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UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno

novembre 8, 2019

UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE di Piera Carlomagno (Rizzoli): incontro con l’autrice

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Piera Carlomagno è giornalista professionista e scrive su «Il Mattino» di Napoli. Grazie ai precedenti romanzi con protagonisti il commissario Baricco e Annaluce Savino, “Le notti della macumba” (2012),  “L’anello debole” (2014), ha vinto numerosi premi. È presidente dell’associazione noir «Porto delle nebbie», che cura la sezione «Largo al giallo» del Festival Salerno Letteratura. È laureata in lingua e letteratura cinese e ha tradotto un’opera teatrale dello scrittore Premio Nobel Gao Xingjian. Abbiamo già incontrato l’autrice in occasione dell’uscita di “Intrigo a Ischia”.

Abbiamo nuovamente incontrato Piera Carlomagno e le abbiamo chiesto di parlarci di questo suo nuovo romanzo, edito da Rizzoli, intitolatoUna favolosa estate di morte

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«Il Sud, le donne del Sud, la ribellione alla prevaricazione e all’ignoranza, i semi del cambiamento in una società che sembra restare immobile, una terra bellissima e dura, che si mostra per passione e si nasconde per diffidenza. La trama gialla mi serve a raccontare tutto questo», ha detto Piera Carlomagno a Letteratitudine, «ma i due cadaveri orribilmente avvinghiati, trovati in un inghiottitoio dei calanchi di Pisticci, durante l’allestimento di uno spettacolo teatrale per Matera 2019, sono il punto di partenza di una storia che ho voluto ricca di simboli.
I personaggi in qualche caso devono ben rappresentare la paralisi, in altri escono dagli stereotipi in maniera violenta e destabilizzante: è la mia visione della Basilicata, incarnata nel romanzo dalla protagonista, la patologa forense Viola Guarino, specialista della scena del crimine, ma nipote di cumma’ Menghina, la lamentatrice funebre più famosa e meglio pagata della regione. Il rapporto tra la morte fisica e quella spirituale, accompagna e determina la qualità delle indagini che Viola conduce al fianco del sostituto procuratore della Repubblica di Matera Loris Ferrara, perché, se la prova è sempre scientifica, è il movente che deve essere ben chiarito attraverso la storia della vita delle vittime. Su tutto domina la narrazione dell’universo femminile, le donne del Sud sono le streghe della tradizione, come Viola. Spaventano l’altro se seguono il proprio istinto, se escono dagli schemi. Dentro si portano dolore estremo, un eccesso di sensi di colpa, chiusura, ma conoscono la fatica, sanno sopportare pesi incredibili sulla testa, come gli asini, sono pronte a tirare fuori il portafoglio ogni volta che occorre, sono decisioniste senza farlo notare. E troppo spesso vivono all’ombra dei loro uomini, anche se questa subalternità è solo di facciata. Le donne del Sud mostrano alle altre quanto cammino c’è ancora da fare.»

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Un estratto diUna favolosa estate di mortedi Piera Carlomagno (Rizzoli)

Prologo

Ti tocco e nella testa sento chiasso di ferraglia. Ti sfioro, furtivo, come quando ci presentarono. Il gomito con il gomito, la mano con la mano, la coscia con la coscia, prendendomi beffe di tutti, che erano lì presenti, e scegliendo te che non avevo mai visto prima e che accoglievi quelle carezze e le ricambiavi, agganciando il mio sguardo in un istante spaventoso di fuoco. Diversa, quella paura era diversa dal terrore sconsiderato che provo ora, muto e con la solitudine appiccicata addosso. Mi avvicino di più con la faccia e avverto la consistenza liscia della tua pelle, respiro il tuo odore alterato, apro la bocca. E ti lecco. Posso muovere l’indice della mano destra e spingerlo forte dentro la tua carne. Devo entrare dentro di te, è il mio urlo disperato.
Tu non respiri, non ti muovi. Sei già morta. Io lo sarò tra pochi istanti. Almeno spero.

Certe notti, sul suolo nodoso di Basilicata, nella terra di mezzo che sta tra Matera e Potenza, si manifesta una luce insolita. Lungo i fiumi e tra i sassi, nessuno della stirpe maledetta e ottusa, pensa a godersi lo spettacolo, ed è allora che accade l’impossibile. Perché i fatti di questa terra sono terribili o impossibili. Vaneggiamenti privi di speranza, spietati e aggravati di quell’aspetto sofferente che le idee assumono al chiaro di una luna che illumina solo terra, e di una irrispettosità involontaria, che le persone ereditano e perpetrano come crimine necessario contro l’umanità.
La sera in cui Gregorio Borea ritornò a Pisticci, il paese sprofondato, non rinunciò ad affacciarsi sulla maestà dei Calanchi, respirando l’umore pungente dei giganti di calcare, gonfiando il petto e tirando aria nello stomaco, giù, in profondità. Battendo la terra con una mazza di legno, per sentirla, ficcò lo sguardo lì dove di più le ombre si addensano. Il piacere che avvertì era quasi disdicevole.
Quando andava tra i solchi usava le calosce verdi. Lì c’era sempre tanto da fare, raccogliere mandorle, strappare fave. Per questo suo padre non capiva l’utilità di un lavoro d’occhi e non di mani.
Sui Calanchi, invece, lui camminava scalzo, anche quella notte, convinto che un po’ di bellezza, prima di ripresentarsi a casa, sarebbe stata confortante.
Ma accadde, quella notte.
Aveva indugiato troppo sulla morte. Fin da bambino, quando la immaginava vecchia, lacera e seccata: una befana che se ne andava verso il cielo a cavallo di un manico di scopa oppure commare Gina, che procedeva curva, con la faccia vicino ai piedi e gli occhi cattivi, nello sforzo di guardare di fronte a sé.
Così, quando se la trovò davanti la riconobbe subito. Gli scappò persino un sorriso, perché era ridicola nella sua supponenza di voler terrorizzare a tutti i costi.
Non erano briganti, ladri insomma. Chi trascinò qualcuno per molti metri, tra la polvere di quelle alture, non ne aveva l’eleganza, né covava l’attesa di un bottino. Chi, vigliacco, aveva preso un uomo alle spalle, indossava un volgare passamontagna scuro, blu gli sembrava. La sua ferocia andava oltre quel momento.
Gregorio Borea, quarant’anni, di professione geologo, quella notte decise di chiudere gli occhi e di tornare a casa. Perché i fatti di questa terra sono terribili o impossibili. L’argilla e i campi coltivati, la natura fertile e la roccia, l’inquinamento, il petrolio e l’isolamento. Poi lo stordimento della modernità, che sembra antica: un miliardario rapito e l’orecchio tagliato, uno dei primi grandi orrori di un’Italia ingenua, gente scomparsa nel nulla, la ragazzina ritrovata in una chiesa quando doveva essere ormai donna, un bimbo violentato su uno scoglio, un prete che pratica l’usura.
A tutto questo pensò Gregorio Borea prima che il silenzio fosse assoluto e che decidesse di tornare a casa, quella notte.

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Uno

«No, nooo. Non mi scarichi le sedie qui davanti. Ma ci vuole tanto a parcheggiare i pickup laggiù e cominciare dall’ultima fila?»
Lara Venosa, attrice impegnata, dalla presenza scenica vigorosa, rifece il nodo al foulard bianco con cui si manteneva in ordine i capelli e voltò le spalle agli operai. Sedette sul masso d’argilla che aveva elevato al ruolo di sedia del regista e osservò la distesa di terra rossiccia che aveva scelto come location per lo spettacolo.
Un palco sontuoso, pensò, poggiato su un deserto di dune, mille sentieri per arrivarci, i monti sullo sfondo. Dietro, la vita di un paese che sembrava cristallizzato in un’epoca lontana.
Visualizzò le scene.

(Riproduzione riservata)

© Rizzoli

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La scheda del libro: “Una favolosa estate di morte” di Piera Carlomagno (Rizzoli)

Una favolosa estate di morte - Piera Carlomagno - copertinaAccadono fatti terribili nella terra di mezzo tra Matera e Potenza, frontiera selvaggia che si ripiega su se stessa come le ripide gole che la solcano. E così una notte di giugno, nei calanchi vicino Pisticci, un uomo e una donna vengono assassinati brutalmente. Lui è Sante Bruno, architetto con entrature che contano. Lei, Floriana Montemurro, una ragazza bellissima, figlia di un potente notabile. Il duplice omicidio scuote la monotonia di una provincia in cui il pettegolezzo vola di bocca in bocca e le lingue sono affilate come rasoi. Indagare sul caso tocca a Loris Ferrara, magistrato in crisi che vuol rifarsi una vita, e all’anatomopatologa Viola Guarino. Abilissima nel leggere la scena del crimine, convinta sostenitrice dei metodi scientifici d’indagine, la Guarino ha un sesto senso prodigioso. “Strega” la chiamavano da bambina. “Strega” pensano oggi di lei i suoi concittadini. E del resto, è la nipote di Menghina, celebre lamentatrice funebre della Lucania, una che ha trasformato la morte in professione e di stranezze se ne intende. Turbata dai sentimenti che prova per l’ombroso Ferrara, Viola si getta a capofitto nell’inchiesta. Mentre incombono i preparativi per Matera 2019 Capitale della Cultura e il futuro si porta appresso milionarie speculazioni sugli antichi Sassi, dovrà confrontarsi con i misteri di un Sud in cui tutto sta cambiando anche se nulla cambia mai davvero. Piera Carlomagno svela, con eleganza e discrezione, il male profondo di una terra insieme ai tormenti e alle malinconie delle donne che la abitano.

 

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