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PRANZI DI FAMIGLIA di Romana Petri (intervista)

settembre 18, 2019

PRANZI DI FAMIGLIA di Romana Petri (Neri Pozza)

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recensione e intervista a cura di Simona Lo Iacono

Da sempre mettersi a tavola è un rito che attira il mistero. Già nelle civiltà primitive consumare il pasto apparteneva all’area del sacro, perché mangiare voleva dire avere sconfitto la fame, e quindi la morte, allestire una festa, sopravvivere grazie a una benedizione.
I greci ai propri banchetti invitavano sempre gli dei, e i partecipanti spirituali erano più numerosi di quelli reali.
Il cibo si adattava ai convitati: agli uomini andava la carne dell’animale sacrificale, la materia che avrebbe innervato il loro sangue. Agli dei, i fumi, gli aromi che bruciavano nell’ara, e che si invettavano fino alle nuvole.
Con quei vapori l’uomo si lavava dalla colpa di avere ucciso per restare vivo, cercava di far dimenticare che il sacrificio non era che una macellazione, indispensabile per consentirgli di continuare a esserci.
Dunque, riunirsi a tavola, è più che un atto quotidiano. E’ rito, coniuganza del senso della vita e dell’eterno, intuizione di oscurità e luce, di menzogna e verità.
Romana Petri lo sa perfettamente.
Nel suo ultimo, bellissimo, romanzo, “Pranzi di famiglia” (ed. Neri Pozza), il pranzo famigliare è riunione intorno ai vivi, ma soprattutto ai morti, è atto comunitario, ma anche urlo di solitudine, è appello al vincolo di sangue, ma anche a chi quel vincolo ha tradito, a chi lo ha violato, a chi – come agnello sacrificale – ha preferito macellare gli innocenti sull’altare del proprio io.
Anche per Romana Petri, la tavola – dunque – è il più potente dei simboli, l’atto più estremo. Il più carico di emozioni e presenze contraddittorie. Tragico e vitale, consumare un pasto è come ricapitolare un’intera esistenza. O anche, come ritrovarla, dopo averla a lungo dimenticata.
Tutto inizia da una morte.
Maria Do Ceu è spirata in Novembre, il mese dei lutti. Sfinita dalla sua battaglia contro la deformità della figlia Rita, a cui ha ricomposto il viso, mettendola al mondo ad ogni intervento chirurgico, partorendola più e più volte, ha lasciato un vuoto difficile da colmare.
Era lei a fungere da collante tra i figli, a ricomporre la coppia di gemelli (Vasco e Joana) con la stessa Rita. Era lei a coprire la mancanza del padre, Tiago, che aveva lasciato la famiglia quando i bambini erano piccolissimi, non riuscendo ad affrontare la menomazione di Rita, unendosi a un’altra donna, Marta.
La morte è come il pasto, evoca la divinità, scioglie i nodi, mette scompiglio. Soprattutto, illumina la rabbia e la chiusura. Eppure, per paradossale che sia, può essere un antidoto contro la vera fine, la perdita della memoria.
E così, questa famiglia dei Dos Santos, che – divisi tra loro – si riuniscono stancamente intorno a una tavola, finiscono, senza saperlo, per mettere in atto un immane e potente scongiuro, riunendo intorno al cibo i presenti e gli assenti, i trapassati e i viventi.
Fronteggiandosi nel pranzo di famiglia, le forchette tintinnano nel vuoto, i pensieri vagano, i ricordi vacillano. Si ruminano con denti invisibili rancori mai sopiti, carenze affettive, abbandoni.
Ma la vita ha sempre la meglio.
Tra le balordaggini di uno zio pazzo (Humberto) e – proprio per questo – filosofo e sognatore, e l’irruzione di Luciana, una pittrice che vanta un passato da medico e destabilizza le stasi affettive degli altri, la perdita farà posto alla pienezza. E, il tutto, mentre Lisbona corre tetra ed estatica, pudica e onnipotente. Una città che incanta e raccoglie in sé la nascita e la fine, vestendosi di fulgori e di piogge.

Romana, chiedo all’autrice, “Pranzi di famiglia” è la continuazione dell’altrettanto magnifico romanzo “Ovunque io sia”, pubblicato una decina di anni fa per i tipi di “Cavallo di ferro”. Cosa ti ha portato a far rivivere questi indimenticabili personaggi?
Ho sempre sentito che questa era una storia molto ricca di suggestioni per me e che non poteva finire. Oggi direi che non potrà nemmeno terminare qui e che non mi limiterò a una trilogia. Credo che diventerà addirittura una quadrilogia. Ci sono dei personaggi che finiscono con l’ultima pagina, e altri che continuano a battere alla tua porta. Questa famiglia portoghese mi perseguita dalla prima riga scritta. Queste persone sono per me tracimanti. Sono loro che mi fanno correre nell’acqua del fiume, che mi spingono da una sponda all’altra. E quando i personaggi ti chiamano, tu che scrivi sei obbligato a rispondere.

Il cibo e il lutto, la vita e la morte. In che modo i tre figli di Maria Do Ceu elaborano la perdita della madre?
All’inizio non sanno nemmeno da che parte cominciare. Sono smarriti anche se ormai hanno tutti e tre una trentina di anni. E dopo la morte della madre, il cibo, per loro, è quasi più morte che vita. Quando morì mio padre, io smisi di mangiare carne, mi sembrava di mangiare la sua. In questi mesti pranzi di famiglia, infatti, questi tre fratelli sembrano quasi più giocare con il cibo che mangiarlo. Vorrebbero fare come il gatto Zaca, che dopo la morte di Maria do Ceu si è lasciato morire. Ma gli umani non possono arrivare a tanto. E allora, diciamo che si nutrono poco e con animo cupo. Fino a che un giorno si chiedono cosa ricordano della loro infanzia e tutti e tre si rispondono: Nulla.

Infatti i tre ragazzi sembrano aver perduto la memoria della propria infanzia. Morta la madre, è anche il passato a dileguarsi, perché?
Sono ragazzi che nell’infanzia hanno sofferto molto e si sono “salvati” ingurgitando la pillola dell’oblio. Un’infanzia triste si dimentica, si getta la pietra dolorosa nello stagno color piombo fuso (il nostro inconscio) nella speranza che non riemerga più. Ma non è così, prima o poi il dolore nascosto ha voglia di togliersi la maschera, di essere affrontato e superato. I figli di Maria do Ceu cercano di elaborare questo grande lutto mettendosi scientemente a ricordare quello che hanno volutamente dimenticato.

Parlaci dei meravigliosi personaggi di Luciana (e del suo cane Barabba) e dell’estroso zio Humberto. Si tratta di figure che spazzano via, con un moto liberatorio, la stagnazione in cui la famiglia sembra essere precipitata dopo il lutto. Ci vuoi dire qualcosa di loro?
Luciana Albertini è un personaggio vero ed è veramente una pittrice. Entrai tanti anni fa a una sua mostra e diventammo molto amiche. Lei è l’estremo in tutto, e per descriverla non ho potuto fare altro che estremizzarla. L’ho inserita in questo romanzo perché solo lei poteva sparigliare questa famiglia raggelata, portare un catartico caos e tanta voglia di ridere. È l’arte che ci riporta la memoria. Se il tempo perduto di Proust si fermava e ritrovava grazie alla parola scritta, qui è l’arte della Albertini a riaccendere un passato che sembrava spento. Con tutto il bene e il male che ne consegue.
Lo zio Humberto, lo zio schizofrenico, è il simbolo della purezza, quella che si sacrifica affinché gli dei abbiano i loro fumi profumati. È l’angelo, colui che, proprio perché protetto dal suo male, tutto sa e tutto può dire. Barabba, l’eterno, l’immortale cane della Albertini, il cane ancestrale, l’archetipo, è voce e pensiero, è il sublime e il grottesco, la santità e l’attaccamento all’osso. Ma è soprattutto il “Muso” ispiratore di quella minuscola donna che è la Albertini, l’anima primordiale che la spingerà a creare e disfare con la spietatezza tipica dell’arte che a nessun potere si piega.

Romana cara, grazie, continua a scrivere per noi.

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Romana Petri è nata a Roma. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT, 2012), Alle Case Venie (BEAT, 2017), Le Serenate del Ciclone (Neri Pozza, 2015) e Il mio cane del Klondike (Neri Pozza, 2017).

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La scheda del libro: “Pranzi di famiglia” di Romana Petri (Neri Pozza)

Pranzi di famiglia - Romana Petri - copertinaUna toccante e intensa saga familiare sullo sfondo di una Lisbona luminosa e conturbante. Attraverso la storia di tre fratelli in cerca di sé stessi e del proprio passato, Romana Petri si conferma scrupolosa indagatrice dei sentimenti e dei legami familiari.

A fine novembre, con il cielo di Lisbona carico di pioggia, Vasco Dos Santos chiude la sua galleria in Travessa dos Fieis de Deus sempre più tardi. Non ha alcuna voglia di tornare a casa da sua sorella Rita, divenuta ormai intrattabile. Nata deforme e, grazie al coraggio e alla tenacia della madre Maria do Ceu, «ricostruita» attraverso una lunga e dolorosa serie di operazioni, Rita è ormai costantemente in preda all’ira. La morte di sua madre, dell’unica persona capace di preservare l’armonia familiare, ha inasprito oltre ogni misura i suoi rapporti non soltanto con Vasco, ma anche con la sorella Joana, la cui bellezza è così abbagliante da risultare dolorosa, e con il padre Tiago, che anni prima, per sfuggire alla tragedia della figlia, ha abbandonato la famiglia e si è legato a Marta, una donna rancorosa che lo spinge a recidere ogni legame con il suo passato. Tuttavia, da uomo pragmatico quale è, Tiago ha trovato un modo per mantenere un, seppur fragile, contatto con i figli: la domenica, ogni domenica della sua vita, la dedica al pranzo con loro. Una cosa frettolosa, niente di troppo familiare. Un flebile omaggio alla volontà di Maria do Ceu di tenere uniti i figli. È in uno di questi pranzi che i tre fratelli si ritrovano a condividere una scoperta sorprendente: nessuno di loro conserva ricordi del passato. Perché hanno rimosso tutto? La loro vita è stata infelice al punto da volerla dimenticare quasi completamente? Spetterà a Rita ricostruire la storia della famiglia attraverso i documenti ufficiali emersi dagli archivi di Stato, scoprendo una realtà ben diversa da quella che Maria do Ceu aveva raccontato. Nel frattempo, a turbare ulteriormente gli «squilibri» di questa complicata famiglia portoghese sarà l’arrivo di Luciana Albertini, un’eccentrica, visionaria pittrice italiana che farà breccia nel cuore di Vasco.

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