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I FILOSOFI di Sonia Gentili (recensione)

novembre 11, 2019

I FILOSOFI di Sonia Gentili (Castelvecchi)

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di Giovanni Parrini

«La vecchia filosofia ha forma di regola ed è sede del compromesso; quella nuova dovrà avere forma di nuovo linguaggio e sarà sede della verità, come la poesia». Questa frase, la legge uno dei due coprotagonisti de I filosofi, un’opera che può ascriversi al genere romanzo storico, ma che di fatto è un avvincente congegno narrativo, la cui sostanza è invece prettamente filosofica e il cui vero fine è condurre il lettore a riflettere sull’essenza della verità o, forse meglio, a portarlo sul versante ontologico degli eventi, facendo infine affiorare il dubbio che la verità sia soprattutto una questione di natura linguistica. Il tempo diegetico de I filosofi spazia dal secondo al terzo secolo dopo Cristo, un periodo travagliatissimo per l’avvento del cristianesimo e per la progressiva disgregazione di quello che comunemente si definisce mondo antico. La narrazione, articolata in cinque capitoli, comincia e in larga parte si sviluppa in un’Alessandria d’Egitto magistralmente dipinta nei suoi colori, nello sporco brulichio dell’epoca, negli odori nauseanti, per proseguire poi brevemente, dal secondo al quinto capitolo, nella palestinese Cesarea, a Roma e infine a Costantinopoli.
La vicenda ruota attorno al dibattito tra due personaggi realmente esistiti, Origene e Celso, i quali, nella realtà romanzata, si preparano a una disputa intellettuale presso la scuola di Ammonio Sacca, filosofo alessandrino, precursore del neoplatonismo.  Storicamente, Origine – teologo, commentatore della Bibbia, noto per la scrittura spesso intrisa di paradossi e considerazioni tortuose – fu autore di Contro Celso, poderoso lavoro apologetico consistente in otto libri, coi quali si adoperò pervicacemente a confutare Il discorso vero di Celso – filosofo pagano, definibile forse medio-platonico – che, con quell’opera, reagiva all’invadenza della fede laddove deve esserci invece la conoscenza, da un lato e, dall’altro, si scagliava contro la positività eccessivamente presunta dai cristiani, nel sacrificio. Nella finzione, questa disputa non ha però luogo, poiché Celso scompare e ciò rappresenta un’ottima strategia narrativa, che alimenta un provvido stato di sospensione e di tensione fino al termine del libro. Uno stato sospensivo analogico al problema ultimo qui trattato: la verità, appunto, come ho detto all’inizio. L’equilibrio tripolare Celso-Ammonio-Origene porta ad approfondire le fratture e le sfiancanti ricomposizioni da sempre esistenti tra approccio razionale e verità dogmatica; tra il mistero inviolabile delle immagini e la volontà cognitiva; tra quel vero follemente costituito e presuntivamente asseverato dall’irriducibile Origene e quello libero di Celso, foriero di un’etica, ma anche di un’estetica, rivoluzionarie, potenzialmente moderne. Nella finzione, Ammonio risulta un personaggio piuttosto neutrale, il che corrisponde abbastanza al dato storico, poiché egli abbracciò la dottrina cristiana, dapprima, poi quella pagana, tentando la difficilissima mediazione tra pensiero Platonico e Aristotelico. La narrazione proposta dall’autrice non riferisce soltanto dell’attrito drammatico tra due grandiosi modelli di pensiero in un certo momento storico, ma ha una gittata assai lunga, andando a raggiungere la deserta regione in cui l’umanità, da sempre deve registrare, e per sempre dovrà, l’esistenza di un punto di contatto (e insieme di sconnessione) fra una dottrina e la sua opposta. Come a dire che qualcosa deve sfuggire alla definizione, perché «[…] non di tutto esiste il modello, […]. Non di tutto esiste l’idea», secondo l’opinione che l’autrice mette sulla bocca di Celso. A sostenere l’usurante certezza che, cercando, niente si trova se non la possibilità di cercare ulteriormente, vale anche un processo contro tale Chaim ben Ishaq, accusato dell’omicidio del rabbino Hevel, suo fratello. Chaim viene condotto davanti ad Anicio, procuratore romano in Egitto. L’esecuzione della condanna a morte e la successiva constatazione di un probabile errore giudiziario delimitano un teso dibattito tra il rude potere costituito – che a tratti sembra vacillare, durante il confronto – e il «miserabile». Insomma, si assiste quasi al trionfo di un relativismo capace di stemperare l’ottusa certezza umana; ma pure al provocatorio invito evangelico a ritornare bambini. E pian piano, attraverso quadri di luoghi, di situazioni, di atmosfere interiori ed esteriori che Gentili dipinge con notevole potenza icastica, si è condotti a riconoscere la tristezza dell’obbligato situarci nel reale esperito, cioè nel passato e quindi nella memoria, in ultima istanza. Da questa prigione, è la morte col suo disordine primordiale a liberarci, come si intuisce dalle parole di Ammonio, che ad essa pare quasi voglia placidamente consegnarsi: «Come se solo adesso, in punto di morte, io iniziassi a respirare», egli dice alla fedele serva, Rebecca, che lo aiuta ad entrare nella vasca da bagno, un’ultima volta. La tesi tragica di una verità assoluta oltre il meccanismo causa-effetto, l’oscuro sentimento di un liberatorio disordine nietzschiano oltre la morte, si respira anche nell’episodio di Porfirio – filosofo neoplatonico della generazione successiva a quella di Celso e di Origene – quando egli ricerca, nella finzione del romanzo, l’opera di Celso e un giorno, a Ostia, sfiorato dalla forza della verità poetica e dalla bellezza che solo l’indeterminazione rappresenta, dice al suo maestro Plotino: «Davanti al mare vorrei avere anch’io il coraggio degli animali e dei poeti». Poi, dopo innumerevoli vicende (poco importa se storiche o narrate, poiché narrazione e realtà sono tessute l’una dell’altra, a pensarci bene) nel tanto d’indefinibile che porta in luce decine di minimi dettagli esistenziali e dentro il buio li sprofonda, ecco apparire, nell’ultimo capitolo, la figura di uno scriba, un ordinario burocrate zelante, espressione paradigmatica dell’ordine cieco e dell’indifferenza. Nell’angolino della sua insignificanza, scrive con un inchiostro denso come sangue la condanna delle opere, fra le quali quelle di Porfirio, giudicate folli. Un dubbio però sciabola di luce obliqua nel suo cuore, quando in una pausa dal lavoro ufficiale, trascrivendo la Bibbia, nota che «“Dio volle che i credenti fossero salvati attraverso la follia…”». Ancora l’angoscia dell’interpretazione, la dualità, la varianza. Ma oltre la strana tristezza che ammanta ogni umana cognizione, oltre lo sbriciolarsi delle cose all’urto dei modelli che ne tentano la chiarificazione, c’è l’unità della poesia, espressione di un reale pluriforme e inafferrabile, a ricomprendere tutto in una verità totalizzante eppure leggerissima. Questo ha voluto dirci Sonia Gentili, con la lucidità dell’intellettuale, con il coraggio della poetessa.

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I filosofi - Sonia Gentili - copertinaLa scheda del libro: “I filosofi” di Sonia Gentili (Castelvecchi)

Nelle capitali di un grande impero in agonia si gioca l’eterna partita tra vincitori e vinti della storia. Nel li secolo dopo Cristo da Alessandria d’Egitto a Cesarea, da Roma a Costantinopoli si consuma lo scontro tra due intellettuali, il pagano Celso e il cristiano Origene. Dottrine e fedi sembrano trionfare cancellando chi, come Celso, non crede nell’atto di credere, ma ogni dogma si rivela alla fine instabile e illusorio. L’altra partita giocata nel romanzo è quella tra forza delle immagini e ambizione della ragione, tra l’ideologia che vorrebbe portare la verità e l’immagine poetica, irriducibile a una sola verità ma specchio del mistero polimorfo dell’esistenza.

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Sonia Gentili insegna Letteratura italiana presso l’Università di Roma La Sapienza. Autrice di saggi sulla letteratura medioevale e dell’Otto-Novecento (ultimo volume: Novecento scritturale. La letteratura italiana e la Bibbia, 2016), traduttrice di poesia e prosa, ha pubblicato le raccolte di poesie L’impero e la Gorgone (2007), Parva naturalia (2012) e Viaggio mentre morivo (2015), che ha vinto il Premio Viareggio 2016. Collabora col quotidiano «il manifesto». I filosofi è il suo primo romanzo.
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