Home > Brani ed estratti > LA REGINA DEI CORNETTI SALATI di Tijana M. Djerković (un estratto)

LA REGINA DEI CORNETTI SALATI di Tijana M. Djerković (un estratto)

ottobre 21, 2019

Pubblichiamo un estratto dal racconto “La bellezza” contenuto nel libro “La regina dei cornetti salati” di Tijana M. Djerković (Besa – Livio Muci editore)

L’aveva deciso nel bel mezzo della notte. Si era svegliata di soprassalto, aveva acceso la luce sul comodino, dato un’occhiata all’orologio, erano le tre e venti, e si era detta: “Non permetterò che la mia bellezza muoia insieme a me”. Tanto, a lei non era rimasto ancora molto da vivere, la scadenza si avvicinava, e non per una malattia grave e incurabile. Semplicemente, si erano sedimentati molti anni di vita, aveva superato l’età media nazionale per le donne del suo paese, aveva accumulato tanti, troppi chili in eccesso e intere cataste di ricordi. Nel suo intimo pensava che sarebbe già stato il tempo di smetterla con la vita. Le era venuta a noia. Ne aveva abbastanza. I giorni ormai erano tutti uguali, vuoti, lunghi; non veniva a trovarla nessuno, a parte la donna che le rassettava la casa e faceva la spesa secondo un elenco da lei stilato il giorno prima, e si tratteneva non più di due ore al giorno. Questo servizio che lei, con la sua misera pensione da professoressa di liceo classico statale, considerava un gran lusso, glielo pagava la figlia, mandando i soldi dal Canada, direttamente alla signora. La cifra era indubbiamente considerevole, visto che la donna le faceva fare anche il bagno una volta a settimana. Brontolava, le scappava qualche insulto, blando per la verità, che lei faceva finta di non sentire, era piuttosto sbrigativa, per niente dolce, ma precisa, attenta e non le faceva mai saltare la doccia. Visto da fuori, tutto filava liscio nella sua vita di ottantenne, ma lei si era stancata dell’ansia di poter scambiare il giorno e la notte, cosa che facilmente accade a chi non ha più né doveri né scadenze da rispettare, neanche quello di seguire il naturale susseguirsi delle ore di luce e di buio. Le poche amicizie, perché in vecchiaia è fisiologico averne poche, erano più che altro telefoniche e l’avvenimento del giorno erano diventati i tre pasti quotidiani e un caffè senza zucchero ogni mattina. Troppo poco per continuare ad assaporare la vita. La televisione trasmetteva un mucchio di programmi scadenti al limite della decenza, e nel migliore dei casi riproponeva vecchi programmi dagli archivi, in grado di risvegliare solo tristezza e nostalgia.
La professoressa Marija Viktorović non era una donna nostalgica, né una cultrice dei tempi passati e da un po’ di tempo aveva smesso di accendere il televisore. Negli ultimi mesi avvertiva fortemente il disagio di possedere uno spazio vitale dilatato a dismisura, enorme, inutile, svuotato di presenze umane, di cui non sapeva cosa fare. Leggeva e rileggeva i classici, una volta amati, conosciuti a memoria, che ora le sembravano diversi, e si chiedeva a che cosa servisse scrivere tanti libri, tomi e tomi di storie, se solo pochi lasciano un segno veramente importante nella vita di chi li legge. Ora come mai prima era d’accordo con Aristotele che diceva che ogni giorno è una vita a sé, e si chiedeva quante ancora di queste vite a sé le sarebbero toccate. A parte la lettura, solo passatempi. Ascoltava la radio, la musica classica e qualche pezzo evergreen, ma non tutti i giorni; il jazz le faceva venire mal di testa. L’aria in casa era da sala d’attesa del medico a pagamento, lo diceva lei stessa, elegante, pulita, confortevole ma ferma. Si sentiva prossima alla scadenza naturale e non ne era affatto dispiaciuta, almeno fino alla notte in cui si materializzò quel pensiero. All’inizio le era apparso confuso, folle, il pensiero che non poteva permettere, assolutamente no, che la sua bellezza se ne andasse via con lei.
Dopo le tre e venti quella notte non aveva più chiuso occhio. Era rimasta a letto a sonnecchiare, a riflettere, e a tratti sgranava gli occhi per fissare l’orologio in attesa che arrivassero le otto. Aveva già deciso il da farsi.
Erano più di due anni che non usciva di casa a causa di una ridotta mobilità, ma alle otto in punto aprì la porta d’ingresso e, aiutandosi con la sua stampella, prese l’ascensore e uscì in strada. Ci mise più di mezz’ora a compiere l’impresa perché le scale nell’androne le avevano dato parecchio filo da torcere ed era ormai disabituata a camminare all’aperto. Ma ce l’aveva fatta. In tutto quel tempo nessuno era uscito o entrato nel palazzo, ma lei lo aveva messo in conto in partenza. “Fidati solo di te stesso e del tuo cavallo”. Quante volte lo aveva ripetuto ai suoi alunni nel liceo dove aveva insegnato per una vita. Si era vestita con cura, uno dei soliti vestiti a sacco, che le copriva accuratamente il corpo troppo appesantito e le gambe deturpate dalle vene varicose. Si era pettinata bene, il giorno prima la signora l’aveva aiutata a farsi il bagno ed era pulita e profumata. Aveva messo al collo la sua collana di perle naturali che valeva una fortuna.
La collana fu il primo regalo che si era fatta da sola, spendendo tre dei suoi stipendi in anticipo, dopo che il marito l’aveva lasciata con la figlia piccola. La custodiva in una scatola rivestita di velluto, poggiata su chicchi di riso, un chilo abbondante, che cambiava due volte all’anno, insieme a un batuffolo imbevuto d’acqua che inumidiva spesso. Le avevano insegnato che le perle continuano a respirare anche dopo essere state bucate e infilzate per diventare un gioiello e che hanno bisogno d’acqua. Questa sua convinzione era alquanto discutibile, ma non aveva mai privato la sua collana né dell’acqua né del riso, neanche nel millenovecentonovantatré, anno in cui a Belgrado si moriva di fame e i vecchi si suicidavano per non pesare sui figli, già così poveri. Quel chilo di riso, per lei che viveva da sola, trasformandosi in tanti bei pilav e risotti anche senza carne, avrebbe fatto la differenza.
Si era incamminata piano, poggiandosi sulla stampella, anch’essa procurata dalla figlia lontana, che tornava in Europa ogni due anni. Rientrava in Canada sconcertata dal modo di vivere balcanico a cui era ormai disavvezza, portandosi dietro una valigia zeppa di nostalgia lacerante e di rimorsi di coscienza per aver lasciato la madre di nuovo sola. Era diretta alla vicina bottega del fotografo. Sapeva bene che le tecniche di sviluppo erano cambiate – era cambiato anche il proprietario, ora ci lavoravano i nipoti, figurarsi le tecniche! – ma non gliene importava di sapere di più, era importante avere le ristampe che le servivano. Il risultato doveva essere impeccabile ma innanzitutto dovevano assicurarle che le avrebbero restituito gli originali. Pagò tutto in anticipo e prese accordi per la consegna a casa, nel pomeriggio del giorno dopo. Molto contenta, i ragazzi erano stati particolarmente gentili, proseguì lungo la strada fino alla cartoleria.
Era l’unico negozio rimasto identico a come se lo ricordava. Tutto il suo isolato era cambiato talmente tanto che a tratti le sembrava di camminare in una città sconosciuta, se non fosse stato per le vecchie facciate grigie e scorticate dei palazzi in decadenza che il suo occhio conosceva bene. Non aveva incontrato nessun volto familiare e, a dire il vero, non le dispiacque affatto. Solo la cartolaia era quella di sempre, si riconobbero, ma fecero finta di niente. Tanto neanche prima si scambiavano saluti e gentilezze, iniziare a farlo adesso sarebbe stato assurdo. Per dirsi che cosa, poi? Ah, è viva ancora, signora, bello rivederla. Sì, grazie. Anche lei vedo, campa ancora dietro il bancone. Brava, brava. Eh, ma siamo forti, la nostra generazione, chi ci ammazza? Acquistò delle buste, non quelle da comunicazioni bancarie o istituzionali, ma buste da lettera vere, di carta ruvida e spessa e che si sigillano con la saliva e non hanno le finestre di cellophan. Prese le due scatole rimaste per miracolo sullo scaffale del negozio. “Ormai nessuno scrive più lettere” la buttò lì, la signora, giusto per dire qualcosa, felice di sbarazzarsene. “Aspettavano giusto lei” aggiunse e le chiese se magari avesse bisogno dei nastri per la macchina da scrivere, bicolore, rosso/nero di marca Pelikan, modello universale, che aveva ancora nel retrobottega. Un cartone pieno. Le dispiaceva buttarli, ma ormai nessuno li cercava. Glieli avrebbe regalati.
“Mi dispiace” le rispose la professoressa Viktorović mentre pagava il dovuto “la macchina da scrivere mi fa venire mal di testa. Scrivo ancora a mano, con la penna”. La cartolaia le regalò tre penne a tratto, dicendole: “Tenga, tanto sarò aperta solo fino alla fine di questo mese, con la speranza che l’inizio dell’anno scolastico porti un po’ di guadagno. A ottobre chiuderò il negozio, definitivamente”.
Rifece lo stesso tragitto per tornare a casa. Passo dopo passo, piano, con calma, strisciando le scarpe sull’asfalto. Aveva fatto tutte le commissioni in due ore e mezzo, giusto mezz’ora prima che arrivasse la donna di servizio. Non voleva farle sapere i fatti suoi e neanche far allarmare la figlia, disturbandola inutilmente. Aveva nascosto le buste da lettera nella credenza delle porcellane che non si usavano mai e si era cambiata, appena in tempo.
“Oggi la signora si è messa in ghingheri”, le disse la donna entrando in casa, “siamo di buon umore, allora?” La professoressa Viktorović si accorse solo allora di essersi dimenticata di togliere la collana di perle e di riporla nella scatola col riso, e fu costretta a rispondere con un sorriso forzato.
L’uscita di casa l’aveva stancata, ma era felice. Dall’indomani in poi avrebbe iniziato a diffondere la bellezza ovunque. Non sapeva ancora precisamente come si sarebbe organizzata, ma decise di pensarci la mattina seguente. Il mattino è più saggio della notte, recitava una favola russa che aveva letto spesso alla figlia quando era bambina.

(Riproduzione riservata)

Estratto dal racconto La bellezza contenuto nel libro La regina dei cornetti salati di Tijana M. Djerković.

© 2019 Besa Muci Per gentile concessione

 

La regina dei cornetti salati - Tijana M. Djerkovic - copertinaLa scheda del libro: “La regina dei cornetti salati” di Tijana M. Djerković (Besa – Livio Muci editore)

Una raccolta di storie ambientate fra Belgrado e Roma, sul fil rouge di ricordi, segreti e nostalgie che resistono allo scorrere del tempo. Un vecchio tassista si ritrova a essere involontario custode dei frammenti di vita di un avvocato. Un amore sospeso e mai vissuto ritorna deflagrante a distanza di anni. Le mani di una donna-regina creano miracoli da un grumo di farina, qualche goccia d’acqua e cristalli di sale grosso, piccole gemme capaci di stregare un grande poeta. Sono solo alcuni dei protagonisti di questi racconti di Tijana M. Djerković, intrecciati a formare un mosaico cangiante e prezioso chiamato vita.

 * * *

TIJANA M. DJERKOVIĆ è nata a Belgrado e dal 1987 vive in Italia, nella zona dei Castelli Romani. Figlia del poeta serbo Momčilo Djerković, ha studiato lingua e letteratura russa e lingua italiana all’Università di Belgrado. Traduce dall’italiano e dal russo, e nel 2013 ha pubblicato il romanzo Inclini all’amore. Per Besa è già uscito Il cielo sopra Belgrado (2018), con l’introduzione di Erri De Luca e la presentazione di Barbara Alberti.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

Iscriviti alla nostra mailing list cliccando qui: scrivi il tuo indirizzo email e poi clicca sul tasto “subscrive”. Riceverai informazioni a cadenza mensile sulle attività di Letteratitudine

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: