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MOTHER ERITREA di Daniel Wedi Korbaria (un estratto)

settembre 30, 2019

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione di MOTHER ERITREA, romanzo di Daniel Wedi Korbaria (La Vela edizioni – Viareggio)

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Il libro sarà presentato presso la Pinatoca “Nunzio Sciavarrello” di Catania venerdì 4 ottobre 2019 alle h. 17.30.
Sabato 5 ottobre si svolgerà l’incontro/dibattito “L’Africa può risorgere” (le locandine in coda al post)

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Sullo sfondo di un paese in guerra, negli anni dell’infinita lotta di Liberazione del popolo eritreo, si compie il dramma di Selam, Mother Eritrea, una madre coraggio costretta a crescere da sola due figli mulatti facendo di tutto perché sopravvivano. La vicenda è ambientata nella città di Asmara, oppressa dal feroce controllo dei Torrserawit del Colonnello Menghistu Hailemariam armati di Kalashnikov. I fratellini crescono circondati da un gruppo di donne sole che usano i melodrammi indiani come panacea alla loro misera vita, combattendo quotidianamente contro uomini violenti. Per sfuggire a un destino che sembra già segnato, i due si rifugiano “nel recinto del Signore”, la Cattedrale cattolica di Asmara, diventando chierichetti. Il protagonista Yonas, un Tom Sawyer africano ma con la pancia vuota, è, assieme al suo fratellino, perennemente a caccia di cibo. Il protrarsi della situazione bellica li porterà nel cuore dell’Impero etiopico, fino al tanto atteso ritorno e un finale che svelerà la patologica immaginazione della voce narrante: la rivincita della vita sulla morte.

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“Mother Eritrea” di Daniel Wedi Korbaria (La Vela edizioni – Viareggio)

Dall’Introduzione

(…)
Perciò vi chiedo di aprire il vostro cuore e affrontare questo viaggio senza alcun pregiudizio e senza schieramenti ideologici. Questa è una voce autentica che, confidando nel buon cuore dei lettori, scalpita per far conoscere un’altra Eritrea, un paese dalla cultura millenaria, patria di un popolo ospitale, schietto e sincero. Attraverseremo il mercato di Asmara insieme a Selam, Mother Eritrea, cammineremo sui marciapiedi del centro e sotto le giganti palme dalle fronde cariche di datteri, dove ci imbatteremo nei soldati etiopici armati, i torrserawit. Dietro ogni angolo sono in agguato la ferocia e l’oppressione del colonnello Menghistu Hailemariam, mentre scorre in primo piano la sofferenza di una madre che cerca di sopravvivere sotto i bombardamenti insieme ai suoi due figli piccoli, affamati non solo di affetto. Il pezzo mancante è la figura paterna, un personaggio invisibile che fugge alle sue responsabilità. Un “colonialista del sesso” di seconda generazione. E la storia si ripete, con tutti i suoi errori.
In Eritrea, infatti, la condizione delle donne peggiorò con l’arrivo dei torrserawit etiopici. Spesso erano facili bersagli, quindi le loro vittime preferite. Per certi versi, il modo di fare dei torrserawit somigliava molto a quello dei soldati italiani. Nulla a che fare con il colore della pelle, quindi: i soldati erano sempre soldati e le loro violenze identiche a quelle del passato coloniale.
Infatti il colonialismo italiano aveva reso l’Eritrea una prigione per le migliaia di ragazze che tanto assomigliavano alla protagonista Selam, schiavizzate di giorno e di notte. Spesso costrette da problemi familiari, impararono molto presto a fare la vita per sopravvivere. La prostituzione si diffuse soprattutto nelle città. Le foto d’epoca, in bianco e nero, mostrano nudi femminili di fanciulle con seni turgidi, corpi lisci e vellutati, autentici fiori sbocciati in una terra fertile dove è sempre primavera. Erano fotografie di propaganda molto efficaci da usare come esca per attirare i machi italiani, analfabeti e frustrati. Infatti, partirono a migliaia alla ricerca di fortuna e sesso. Così, anche il più morigerato padre di famiglia finì per diventare cacciatore, trasformandosi, in men che non si dica, da timido ospite a spavaldo padrone. E, con una donna accanto, sembrava tornare adolescente, per comportarsi come chi non avesse mai avuto una donna prima di allora. Se lo avesse saputo sua moglie!
E pensare che, solo qualche settimana prima, era sbarcato tutto sudato e bruciato dal sole dopo aver sofferto per giorni il mal di mare. Approdato in quella terra sconosciuta, dopo aver superato la prova della settimana di dissenteria, si era avventurato nell’entroterra già ringalluzzito da quell’aria satura di iodio. In tasca aveva un po’ di monete, che ogni tanto gettava a chi lo salutava. Faccetta Nera era meravigliata di vedere un soldato “senza pelle”, con i capelli biondi e gli occhi del colore del cielo. Lo seguiva con lo sguardo. Anche lui la guardava. Lei aveva grandi occhi scuri molto espressivi e ingenui, denti bianchissimi e labbra carnose, con indosso lo zuria bianco che avvolgeva un corpo perfetto e fiero. Ben presto divenne la preda prelibata dei soldati italiani, che andarono a caccia per conquistare ognuno la sua Faccetta Nera, un trofeo con il quale farsi fotografare per l’invidia degli amici rimasti a casa.
Qualcuno le mise in bocca persino una sigaretta accesa, mentre qualcun altro, alle sue spalle, le stringeva le braccia obbligandola a sorridere tutta nuda davanti a quell’oggetto misterioso che l’abbagliava. Altre giacevano inermi e vinte sotto i corpi pallidi dei cacciatori, soffocate dalle loro braccia possenti.
Le poverette, umiliate e confuse, senza comprendere i loro gesti violenti e le loro parole volgari, rimanevano immobili a mostrare la loro nudità.
Finalmente lontani da casa, tutto era lecito.
Senza troppa indignazione, nella società coloniale fu adottato il madamato, una specie di concubinaggio. Illudendo moltissime Faccette Nere, gli italiani simulavano matrimoni per farle diventare vere schiave, sottomesse e sempre pronte a soddisfare i bisogni di mariti esigenti. Si erano tutte convinte di essere diventate delle vere mogli, perché gli italiani le chiamavano “Madama”: ma proprio l’etimologia di questo termine indica, in Europa, la tenutaria di un bordello. Durante il colonialismo fascista, lo stesso Indro Montanelli confessò di essersi sposato con una ragazzina di dodici anni, poi abbandonata al suo destino.
Per gli italiani si trattava infatti di una conveniente convivenza temporale, un rifugio nel quale erano serviti e riveriti, un piacevole passatempo in attesa di ricongiungersi con la vera moglie lasciata in patria, alla quale avevano promesso di tornare presto. Una moglie sospettosa che, alla vista di quelle inequivocabili fotografie in bianco e nero che giravano in Italia, non dormiva certo sonni tranquilli.
Finché, nel 1937, fu varato il regio decreto-legge 880, che perseguiva il madamato con severe “sanzioni per rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi”, punendo i trasgressori addirittura con la reclusione da uno a cinque anni. Così, all’improvviso, Faccetta Nera fu strattonata violentemente: “Devi andare via. Stanno arrivando, mi metteranno in galera per colpa tua!”, gridava il suo “sposo”. La fanciulla, che viveva insieme a quello che credeva suo marito, si ritrovò per strada, sola come un cane randagio, invecchiata di dieci anni in un solo colpo, senza un tetto sopra alla testa. Ma non era sola, Faccetta Nera: presto avrebbe dato alla luce un bambino meticcio.
Quarantamila mulatti spuntarono come funghi in appena mezzo secolo di colonialismo. Ma fin da subito la parola mulatto fu sostituita, spregiativamente, con “meticcio”. Ovviamente, quei figli non venivano mai riconosciuti dai loro padri, così gli eritrei ben presto li accettarono, integrandoli, nonostante portassero cognomi femminili, in una società di tipo patriarcale presso cui il nome del padre diventa cognome per il figlio.
A quei tempi, nel Parlamento italiano si dibatté animatamente per stabilire se i meticci si dovessero definire cittadini o sudditi. “Che si vuol far fare alla Faccetta nera? Un meticcio? Ma siete impazziti? Noi dobbiamo popolare l’impero d’intatta gente nostra! Chi costruisce uno splendido futuro non auspica per sé eredi corrotti!”, tuonavano le più alte cariche dello Stato. A dare man forte arrivarono i luminari della scienza con il Manifesto della razza1, in cui spiegavano antropologicamente come i meticci, ereditando i caratteri fisico-somatici dalla madre, fossero predisposti alla degenerazione. Una degenerazione irreversibile, come quella dell’incrocio di due animali di specie diverse.
Ma immaginate di capovolgere la situazione. Se quei meticci fossero stati generati da ragazze italiane e padri eritrei, cosa si sarebbe detto in quel Parlamento? Quale scandalo avrebbe suscitato nella cattolicissima società italiana? Come avrebbe reagito l’opinione pubblica? Cosa avrebbero scritto i giornalisti di quelle ragazze italiane?
Lo stesso, quei meticci abbandonati dagli italiani divennero adulti maledicendo chi li aveva resi orfani di padre, portandosi appresso la sindrome dell’abbandono e il complesso di sentirsi sempre a metà.
Ho letto tanti libri di autori italiani come Angelo Del Boca, Giampaolo Calchi Novati ed Ennio Flaiano. Bei libri e belle storie, ma sempre con quel modo di narrare classico in cui il protagonista è il colonizzatore. È il solito raccontare gli “italiani brava gente” attraverso un solo punto di vista. Nessuno degli illustri scrittori menzionati ha mai analizzato i personaggi eritrei senza una certa aria di superiorità o una bonaria commiserazione.
Di recente è stato riscoperto il generale Amedeo Guillet, conosciuto come l’eroe del colonialismo italiano perché, assieme a un gruppo di combattenti eritrei, rifiutò di arrendersi dando del filo da torcere agli inglesi. Al suo fianco combatté Kadija, una giovane eritrea coraggiosa quanto lui. Fra i due nacque una storia d’amore, di quelle impossibili e dall’esito scontato. Anche il generale scelse di tornare dalla moglie, rimasta in patria ad attenderlo. Epica una sua frase: “Gli eritrei furono splendidi. Tutto quello che potremo fare per l’Eritrea non sarà mai quanto l’Eritrea ha fatto per noi”.
Ben venga, dunque, rispolverare vecchie storie; ma, per una sorta di par condicio, si dovrebbero altresì raccontare, per esempio, le gesta dell’eritreo Zeray Deres che, assunto dal Ministero delle Colonie come traduttore, si trasferì a Roma nel 1937 e nel 1938 fu scelto per partecipare a una parata militare indossando il costume tradizionale eritreo per salutare Vittorio Emanuele III di Savoia, Benito Mussolini e Adolf Hitler. Zeray, in Piazza dei Cinquecento, pronunciò “parole ingiuriose indirizzate all’Italia e al Duce, inneggiando al negus” e aggredì con una scimitarra alcuni soldati italiani finché non gli esplosero quattro colpi di pistola. Zeray Deres fu ferito, arrestato e successivamente internato in Sicilia in un ospedale psichiatrico, dove morì nel 1945. “Tre persone ferite da un eritreo impazzito”, titolarono i giornali ignorando il suo gesto di protesta anticoloniale e antifascista. In seguito a questo incidente, Mussolini ordinò l’espulsione dal territorio italiano e il rimpatrio in Etiopia di tutti gli aristocratici abissini.
Oggi, fortunatamente, esistono molti scrittori e intellettuali eritrei che pubblicano libri di storia intervistando i testimoni e i sopravvissuti delle centinaia di massacri perpetrati sulla popolazione.
Per raccontare tutte le nostre tragedie non basterà un secolo: il nostro impegno dovrà comprendere anche la raccolta e l’archiviazione delle testimonianze degli anziani, perché sono loro i nostri libri viventi, quindi la nostra memoria.
Perché un popolo senza memoria è un popolo perso, senza futuro.

(di Daniel Wedi Korbaria – Riproduzione riservata)

@ La Vela edizioni – Viareggio

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Daniel Wedi Korbaria è nato ad Asmara nel 1970 e dal 1995 vive e lavora in Italia, dove ha partecipato a numerosi concorsi letterari. Dopo lunghe esperienze nel mondo del teatro, durante gli ultimi anni si è occupato di immigrazione dal Corno d’Africa con articoli, saggi e inchieste giornalistiche per offrire una voce alternativa ai racconti che i media mainstream propongono sull’immigrazione. I suoi articoli sono stati pubblicati in tutto il mondo e tradotti in diverse lingue. Mother Eritrea è il suo primo romanzo.

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