Home > Uncategorized > AMMATULA di Gianni Bonina (recensione)

AMMATULA di Gianni Bonina (recensione)

ottobre 3, 2019

AMMATULA di Gianni Bonina (Castelvecchi): recensione del libro e nota dell’autore

 * * *

Il magma di colla nel romanzo sulla mafia di Gianni Bonina

“La voce pubblica… Ma che cos’è la voce pubblica? Una voce nell’aria, una voce nell’aria: e porta la calunnia, la diffamazione, la vendetta vile… E poi: che cos’è la mafia?… Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessuno lo sa… Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli, lasciatemelo dire…”.

Leonardo Sciascia, da Il giorno della civetta (Einaudi 1961)

 * * *

di Alessandro Moscè

La sonda letteraria equivale alle morsure du réel: una cartina di tornasole ineguagliabile, che conduce verso la scoperta della verità, che afferra il “pensiero forte” illuminato da una conoscenza indicativa, ineccepibile, specie se collocata geograficamente, in uno specifico luogo.
Dopo Fatti di mafia (Theoria 2018), in cui erano riuniti più di trenta racconti, Gianni Bonina, giornalista, scrittore, autore teatrale (vive a Catania), nel suo ultimo romanzo Ammatula (Castelvecchi 2019) si occupa ancora di malavita, connivenza, sopraffazione, crimini. Proseguendo una tradizione mobilitata dall’impegno civile di Leonardo Sciascia, colloca la parabola narrativa nella sua terra violentata dal sangue degli innocenti. L’omertà, la distanza tra i cittadini e lo Stato, la convinzione che la famiglia e l’amicizia debbano essere concepite in senso tribale (peraltro con assoluta naturalezza), denudano la prassi mafiosa sull’esempio del noto Il giorno della civetta di Sciascia (“come la civetta di giorno compare”, affermazione che fa da motivo ispiratore), caposaldo di questo genere di libri implicitamente di denuncia.
Nel carcere di Parma, l’avvocato e parlamentare Carmine Andaloro incontra Gaspare Scaturro, ergastolano costretto da tempo al 41 bis, all’isolamento nei confronti degli altri detenuti e costantemente sorvegliato da un corpo speciale. Il boss agrigentino ha saputo che sta per uscire un libro scottante in cui sul conto di Andaloro si rivelano verità che andrebbero taciute. Lo ha fatto chiamare per offrirgli l’ultimo favore, facendosi trovare tronfio, con la giacca e la camicia bianca.
Ammatula, inutile, invano, dal detto siciliano: “Ammatula ti pettini e l’allisci, u cuntu ca t’ha tirata nun t’arrinesci (“Inutile pettinarti e truccarti, il piano che hai concepito non ti riesce”). Gianni Bonina imbastisce la tela del ragno in un contesto reale e con personaggi di fantasia persuasivi, che si integrano in una perpetua condizione ben cicatrizzata, che attinge alla cronaca giornaliera e alle dinamiche di un vivere sovrano quanto istantaneo nella Sicilia degli anni Settanta e a seguire. In questo magma di colla Gaspare Scaturro e Carmine Andaloro sono folgorati dalla maledizione degli arcobaleni di marzo (altro modo di dire): un brigante e un galantuomo, infine “inchiodati alla croce come cristi”. Il capomafia di Agrigento lo dice con un filo di amarezza, adesso che sta morendo in una lenta agonia, dopo aver sedotto e coinvolto centinaia di persone e gestito affari milionari facendo leva sul fascino dell’uomo di mafia che stringe patti diabolici. Per testimoniare il suo potere e l’estesa costellazione che ne deriva, indossa una pesante collana con il crocifisso, nello stesso carcere che ospitò Totò Riina, inscenando la retorica del mafioso credente, ossequiosamente religioso.
Carmine è cresciuto al tempo del Sessantotto, durante la crisi dei prezzi degli agrumi, negli anni della dura contestazione, nonostante un passaggio breve nell’istituto di preti di Acireale come assistente dei convittori. Si trasferisce a Catania dove studia e fa l’investigatore privato per un “obiettivo”, cioè per dare risposte al cliente, solitamente un marito tradito o un padre in ansia. In seguito si improvvisa venditore di enciclopedie capace di magnificare ogni contenuto, pur di guadagnare denaro. Il contesto dell’attualità nazionale del tempo emerge nella notte dell’attentato, presso la Questura di Milano, a Mariano Rumor, Ministro dell’Interno democristiano. Carmine, contemporaneamente, viene colpito con pugni di ferro e spranghe. Dal nord Italia fino a Roma, a Catania, a Palermo, attivisti cattolici, esponenti del Msi e militanti di Lotta Continua vanno frontalmente allo scontro, alla ricerca di una supremazia irrevocabile.
Anna appare nelle prime pagine di Ammatula (“splendida ragazza con il fisico da diva del cinema”). È la fidanzata di Gaspare, il quale non si sa bene di cosa si occupi. Nel 1974 la ragazza scopre di essere incinta. I genitori le proibiscono di continuare la relazione con il temuto e inaffidabile Gaspare. Anna, che ha fretta di sposarsi, finisce tra le braccia di Carmine, giovane riflessivo, posato, che si sta formando ed ha una solida famiglia alle spalle. Gaspare, sorprendentemente, tramuta la sua iniziale, divampante gelosia, in un sentimento protettivo, benevolo, perfino provvidenziale. “Anna era consapevole che la montagna di menzogne messe in piedi minacciava di travolgerla. Se tutti sapevano che era andata all’altare incinta di quattro mesi e che la gravidanza era stata di nove, mentre Carmine sapeva che era nato settimino, a Gaspare sarebbe bastato ricordare la notte in albergo per scoprire che Angelo era figlio suo, una volta accertato che non si era trattato di un parto prematuro”.
Carmine farà l’avvocato, sarà consigliere provinciale, assessore regionale e parlamentare nelle file della Democrazia Cristiana, corrente andreottiana. I clienti che bussano alla sua porta sono spesso imputati di mafia, corleonesi agrigentini ai quali è stato affidato un legale di fiducia nientemeno che da Gaspare Scaturro, affinché Anna, mai dimenticata, possa godere dei benefici economici del marito sul quale il boss ha scommesso in prima persona (portandogli anche molti voti). Una radicale generosità e un proverbiale paternalismo sono l’antefatto di esistenze parallele. Il contesto storico si anima con l’omicidio di Nando Dalla Chiesa. Carmine Andaloro commenta: “Certa stampa nel suo forsennato proposito di combattere la mafia ne fa in realtà il suo gioco”. Anche il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, viene barbaramente ucciso, “perché lasciato solo”. Viene tirata in ballo la caccia alle streghe di testate come “L’Ora”, nonché l’uccisione del giornalista Giuseppe Fava e l’esplosione della seconda guerra di mafia a Palermo del 1981, con Riina, Provenzano e Bagarella che “si presero” la Sicilia. “La mafia non cerca pubblicità, è vero, ma per riuscire a intimidire la gente vuole che le sue regole siano ugualmente note e agisce attraverso rituali e atti simbolici che non rivendica come fanno le Brigate Rosse”, asserisce Carmine Andaloro, quasi fosse un umanista nascosto nella sua linea d’ombra, sottile e provocatorio.
Ammatula è un romanzo fiction miscelato con la novel non fiction, in cui l’esperienza descritta scorre nell’essenzialità linguistica utilizzata efficacemente. Pur non essendo uno scrittore engagé, il dettato della parola di Gianni Bonina è rinvigorito nella struttura del montaggio, nella storia principale e nelle singole, convulse vicende, nei gesti conflittuali di una famiglia: padri, moglie, figli che si esprimono in una mescolanza dove il riscatto e la felicità sono bilanciati dalla fatalità e dall’imprevisto. Le istantanee rappresentano la svolta del romanzo, dove nell’incessante acme vengono proposte interpretazioni su interpretazioni, sfumature e vibrazioni, un intreccio a strappi dell’esistenza dei protagonisti. Il rito propiziatorio della domanda, anche implicita, alla quale segue un’asserzione, affronta senza reticenza le contraddizioni umane e i possibili equivoci tra il dire e il non dire. Il ragionamento si allarga in una conversazione tra più soggetti, ricomposta in un segreto prospettico, in una corrente interiore che permette di fiutare le cose, di coglierle nell’essenza una volta semplificate (“Andaloro lasciò il carcere travolto dall’emozione e dalla rabbia. Non gli fece bene vedere Scaturro e un po’ si pentì di aver accolto l’invito. E tuttavia non lasciò Parma, nel proponimento di tornare da Scaturro dopo aver riflettuto bene”).
A metà del 2015 esce il libro del giornalista Mimmo Arcerito, con in primo piano la foto di Carmine Andaloro e dietro l’angelo custode, Gaspare Scaturro. Il reporter rivela le relazioni e l’intesa tra i due; raccoglie i verbali delle intercettazioni telefoniche; esamina il flusso dei voti alle urne; menziona i soldi del racket destinati alla difesa dei carcerati. Nelle pagine conclusive il passaggio di metodi mafiosi di generazione in generazione si protrae nella speranza che l’arcobaleno di marzo, metaforicamente, possa essere soppiantato dal sole di aprile.
Gianni Bonina sente la sorte come un’indecifrabile frenesia che aleggia intorno allo spazio vitale, che si muove nel dramma inscindibile di vita e di morte. Il sismografo interiore si aziona per registrare i fenomeni ondivaghi di un sistema silenzioso e spietato. L’intenzione di refertare l’organizzazione del fenomeno mafioso precede la scrittura stessa, non nasce con essa. Il lavoro di ricostruzione del narratore avviene con l’intromissione in un affastellamento di voci, di segni che esaltano specie il corpo a corpo verbale, la temerarietà e i lati vulnerabili di coscienze allarmate, mai sopite. Ammatula si può definire un bel romanzo politico, laddove il male comune non si insinua nelle ideologie del Novecento, ma in un universo sociale e istituzionale professato come una dottrina integrale, combattuto, dalla parte opposta, indossando una divisa morale.

* * *

NOTA DELL’AUTORE

https://letteratitudinenews.files.wordpress.com/2018/05/gianni-bonina.jpgHo scritto Ammatula nei modi di un soggetto cinematografico dove avesse prevalenza l’azione, i pensieri dei personaggi fossero ridotti quasi a zero insieme con le descrizioni e venissero eliminate le inessenzialità e le accidentalità. Puntando sulla narrazione e offrendo largo spazio ai dialoghi, ho creduto di imprimere al romanzo un ritmo serrato, ancor più opportuno trattandosi di una saga che si spalma su cinquant’anni, dal 1968 al 2018, la quale di per sé fa temere tempi lenti e molte volte morti. Ho cercato di evitare questa insidia operando sulla cresta dei fatti narrati: nel momento in cui mi sono trovato, come capita nei romanzi con i tempi della storia molto lunghi, di fronte all’inevitabile scelta se ridurre l’interlocuzione a vantaggio della narrazione, ma col rischio di rendere distanti e indistinti i personaggi facendoli parlare poco, o se invece accrescere l’interlocuzione al pari dello svolgimento diegetico, minacciando in questo modo la scorrevolezza e cedendo al minuziosismo, la soluzione l’ho vista nella possibilità di costruire quadri dialogici completi di narrazione e interlocuzione, con la descrizione al minimo, entro un contesto temporale assunto a salti: facendo un po’ come una carovana che attraversi un enorme deserto e si fermi spesso e a lungo in stazioni di sosta fornite di tutto. In questo modo il tempo della narrazione scorre più veloce, perché viene riempito, anche se non interamente, nelle parti evenemenziali che cadono in anni diversi e periodici. Descrivendo invece i fatti, il tempo sarebbe rallentato e la lunghezza del libro sarebbe stata doppia, a tutto discapito della sua piacevolezza.
Naturalmente è bene precisare che non l’ho inventato io questo procedimento, avendolo mutuato dalle grandi lezioni venute da autori di saghe come Balzac, Mann, Garcia Marquez. Appare chiaro che tale è lo stile giornalistico, il più adatto a forbire un genere letterario, la saga, che oggi è il più amato dal pubblico, in linea peraltro con il gusto prevalente per l’omologo genere della serie Tv che alla saga assomiglia per la diluizione dei tempi. E, giacché concepito per scene diacroniche, Ammatula allinea personaggi che cambiano di età e dunque di aspetto, oltre che di personalità, altri che subentrano e si prendono la ribalta, tutti sullo sfondo di fatti storici che sono quelli reali e che riguardano la Sicilia e i rivolgimenti nazionali.
In questa congerie parlare di protagonisti è elusivo, perché in mezzo secolo a tenere la scena, ma sempre temporaneamente, sono figure ogni volta diverse, epperò una fra tutte può essere vista come presente in ogni età benché non costantemente in primo piano: quella di Carmine Andaloro, l’avvocato parlamentare al quale di più ho prestato attenzione e considerazione. Il suo stato di legale di mafiosi, fervente cattolico, rigoroso e fattivo uomo di Stato che si trova al centro e in balia di forze che finiscono per soffocarlo, mi appare oltremodo significativa per immaginare la condizione siciliana in generale.
Fragile e forte secondo le circostanze, ipocrita e schietto per convenienza, ingenuo e astuto per condiscendenza, ma di animo buono e generoso, educato ai migliori principi, Andaloro è il siciliano che in sé serba pregi e difetti da ostentare come elementi di inganno e modelli di vita. Ho pensato al cognome, pur diffuso nell’Agrigentino, nell’idea appunto di qualcosa di ondivago, di basculante, di malfermo. Il suo tentativo di tenere la famiglia unita, insieme con l’intero parentado, nel momento in cui prova anche a conciliare la sua situazione professionale di legale dei mafiosi con i sentimenti antimafiosi di membri della famiglia e che pure da parlamentare egli stesso sente, si scontra con la sua irredimibile condizione di siciliano invischiato nelle più torbide trame, con il suo sogno di benessere e con un’epoca che non consente a nessuno doppie nature e facce molteplici. Non volendolo, è in un capomafia che scopre il suo doppio, Gaspare Scaturro, colui che lo aiuta come avvocato e come parlamentare per amore di una donna divenuta la moglie di Andaloro ma da lui amata fino alla morte. Inutilmente. Ammatula, in siciliano. Come inutili si rivelano i suoi sforzi perché il figlio non diventi anche lui un mafioso, perché il libro-inchiesta di un giornalista che contiene amare verità non esca, perché non sia ricordato come un uomo feroce ma come un essere capace anch’egli di amare, pur sfidando leggi che gli impediscono ogni libertà e ogni vagheggiamento.
Andaloro e Scaturro sono certamente le figure principali di un romanzo che ho inteso di mafia ma anche di amore e di odio: amore tenerissimo come quello che nutre per tutti la deliziosa suor Giulia, figura chiave per le profonde implicazioni religiose che annette e che si rivelano importanti per le sorti comuni, e odio implacabile come quello che divide Scaturro da un uomo della Stidda, Cosimo Alonge, o Angelo da Mimmo Arcerito, personaggi che popolano la scena degli ultimi anni.
Ho esasperato i toni e reso in forma di passioni accese e vibranti i sentimenti che animano i personaggi, ma senza per questo forzare la realtà effettuale, perché – come dice a un certo punto Angelo, a epigrafe e suggello dello spirito complessivo del romanzo – «è questione di forza di sentimenti. In Sicilia li abbiamo tutti troppo sviluppati. Non abbiamo il tasto benessere. Diventiamo di colpo o troppo caldi o troppo freddi. E, bollenti o gelati, non siamo gestibili».
Romanzo dunque senz’altro siciliano, ma steso senza alcuna concessione al ricorsivo dialetto isolano, con un’attenzione acribitica nell’evitare aggettivazioni superflue per puntare piuttosto all’essenziale, eliminando parole inutili alla comprensione del testo, Ammatula deve il titolo a una etopea siciliana fondata sul pessimismo della ragione, sul credo nell’immodificabilità del destino e l’inutilità di ogni sforzo di cambiamento. Entro una visione del mondo che esclude i toni grigi e riconosce solo il bianco e il nero, anche il sofferto tentativo di Andaloro di professarsi in coscienza antimafioso ma allo stesso tempo lucrando i vantaggi del sostegno delle cosche senza cedere alla connivenza non può che imporre alla fine una scelta resa necessaria dalla cultura manichea di una Sicilia nella quale la tendenza dominante è a complicare anche le cose più semplici e dove molto facilmente può essere fatta rientrare l’Italia intera.
Credo che questo sia un romanzo complesso, proponendo dietro la crosta dei fatti temi centrali e interrogativi sentiti quali la sussistenza di una natura mafiosa volta anche al bene, il sospetto di collusioni di avvocati e parlamentari integerrimi che per professione e per consenso contano clienti e voti compromettenti, la coscienza civile come fattore di divisione intrafamiliare, l’amore visto come forza superiore ma anche come fomite di odio e di tradimento, la pervicace incombenza della mafia, l’ambiguità dei rapporti umani che mascherano quelli stretti con mafiosi, l’ereditarietà dei caratteri paterni, il magistero sociale di singole figure religiose capaci di sovvertire gli animi, la redenzione dal male, la feroce violenza unita alla più pia sottomissione e, sugli altri temi, la convivenza di prossimità tra persone antitetiche costrette a condividere un territorio, una realtà, un destino comune che, nel campo di forze in conflitto che è la Sicilia, non consente a nessuno di rimanere fuori e dirsi innocente.

(Gianni Bonina)

* * *

La scheda del libro: “Ammatula” di Gianni Bonina (Castelvecchi)

Ammatula - Gianni Bonina - copertinaNel carcere di Parma, l’avvocato e parlamentare agrigentino Carmine Andaloro si ritrova faccia a faccia con il capomafia Gaspare Scaturro, ergastolano al 41 bis, con il quale ha condiviso per l’intera vita l’amore per la stessa donna, la moglie Anna. Il boss ha saputo che sta per uscire un libro in cui si rivelano sul conto di Andaloro verità che andrebbero taciute e lo ha fatto chiamare per offrirgli l’ultimo dei molti favori resi nel tempo in omaggio alla donna perduta, favori che l’avvocato non ha mai richiesto ma di cui ha sempre beneficiato in silenzio. Dalle contestazioni studentesche degli anni Settanta e lungo gli ultimi tormentati decenni italiani, fra stragi, attentati, esecuzioni, sit-in e marce di protesta, le famiglie Andaloro e Scaturro cercano il riscatto e la felicità, ma inutilmente, ammatula: come Sisifo legato al suo sasso, perpetuano in un vano sforzo un destino collettivo. Che è lo stesso della Sicilia più profonda. Una saga cinquantennale sul potere mafioso, sul potere politico, sui loro intrecci, ma anche sulle forme conflittuali che l’amore può assumere.

 * * *

Gianni Bonina è giornalista e vive a Catania. È autore dei romanzi Busillis di natura eversiva (2008), I sette giorni di Allah (2012), Cronaca di Catania (2013), La scoperta della mafia (2014), Morte a debito (2016); delle raccolte di racconti L’occhio sociale del basilisco (2001) e Fatti di mafia (2019); del reportage L’isola che trema (2006, Premio Alvaro 2007); del libro-inchiesta Il fiele e le furie (2009); dei testi teatrali raccolti in Anno di disgrazia 1993 (2018, Premio Pirandello 2000); e dei saggi letterari I cancelli di avorio e di corno (2007), Maschere siciliane (2007, Premio Adelfia 2007), Il carico da undici. Le carte di Andrea Camilleri (2007) e Tutto Camilleri (2012).

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Iscriviti alla nostra mailing list cliccando qui: scrivi il tuo indirizzo email e poi clicca sul tasto “subscrive”. Riceverai informazioni a cadenza mensile sulle attività di Letteratitudine

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: