Saggiatore come Bloody cow. È ancora reperibilealmeno spero.

– Perché, a tuo avviso, il cibo (ovviamente elemento essenziale) nella nostra contemporaneità ha scatenato “forme ossessive”?
Perché siamo sempre più fragili, senza punti di riferimento, bisognosi di riconoscimento e di qualcosa in cui riconoscerci. Quindi ci aggrappiamo a questo elemento-base della nostra vita: sia quando si fa il centro ossessivo della mente di chi soffre di disturbi alimentari, sia nella normalità del nostro quotidiano dove il food, come si chiama oggi, deborda nelle offerte di pasti fast o gourmet, ma anche in tv, sui social, insomma nella sfera comunicativa e simbolica. Del resto, viene spontaneo aggrapparsi al cibo quando si vive in periodo di crisi, dove il futuro appare sempre più incerto.

Proviamo a conoscere le protagoniste del romanzo partendo da Elena, la voce narrante. Che tipo di donna è? Come la descriveresti?
Elena è un mio alter ego, con quella “H” mancante che segnala la piccola libertà di invenzione che mi sono presa rispetto a Lezioni di tenebra, libro che, elaborando l’eredità della Shoah, non permetteva di modificare la sostanza delle memorie biografiche verso quella che chiamiamo “autofiction”.
Elena è una giovane donna con qualche chilo di troppo che vuole affrontare gli antichi disagi con il proprio corpo. Per questo decide di andare da un’estetista che, oltre a praticare dei massaggi, la aiuta pure a seguire un programma di dieta e ginnastica. Elena continua però a vedere con un occhio critico e un po’ ribelle l’imperativo di “essere in forma” e per questo racconta di quell’esperienza in maniera molto ironica. Nondimeno si attiene a ciò che le dice Daniela, l’estetica a cui si affida.

– Veniamo per l’appunto a Daniela, altro personaggio di rilievo del romanzo. È a lei che Elena si rivolge. Cosa puoi dirci su Daniela?
Daniela è brava nel suo lavoro, ma è soprattutto una ragazza che si prende sinceramente a cuore i desideri della sua cliente. Così, nello spazio a parte della cabina dell’estetista, nasce un rapporto di intimità e confidenza tra le due donne che diventa una relazione complementare. Daniela confessa subito i suoi attacchi di bulimia e il suo amore autolesionista per un fidanzato più giovane e sbandato. Elena le presta ascolto e cerca di aiutarla sul piano psicologico, dove si sente altrettanto competente di quanto lo è Daniela nel raccomandare esercizi rassodanti e trucchetti per ingannare la fame.

– Nel romanzo emergono connessioni tra cibo, persone ed eventi: le colazioni a base di pane e aglio del padre di Elena, gli gnocchi di pane alla prugna di Ružena, il cous–cous da Sabine, la crema di piselli e würstel alla festa di Ulrike, i gattò di Teresa e così via. In che modo il nostro rapporto con il cibo può creare queste associazioni al punto da identificare persone ed eventi a esso?
Il cibo è il primo tramite attraverso cui scopriamo che esiste una relazione di interdipendenza e distinzione tra il nostro corpo e quello della madre che ci nutre. Per questo può farsi traccia di memorie molto antiche, rivelatrici della nostra appartenenza più profonda. Io sono figlia di profughi, cosa che i miei divennero quando scapparono nel ’46 dalla Polonia. Quindi racconto spesso di personaggi sradicati o dotati di identità stratificate. Gli gnocchi alla prugna di Ruzena rimandano al suo esilio da Praga dopo l’invasione sovietica del ’68, il gattò di Teresa alla Napoli abbandonata per un lavoro a Milano con un figlio a carico, il cous-cous alla Francia da cui veniva la madre di Sabine, il pane con l’aglio all’infanzia di mio padre, uno tra tanti figli di una famiglia ebraica non assimilata. Il cibo possiede la facoltà di raccontare parti taciute della propria storia: anche nel caso della teutonica zuppa di piselli di Ulrike, la secchiona della classe che fu la prima ragazza che conobbi ad ammalarsi di anoressia.

– Nel libro, lo hai accennato prima, ti soffermi sul crollo delle Torre Gemelle di New York, con riferimento alle storie dei cuochi che lavoravano lì. Ti andrebbe di approfondire? Cosa puoi dirci in proposito?
Quando cominciai a concepire il nuovo capitolo, perché, come accennavo sopra, sentivo l’esigenza di non riproporre una semplice ristampa, non sapevo che sarei andata a parare proprio lì. Ma presto mi imbattei nel fatto che Cibo era stato scritto prima dell’11 settembre, benché fosse uscito dopo. Forse il lavoro sulle bozze ha interferito con un intervento dedicato a quell’evento spartiacque, dove già figuravano i nomi di coloro che avevano perso la vita lavorando al Windows on the World, il famosissimo ristorante panoramico della Torre Nord. Uno di loro è l’uomo ritratto nella foto iconica denominata Falling man, l’immagine che fissa un corpo sospeso a testa in giù davanti al profilo delle due torri. In un primo momento venne identificato con il sous-chef di pasticceria Norberto Hernandez, un padre di famiglia originario di Puerto Rico. La storia di quei lavoratori che svolgevano le mansioni più umili nel World Trade Center racconta la tragedia di chi è stato vittima due volte: del terrorismo di Al Queda e al contempo della chiusura reattiva verso gli immigrati irregolari; non solo quelli provenienti da paesi islamici, che nello staff erano parecchi, ma anche verso i messicani e gli altri latinos. Non sapremo mai con certezza quanti di questi lavoratori in nero sono stati letteralmente polverizzati nell’attentato, senza che i congiunti potessero rivendicare nessun risarcimento né nome iscritto negli elenchi delle vittime: secondo le stime che ho trovato sono almeno 50-100 tra i soli latinoamericani. Però la storia dei cuochi e camerieri sopravvissuti racconta anche di sogni, solidarietà, lotte comuni per aprire un ristorante autogestito che rendesse omaggio ai compagni morti nell’attentato.

-Parliamo di te. Come vivi oggi il tuo personale rapporto con il cibo?
Vivo con serenità la consapevolezza che non avrò mai un rapporto risolto con il cibo e con il mio corpo più in carne di quanto mi piacerebbe.

-Ne approfitto per chiederti qualcosa sui tuoi eventuali “lavori in corso”. Cosa bolle nella “pentola letteraria” (giusto per restare in tema di cibo) di Helena Janeczek? C’è qualcosa che puoi anticiparci e/o rivelarci?
Sono sempre stata lenta a capire in quale  progetto di scrittura imbarcarmi, e poi lenta a fare le ricerche, lenta a scrivere. Figuriamoci nell’anno dopo la vittoria dello Strega, trascorso in un continuo fare la valigia e poi tornare a casa a fare le lavatrici. Lo dico con allegria. Ho cominciato a dedicarci qualche pensiero solo adesso, in queste settimane di vacanza che sono riuscita finalmente a strappare, ma è meno di un inizio.

-Grazie mille, cara Helena. Che tutti i tuoi progetti possano realizzarsi al meglio!

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La scheda del libro
Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo, diceva Oscar Wilde. Oggi è diventato una delle principali occupazioni, ossessioni, manie; la cucina insieme all’ordalia igienista di ciò che fa bene o fa male sono le ronzanti colonne sonore delle nostre giornate. Prendere sul serio il cibo, però, è altra questione. Di certo, senza tanto proporselo, lo fanno Elena, la donna che si racconta in questo libro, e Daniela, la massaggiatrice alla quale si rivolge per impegnarsi a fondo in una dieta dimagrante e rimodellare il proprio corpo. Perché quello che condividono durante le loro sedute è qualcosa di profondo. A ogni piatto che nominano, a ogni ricetta o tradizione rievocata, riaffiorano un ricordo, un’amicizia, un amore, un rito di famiglia, una ferita. Le creme di piselli e i krapfen delle feste di Ulrike, anoressica per desiderio di perfezione, nella Monaco dell’infanzia e dell’adolescenza di Elena; i praghesi gnocchi di pane alla prugna di Ružena, obesa per allontanare l’incubo dei carri armati sovietici e il dolore dell’esilio; i gattò di Teresa, che rivendica cucinando la sua identità; i pranzi domenicali della nonna veneta e contadina di Daniela; fino alle aringhe salate che risvegliano in Elena la memoria dei kiddush del sabato nella sua famiglia ebraica, e soprattutto del padre scomparso troppo presto. Alla fine di un romanzo che mescola e unisce, come fa il cibo, individui e culture, Helena Janeczek si riserva ancora lo spazio di una riflessione su una tragedia dei nostri anni, il crollo delle Twin  Towers, attraverso le storie dei cuochi che nelle torri lavoravano.

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