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LO STRADONE di Francesco Pecoraro (un estratto)

settembre 4, 2019

Pubblichiamo le prime pagine del romanzo LO STRADONE di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie), finalista all’edizione 2019 del Premio Campiello

1.

Hubble

Il telescopio spaziale Hubble per decenni ha orbitato attorno alla
terra, ha scrutato il nero che chiamiamo Universo, ne ha scelto
una porzione più nera delle altre dove pareva non ci fosse niente,
un rettangolo di cielo il cui lato più lungo è qualcosa come un decimo
del diametro del disco lunare visto da qui. Hubble è passato
e ripassato nello stesso punto e, orbita dopo orbita, ha indagato
quel rettangolo sempre più a fondo, ci ha messo dieci anni e alla
fine, nell’immagine finale —che finale non è e non può essere—ci
sono circa diecimila galassie. Non diecimila stelle, non diecimila
pianeti: diecimila galassie, alcune delle quali lontanissime, risalenti
addirittura a pochi milioni di anni dopo il Big Bang, inteso
come l’Evento Iniziale che è alla base dell’attuale cosmogonia
condivisa. Le più lontane, dunque le più antiche, si distinguono
per lo spostamento verso il rosso della debolissima radiazione luminosa
che emettono. È un effetto doppler, scoperto da Hubble
in persona, che distingue gli oggetti in fuga da noi. Quindi eccole
là: compresenti in quel minuscolo rettangolo di volta celeste, ci
sono galassie di ogni tempo. Ciò che vediamo è un fermo immagine,
una proiezione nel presente, di oggetti celesti esistiti nel
passato, alcuni dei quali nel frattempo morti o fuggiti o profondamente
trasformati o reciprocamente fusi o esplosi dispersi finiti
scomparsi. Ma nell’immagine sono ancora lì, presenze luminose
di entità esistite in tempi lontani e molto diversi dal presente.
Come nel tassello di città che insiste sullo Stradone: anche qui
vedi presenze umane diacroniche, solo apparentemente viventi
nel medesimo intervallo spazio-temporale, solo apparentemente
somigliantesi, ma in realtà lontanissime tra loro come
mentalità percezione e visione del reale contemporaneo. Corpi
e menti, reciprocamente e profondamente estranei, che riescono
a convergere e a comunicare solo con qualche convenzionale
scambio di parole inutili al bar, o nel tifo per la stessa
Squadra—entità astratta formata e riformata più volte sotto lo
stesso nome e gli stessi colori, ma con uomini sempre nuovi e
diversi—, quella che ogni domenica, tre ore prima della partita,
transita qui sullo Stradone e per qualche istante ne eleva
il rango: due pullman con giocatori tecnici allenatori massaggiatori
e altro personale della Squadra, preceduti e seguiti da
auto della polizia con sirena. La Squadra, ultimo ente simbolico
che ci dà il senso di appartenere a qualcosa, ha tacitamente
la precedenza su tutto e tutti, dunque palette e sirena. Grazie
al tifo i più antichi tra noi possono convincersi di essere ancora
vivi non-ostante risalgano al Big Bang della Seconda Mondiale,
inteso come l’Evento Iniziale dei tempi nostri, rispetto a cui
ogni cosa accaduta prima è preistoria, anche se molti dei pochi
giovani frequentanti lo Stradone non ne sanno niente—pare si
sia trattato di una guerra tra noi assieme agli americani contro i
Nazisti e la Shoah—mentre per loro l’Evento Iniziale è, in tutta
sicurezza, l’Undici Settembre, prima del quale immaginano un
caos primordiale in cui si stavano addensando le prime nubi
di polveri e gas che avrebbero poi formato galassie e stelle e
pianeti e mari e nazioni con squadre di calcio e rapper locali.
Abito sullo Stradone, dove la città fa una pausa. Ci abito da più
di vent’anni, vent’anni di sofferenza percettiva, e sono convinto
che ci morirò.
Jeans falso consumati. Falso strappati. Pantaloni falso mimetici.
Borse mimetiche. Capelli falso giovani, rossastri. In giro falsirasta.
Falsi gangsta, falsi rap. Falsi punk. Falsi giovani. Borchie
falsamente utili. Magliette falso scolorite. Falsa vita vissuta.
Falsa esperienza, falso inconscio, falso immaginario, falsa coscienza.
Falsa la metropoli, falso il lavoro. Falso legno, falso antico,
false le cacche di mosca su falsi mobili. Il falso grezzo nei
ristoranti falso-fichetti, o vero-fichetti per falsi fichetti. Falsi gli
hipster con false barbe folte lunghe tagliate quadre, false camicie
da falsi boscaioli, birre falso-artigianali. False calvizie, falsi
muscoli con tatuaggi falso tribali. Veloci sfrecciano bassi falsi
pappagalli verdi, frutto del riscaldamento globale, anch’esso
artificiale, posticcio. Falsi i pesci nelle pescherie: orate di allevamento,
salmoni artificiali mangia merda, vongole non-veraci,
spigole di acque chiuse, rombi di fondali plastificati. Falsi i
cespugli intorno alla stazione Metro A, che esibisce una falsa
modernità ammantata di falsa tecnologia nel falso durevole,
falso come il falso bugnato dei muri modulari di contenimento
dopo il sottopasso, falso il cordoglio dei manifesti fascisti
che celebrano semistrappati un militante greco morto da quarant’anni,
stupidamente, inutilmente, in una stagione di falsa
contrapposizione politica, molto violenta, sanguinosa, che produceva
morti veri, ma per falsi scopi, come i manipoli di falsi
rivoluzionari che compivano vere azioni militari. Falsi i film nei
cinemi più a valle frequentati da teste canute—Ma davero t’è
piasciuto?—tardo-riflessive con in mente falsi convincimenti,
imbottiti di falsa buona coscienza, come tutti i loro simili, qui e
altrove. Falsa l’urgenza con sirene del purma daa Squadra che
preme per avere strada. Tutto il falso e il falso-vero sono più
veri dell’autenticamente vivente, del davvero risalente. L’autenticità
non è necessaria per la gente dello Stradone, abituata
all’andarsene delle cose e ormai aggrappata alla verità dell’unica
cosa condivisa, il linguaggio.

(Riproduzione riservata)

@ Ponte alle Grazie

© 2019 Francesco Pecoraro – © 2019 Adriano Salani Editore s.u.r.l.

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La scheda del libro: “Lo stradone” di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie)

Lo stradone - Francesco Pecoraro - copertinaDescrivere il presente osservando la vita di una strada. Raccontare il Novecento attraverso la storia di un quartiere. Ritrarre il declino collettivo nelle vicende di un singolo uomo. Il nuovo romanzo di uno dei più originali scrittori italiani.Primi anni Venti di questo secolo nella «Città di Dio», decadente metropoli che assomiglia molto a Roma. Un uomo di circa settant’anni osserva dal settimo piano della sua palazzina le vicende dello «Stradone»; i tanti personaggi che lo percorrono incarnano tutte le forme del «Ristagno» della nostra società. Invecchiamento e conformismo, razzismo e sessismo, sopravvivenze popolari e «trentelli» rampanti, barbagli di verità, etnie in conflitto, il fantasma dell’integralismo islamico, la liquefazione di sinistre e destre e della classe media in un unico «Grande Ripieno»: nulla sfugge a questo narratore disordinato ma perspicace, che pare saper restituire meglio di chiunque – con ironia, cinismo, nostalgia, umorismo – il non senso del nostro presente. Racconta anche, l’uomo senza nome, la propria esistenza di «Novecentesco», aspirante storico dell’arte, funzionario di Ministero, uomo che ha creduto nel comunismo e poi si è fatto socialista e corrotto, con i suoi amori e, oggi, l’ossessione per la vecchiaia, la malattia, la pornografia; e ricostruisce infine – con documenti veri o quasi-veri – la storia di un quartiere i cui abitanti, operai e proletari, per secoli e fin oltre la metà del Ventesimo, hanno prodotto qui i mattoni di cui è fatta la Città: il quartiere più comunista e antifascista della Città, forse visitato da Lenin – personaggio inatteso di queste pagine – nel 1908. Il risultato è un libro assolutamente unico nel panorama letterario non solo italiano, in cui la passione politica, antropologica e linguistica, le vicende di una vita, di un quartiere, di un intero secolo concorrono a un’esperienza di lettura indimenticabile: un’illuminante – tragica ed esilarante – avventura di conoscenza.

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Francesco Pecoraro scrive poesie, saggi su arte e architettura pubblicati da riviste specializzate e racconti.
Ha pubblicato i racconti di Dove credi di andare (Mondadori, 2007; Premio Napoli e Premio Berto), le poesie di Primordio vertebrale (Ponte Sisto, 2012) e Questa e altre preistorie (Le Lettere, 2008), che racchiude le prose del suo Tash-blog.
Con il suo romanzo La vita in tempo di pace è stato candidato al Premio Strega 2014. Nel 2019 è uscito per Ponte alle Grazie il suo nuovo libro: Lo stradone, vincitore del Premio Selezione Campiello e finalista al Premio Campiello 2019

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