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IL TESTAMENTO DELL’URO di Stéphanie Hochet (recensione)

settembre 23, 2019

IL TESTAMENTO DELL’URO di Stéphanie Hochet (Voland – traduzione di Roberto Lana)

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di Eva Luna Mascolino

Stéphanie Hochet ha già avuto modo di farsi apprezzare in Italia negli anni precedenti, grazie alla traduzione dal francese dei suoi Sangue nero, Elogio del gatto e Un romanzo inglese. Quest’anno torna in libreria con un’opera pronta a sorprendere non meno delle precedenti, curata ancora una volta da Voland e affidata al traduttore Roberto Lana. Se la si volesse classificare, la si potrebbe considerare una tragedia nel senso più classico del termine, dal momento che si tratta di una vicenda leggera e frizzante in apertura, ma ben più tenebrosa via via che si prosegue con la lettura.
A sorprendere, proprio per via della natura del libro, è il cambio di tono che segue il passo della trama, una volta che la protagonista e voce narrante si ritrova implicata in una faccenda ben al di là delle sue aspettative. Di mestiere quest’ultima fa la scrittrice e, durante l’ennesima estate rovente, viene invitata a partecipare a due settimane di tournée per parlare della sua ultima pubblicazione nel sud della Francia, invogliata da un assegno di 500 euro con vitto e alloggio inclusi. Il suo atteggiamento è inizialmente disincantato e distante, sarcastico senza mai diventare misantropo, e le permette di affrontare le prime tappe con misura sia quando il pubblico è poco nutrito sia quando alcuni passi delle sue opere sono letti con fervore da chi modera gli incontri.
Una metamorfosi, però, aspetta dietro l’angolo tanto lei quanto il suo soggiorno culturale, nel momento in cui perde i sensi e viene soccorsa da una strana coppia composta da un sordomuto e una padrona di casa discreta ma apprensiva. A raggiungerla in casa loro è poco dopo il sindaco di una delle cittadine in cui la giovane si era già recata per una presentazione; anziché riportarla dov’era attesa per gli eventi successivi, tuttavia, il primo cittadino le propone la stesura di un nuovo, sinistro manoscritto. Accompagnandola nel labirinto di scelte che la coinvolgono, il lettore si immedesima così nei panni dell’autrice senza mediazioni di sorta, in totale assenza di veli edulcoranti in grado di rendere la sua figura più romantica o affascinante: si sta, semplicemente, davanti a una donna in difficoltà, che svolge il proprio mestiere con passione ma che è fatta di carne, ossa e timori come chiunque altro.
L’avventura che segue è quindi a metà strada fra la contemporaneità e il mito, fra il macabro e l’epico, in una dimensione a tratti onirica che ben rappresenta l’animale ormai estinto di cui la scrittrice accetta il compito di occuparsi, ovvero l’uro. Bovino con le corna curve in avanti, l’esemplare andrebbe ad arricchire la collezione di un bizzarro museo ancora sconosciuto ai più, del quale il sindaco si sta occupando con un’attenzione quasi maniacale, non mancando di coinvolgere nei suoi esperimenti di imbalsamazione non solo flora e fauna del posto, ma anche esseri umani. In un contesto tanto conturbante, la fantasia della protagonista comincia letteralmente a galoppare, nonché a lasciarsi trascinare dall’entusiasmo del nuovo testo a cui si dedica.
La metamorfosi che la riguarda ricorda alla lontana l’epilogo del 1984 orwelliano, in cui una forte consapevolezza della realtà dell’impiegato Winston Smith lascia il posto a un delirio lucido, eppure allucinato. Ne Il testamento dell’uro ciò porta chi legge a non capire più se la voce narrante finisca per essere la vittima o la carnefice della situazione in cui si è cacciata, con la conseguenza che l’empatia nei suoi confronti assume tinte sempre più oscure e contraddittorie. La penna sapiente della Hochet non molla la presa fino all’ultima pagina, rivelandosi ancora una volta dotata di una fervida immaginazione, verosimile al punto da sembrare mutuata da avvenimenti vissuti sulla propria pelle, sebbene in un universo surreale e parallelo al nostro.
Il ritratto della Francia del sud che ne emerge, di conseguenza, è quello di una terra tenebrosa e rurale, in parte ancora arretrata: è la “culla” del Mediterraneo, un luogo che a tutt’oggi viene descritto in debito con il passato per tradizioni e, specialmente, per mentalità. Una simile prosa, con i suoi dettagli stuzzicanti e ben studiati, non può che conquistare lettori di ogni età e gusto letterario, dal momento che mescola più generi con misura e originalità, mantenendo alta la tensione fino a che non si giunge a un finale curioso, aperto, angosciante, che più che alla conclusione di un intero romanzo assomiglia alla chiusura di un capitolo ancora in sospeso. L’unico spiraglio che rimane ai più attenti è una citazione a poche pagine dall’ultima, che farebbe quasi sperare in un epilogo più vicino alla dark comedy che alle antiche tragedie euripidee:
«Non oso ancora immaginare la gioia che proverò una volta uscita da qui, la liberazione tanto attesa. Se avrò l’intelligenza di agire con calma e precisione, mi aspetta una nuova vita. La liberazione mi darà l’impressione di rinascere. Non rivivrò mai più le lunghe giornate in questa campagna assurda, volterò pagina e chissà? un giorno, magari, potrò anche scrivere quello che è successo (p.147)».
Vaneggiamento? Profezia? Realtà? Ai posteri l’ardua sentenza.

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La scheda del libro: Il testamento dell’uro di Stéphanie Hochet (Voland)

Il testamento dell'uro - Stéphanie Hochet - copertinaUna giovane scrittrice accetta di andare a presentare i suoi libri a un festival letterario nel sud della Francia, dove incontra una serie di bizzarri personaggi. L’atmosfera vagamente inquietante del paese si coagula soprattutto attorno a Vincent Charnot, il sindaco, che si rivela una sorta di guru, un visionario intenzionato a lasciare un segno alla posterità dedicandosi a progetti culturali trasgressivi. A questo scopo offre alla scrittrice un incarico a dir poco strano: redigere la “biografia” di una specie estinta da secoli, l’uro, l’animale preistorico che aveva affascinato persino i nazisti, al punto da spingerli a tentare di riportarlo in vita. Convinta dall’abile e carismatico sindaco e dagli esemplari di uro che le è stato permesso di vedere in segreto, la donna inizia a scrivere, trovandosi ben presto coinvolta in una cospirazione che si tinge sempre più di nero.

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Stéphanie Hochet, nata a Parigi nel 1975, ha esordito nel 2001. Autrice di undici romanzi e un saggio letterario, ha ricevuto il Prix Lilas (2009), il Thyde Monnier de la Société des Gens de Lettres (2010), e più di recente, nel 2017, il Prix Printemps du roman. Ha curato una rubrica per “Le Magazine des Livres” e collaborato con “Libération”. Attualmente scrive per il settimanale “Le Jeudi”.

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