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MACCHINE COME ME di Ian McEwan (recensione)

settembre 27, 2019

MACCHINE COME ME di Ian McEwan (Einaudi – traduzione di Susanna Basso)

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L’Adamo di Ian McEwan è un replicante con l’anima di Dostoijevski

di Daniela Sessa

Dopo aver esitato per alcuni secondi, abbassai la faccia sulla sua e lo baciai sulle labbra morbide e anche troppo umane”. Arrivati a un certo punto della storia di Adam, Charlie e Miranda, i tre protagonisti di “Macchine come me” di Ian McEwan accade questo, un bacio. Accade pure che al lettore possa venire in mente un altro bacio: “Ma all’improvviso il prigioniero si avvicina al vecchio senza dir nulla e sempre in silenzio bacia le sue labbra esangui…”. Possa venire in mente o vi possa essere condotto pagina dopo pagina da un Ian McEwan chissà quanto consapevole di aver disattivato le già esangui labbra dell’Inquisitore di Dostoijevski, nelle cui scomode vesti ha fatto entrare il suo Golem. Charlie bacia Adam, l’androide – dalle fattezze di “un portuale del Bosforo” – che ha comprato con i soldi dell’eredità materna, e nel bacio si condensa tutto il racconto di McEwan. Il tradimento attraversa le pagine di McEwan come un’eco della promessa dostoijevskijana: chi ha mentito? chi ha tradito? chi ha sovvertito verità e menzogna? chi è capace di libertà? chi mente? chi dice la verità? E se l’altro da sé esistesse davvero fuori da noi, se non fosse una drammatica domanda interiore ma materia tangibile e programmabile, se fosse un primo uomo tecnologico il novello Adamo, cosa resterebbe della verità? Ancora un enigmatico fatale bacio. L’enigma è sempre quello: l’uomo può salvarsi? Il soterismo robotico immaginato da McEwan fa dell’Intelligenza Artificiale, l’ultima hybris dell’uomo di replicare la scintilla divina: quel fiato fatto anima non si può sintetizzare in laboratorio e ridurre in formule matematiche. Il nuovo romanzo dello scrittore inglese nega all’uomo la capacità di replicarsi nelle emozioni, di sostituire il battito del cuore con l’algoritmo dell’intelligenza, di sottrarre all’anima l’intero senso dell’esistenza umana. A spiegarlo è la storia privata di Charlie, un trentenne irrisolto che vive di espedienti materiali e sentimentali, e di Miranda, la ragazza di cui Charlie s’innamora e che nasconde un segreto e un desiderio. Il segreto è il centro filosofico del romanzo: colpa, vendetta, giustizia, perdono. Il desiderio è la purezza, l’innocenza, l’espiazione, il risarcimento. Romanzo esistenzialista di un umanesimo scettico e nostalgico, “Macchine come me” scrive una nuova leggenda della creazione: nell’anno 1986 si immagina siano in commercio androidi, dodici Adam e tredici Eve (McEwan con l’Eve in più paga l’obolo ironico al #metoo o facendo morire le Eve sarà additato come l’ennesimo orco?). L’eterno conflitto tra materia e spirito, corpo e anima, macchina e uomo ha generato una fantasmagoria di invenzioni letterarie – da Mary Shelley a Isac Asimov o ai “Bambini di ferro” di Viola Di Grado – e cinematografiche da “Blade Runner” ad “Avatar”. Di tutte, ma in particolare del capolavoro di Ridley Scott, di cui ai maliziosi il romanzo di McEwan può sembrare una parafrasi, lo scrittore tiene conto in quest’opera ambiziosa e urgente. Non alieno a storie inquiete e disturbanti, McEwan riempie “Macchine come me” di materia narrativa. Opprimente è il contesto, “oceano dell’infelicità nazionale”: la guerra delle Falkland, l’Inghilterra di Margareth Thatcher e di Tony Benn, la scienza di Alan Turing (una sorta di demiurgo scampato al destino), i Beatles, la Brexit. Passato, presente e futuro si annullano dentro un’ucronia (ammiccante alla sterminata tradizione dal Lazzaro di Saramago alla “Svastica del sole” di Philip K. Dick) non sempre risolta nel rapporto con la vicenda di Charlie, Miranda, Adam e il piccolo Mark. Agile è il plot che ruota intorno a Miranda: la ragazza crede di essere minacciata dall’uomo che ha ingiustamente mandato in galera per stupro, vendicando così l’amica musulmana; inoltre, fa di tutto per adottare Mark e costruire per sé e Charlie una famiglia. Con una storia disallineata, personaggi dai tratti prevedibili e quella prolissità caratteristica della sua scrittura, McEwan rischiava il flop. Invece, “Macchine come me” è un bel libro, capace di incuriosire il lettore con qualche colpo di scena e di alleggerirlo con l’ironia. Un romanzo commovente e divertente, acuto e suggestivo. Importante. Il lungo monologo di Charlie è il pretesto per McEwan di comporre il suo libro forse definitivo, quando ormai ha l’età e il prestigio per scrivere un’opera testamento come per Philip Roth fu “Il lamento di Portnoy” o per Michel Houellebeque è “Serotonina”. Opere in cui uno scrittore mette se stesso e le proprie battaglie civili, ambientali, politiche, culturali, perfino umane e qui fino ai dubbi sul futuro dell’Inghilterra alla vigilia di Brexit. McEwan sceglie per la sua opera mondo l’invasione dei nuovi barbari, quei software a sangue freddo “in grado di «leggere» tanto misteriosamente quanto correttamente una situazione o un volto, un gesto o la coloritura emotiva di un commento”, come Sofhia, l’androide alla Audrey Hepburn presentato al Web Summit di Lisbona dello scorso anno. O addirittura di eiaculare acqua distillata, incastrando il proprio sesso di plastica nella carne viva della donna di un altro. “Lui era un vibratore bipede e io l’ultimissimo modello in fatto di cornuti”. La burlesca metafora del tema del tradimento porta al paradosso l’euforia tecnologica dell’uomo contemporaneo, mentre la storia si arrocca su contese dal sapore antico: la guerra coloniale o il dibattito sindacale vogliono stridere con il futuribile di Adam “Abbiamo creato una macchina intelligente e consapevole e l’abbiamo gettata nel nostro mondo imperfetto”. Ma Adam, l’ultimo fantasma di Narciso o di un Roy Batty alleggerito e nostalgico, a un certo punto confonde meccanica e poesia (i suoi haiku sono algoritmi in rima), tenta di sconfinare nella complessità dei sentimenti (non sa giocare e rifiuta la fanciullezza di Mark la cui “un’esistenza respinta” prefigura il suo stesso destino), intrica la sua “ragione reificante” fino alla violenza, fino allo scioglimento della sua esistenza e della storia, fino alla colpa e al perdono. Alla redenzione. Dostoijevski e Turing: la concettualizzazione poetica della colpa e il mezzo della redenzione. Per milioni di Charlie e Miranda “moralmente difettosi” c’è un robot redentore. Ma figlio del cervello umano, Adam sfugge alla mappatura etica installata dai suoi proprietari “La matematica… la poesia, l’essere innamorato di te. Ma ci ritirano tutti lo stesso. Per riprogrammarci. Ripristino, lo chiamano. Inorridisco all’idea, come faresti tu. Voglio essere quello che sono, io, quello che sono stato”. Non ci sono bastoni di Orione nella vicenda umana di Adam, ma un interno familiare contesto di emozioni, contrasti, aspirazioni, fallimenti, progetti. “Macchine come me” prefigura una sorta di umanesimo 4.0 dove la tecnologia ancora una volta si arrende alla bellezza dei sentimenti e Adam è straordinariamente empatico. Più che una canzone dei Beatles, così presenti nel libro di McEwan, al drammatico Adam viene da dedicare il ritmo malinconico di un testo di Franco Battiato “La passacaglia” che a un certo punto dice “Viviamo in un mondo orribile/Siamo in cerca di un’esistenza/La gente è crudele/E spesso infedele/Nessun si vergogna/Di dire menzogne”.  Non è un haiku ma Adam lo apprezzerebbe e capirebbe persino il bacio di Charlie.

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La scheda del libro: “Macchine come me” di Ian McEwan (Einaudi – traduzione di Susanna Basso)

Macchine come me - Ian McEwan - copertinaCon l’eredità che gli ha lasciato sua madre, Charlie Friend avrebbe potuto comprare casa in un quartiere elegante di Londra, sposare l’affascinante vicina del piano di sopra, Miranda, e coronare con lei il sogno di una tranquilla vita borghese. Ma molte cose, in questo 1982 alternativo, non sono andate com’era scritto. La guerra delle Falkland si è conclusa con la sconfitta dell’Inghilterra e i quattro Beatles hanno ripreso a calcare le scene. E con l’eredità Charlie ci ha comprato una macchina. Bellissima e potente, dotata di un nome e di un corpo, la macchina ha intelligenza e sentimenti e una coscienza propri: è l’androide Adam, creato dagli uomini a loro immagine e somiglianza. La sua stessa esistenza pone l’eterna domanda: in cosa consiste la natura umana? Londra, un altro 1982. Nelle isole Falkland infuriano gli ultimi fuochi della guerra contro l’Argentina, ma per le vie della città non sventoleranno le bandiere della vittoria. I Beatles si sono da poco ricostituiti e la voce aspra di John Lennon continua a diffondersi via radio. Anche il meritorio decrittatore del codice Enigma, Alan Turing, è scampato alla morte precoce, e i suoi studi hanno reso possibili alcune delle conquiste tecnologiche di questi «altri» anni Ottanta, dalle automobili autonome ai primi esseri umani artificiali. Fra chi non resiste alla tentazione di aggiudicarsi uno dei venticinque prototipi esistenti nel mondo, dodici Adam e tredici Eve, c’è Charlie Friend. Certo, un grosso investimento per un trentaduenne che si guadagna da vivere comprando e vendendo titoli online. Ma Charlie è convinto che quel suo Adam bellissimo, forte, capace in tutto, «articolo da compagnia, sparring partner intellettuale, amico e factotum» secondo le promesse dei costruttori, gli sarà di grosso aiuto con l’affascinante ma sfuggente Miranda, la giovane vicina del piano di sopra. Per certi versi non ha torto. Il primo non-uomo ha accesso a tutto quello che si può sapere, dalla soluzione del problema matematico P e NP, all’influenza di Montaigne su Shakespeare, fino al modo di vincere le resistenze di Miranda e penetrarne il segreto. Un segreto complicato e doloroso che, quando emerge, pone ciascuno di fronte a un dilemma etico lacerante. Ma la legge piú inviolabile dell’androide recita: «Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno». E per un’intelligenza artificiale tanto sofisticata da anteporre la coscienza alla scienza, il concetto di danno può essere piú profondo e micidiale di quel che appare.

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Ian McEwan è nato nel 1948 ad Aldershott e vive a Londra. È autore di due raccolte di racconti: Primo amore, ultimi riti e Fra le lenzuola; un libro per ragazzi: L’inventore di sogni; un libretto d’opera: For You. Ha pubblicato il saggio Blues della fine del mondo e i romanzi: Il giardino di cemento, Cortesie per gli ospiti, Bambini nel tempo, Lettera a Berlino, Cani neri, L’amore fatale, Amsterdam, Espiazione, Sabato, Chesil Beach, Solar, Miele, La ballata di Adam Henry, Nel guscio, Il mio romanzo viola profumato e Macchine come me. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Einaudi.

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Ho cinquantadue anni e mi dedico seriamente alla scrittura da quando ne avevo ventuno. Spesso mi capita di domandarmi se scrivere stia diventando piú facile. Temo che la risposta sia no. A quanto pare scrivere non è un’attività che si semplifica con l’andare del tempo; non è possibile «buttare giú» un romanzo solo perché fai questo mestiere da qualche decennio. Certe volte mi pare che la questione si riduca a un problema di forma fisica: scrivere richiede un’enorme quantità di energia. Invecchiare non aiuta. È fondamentale convincersi di avere tra le mani qualcosa di nuovo, di fresco, qualcosa che sia decisamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, anche se può trattarsi solo di un’illusione. Poi naturalmente occorrerà scavare piú a fondo ogni volta e compiere ricerche accurate per arrivare a un materiale che non assomigli a quello già utilizzato. Con il passare degli anni sai sempre qualcosa di piú sulle tue abitudini mentali, sulla struttura dei tuoi pensieri. Diventi molto scettico e vuoi evitare il piú possibile di ripeterti. Continuo a credere che tra un romanzo e l’altro sia necessario inserire un pezzo di vita; mi pare che ogni romanzo debba essere scritto da una persona leggermente diversa.

lan McEwan, Bbc Radio 3, novembre 2000 (Fonte: http://www.einaudi.it)

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