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TROPPO LONTANO PER ANDARCI E TORNARE di Stefano di Lauro (un estratto)

novembre 12, 2019

Pubblichiamo un estratto del romanzo “Troppo lontano per andarci e tornare” di Stefano di Lauro (Exòrma) 

 * * *

Il terzo giorno smise di piovere dal pomeriggio, ma il terreno dell’accampamento era ridotto a un acquitrino. Si preannunciava un altro riposo forzato. Benché lo spettacolo fosse faticoso, andare in scena era sempre una festa; e l’inattività, di cui facevano bastevole esperienza durante la brutta stagione, non era vista di buon occhio. Non potendo fare altrimenti, si dedicarono alla manutenzione degli attrezzi, nei giorni precedenti avendo già provveduto a rammendare tutto il rammendabile.
Al tramonto, come previsto, non arrivò nessuno. Mardea si spinse oltre il campo, verso il villaggio, ed ebbe conferma che non c’era anima viva diretta al circo. Avrebbero cenato di nuovo sotto lo chapiteau, questa volta non per ripararsi dall’acqua, ma per non inzaccherarsi le scarpe più del dovuto. E con la patta dell’uscio posteriore ben scostata, per respirare la buccia della terra umida.
L’ozio fu interrotto dall’arrivo di una carrozza che sostò nel piazzale antistante all’ingresso. Lou corse ad affacciarsi dalla bocca della balena. Ancora si vedeva, ma i fanali della carrozza erano accesi. Dal finestrino si sporse un uomo dai modi cordiali.
– Lo spettacolo è stato cancellato?
Aveva una voce dolcissima.
Lou fece spallucce. – Il maltempo ha dissuaso gli spettatori. Infatti siete il primo e il solo…
L’uomo fu attratto dal sembiante marinaro dello chapiteau, piuttosto inusuale per un tendone da circo.
– Scusate, sono un appassionato di storie della filibusta, e questo veliero ha catturato la mia attenzione.
Il riferimento ai racconti d’avventura piacque molto a Lou. Approvò arricciando gli occhi di contentezza.
– Colgo nel vostro sguardo un’allegria limpida. E l’orgoglio d’una appartenenza – disse l’uomo.
– Posso far qualcosa per voi?
Il visitatore accennò un sorriso bonario ma inquieto, pieno di non detti.
– Non vi trattengo oltre, buona fortuna – Dallo scompartimento bussò a cassetta col bastone e il vetturino emise un verso ai cavalli che presero a muoversi.
– Aspettate! – proruppe Lou uscendo di corsa dalla bocca della balena e schizzandosi di terra e acqua.
Il vetturino intese e tirò le redini. La carrozza sussultò.
– Posso fare qualcosa per voi? – disse l’uomo a sua volta, senza badare al fatto che un attimo prima lei gli aveva rivolto la stessa domanda. Se ne accorse mentre lo diceva. Quell’involontario gioco di rimando creò come un’incertezza, benché non ve ne fosse motivo.
– Aspettate un momento, vi prego – disse Lou, e scomparve nella tenda.
Dopo neanche un minuto, dal retro dello chapiteau filtrò un grappolo di voci euforiche, e Lou riapparve dai fanoni. – Se non vi spiace l’esperienza dello spettatore solitario, siate il benvenuto, signore.
Un involontario movimento della testa precisò la sua sorpresa e l’eleganza dei suoi modi.
– Fino a questo punto…
Gli occhi di Lou brillarono affermativamente.
– Ne sono lusingato. Accetto volentieri.
Scese dalla carrozza senza preoccuparsi delle pozzanghere, né delle ghette candide.
Di piccola statura, imprecisamente adiposo, imprecisamente giovane e imprecisamente melanconico. Viso e cranio rasati, naso aquilino, occhi scuri e labbra carnose. Le sopracciglia arcuate in due parentesi che pur senza congiungersi disegnavano le ali d’un gabbiano in volo.
Le si fece incontro; passo dopo passo gli parve che il viso della donna si alterasse invece che precisarsi; passo dopo passo si precisava un intenso odore di pioggia come esalato dalla figura di lei. Quando le fu vicino ebbe bisogno di stropicciarsi gli occhi. Le scrutò intensamente il volto, le mani ruvide di sfuggita, e ne ricavò la sensazione che quei lineamenti riproducessero una persona affine ma non identica a quella che lo aveva accolto.
Lou se ne accorse.
– Ci siamo già visti, se non sbaglio – disse giocosamente, senza risultare sarcastica. – Non ho gemelle. Solo un gemello che conoscerete, ma siamo facilmente distinguibili…
S’inchinò a baciarle la mano.
– Marcel Schwob. E voi, una creatura assai mutevole. Dareste pena a chi volesse ritrarvi.
– Trovate?
– Chiedetelo a un pittore. O allo specchio. O fornitemi un motivo per dubitarne – parlò sforzandosi d’esser leggero.
– Mi chiamo Lou.
Le parole quasi le si fermarono nella gola. Si fidava della voce dello spettatore e trasalì al pensiero di sembrargli trasparente.

L’assenza del fiato sul collo, la tenda vuota e silente come in una prova. Ma con l’ingombro palpabile di quell’unico, attentissimo spettatore, e della sua pelle assetata sotto rispettabili panni color fumo. L’ospite assisté a uno spettacolo ineccepibile. Per la compagnia fu invece un’esperienza anomala, a mezz’aria tra una replica ben rodata e un debutto assoluto.
Schwob non applaudì mai, e la compagnia non se ne accorse. Nessuno applaudì dio nei giorni della genesi e dio non se ne accorse. Al contrario, il mutismo dell’ospite risultò così naturale da passare inosservato a tutti, meno che a Orlando, che di quel sacrosanto silenzio apprezzò ogni stilla. Aveva sempre sognato di godere, almeno per una volta nella sua vita, della taciturnità del pubblico, benché quella sera risicato a una sola presenza. Era un suo vecchio pallino realisticamente irrealizzato fino a quel momento, perché contrario al tacito patto secolare che si instaura tra artisti e spettatori all’apertura d’un sipario. Ma, contrariamente ai suoi colleghi sparsi per il tempo e per il mondo, Orlando non aveva l’impellenza di sentirsi continuamente acclamato. Una volta ebbe a dire: – Fuori dai tribunali, i testimoni farebbero bene a non sfiatarsi.
Senza fretta, i circensi si radunarono nell’arena, ancora in abiti di scena, e presero posto intorno all’ospite. Chi sbottonò polsini e chi colletti. Chi tamponò patine di sudore. Prosper si apprestò a disegnar qualcosa su un foglio con un carboncino.
– Una serata indimenticabile. Accettate la mia profonda riconoscenza – proferì Schwob a mezza voce. Sembrò a tutti che parlasse da una nube di vapore o dalla chioma di un albero.
– Resterà indimenticabile per tutti noi – proclamò senza enfasi Orlando, e accese la sua pipa d’argilla. L’ammirazione per l’ospite lo distolse dal pensiero di introdurre Racine nella conversazione. A loro volta, Mardea, Célestin e Schwob accesero sigarette, e sotto lo chapiteau si propagò un gradevole odore di tabacco bruciato.
– Sono frastornato, è comprensibile – aggiunse Schwob.
Orlando annuì.
– Alla fine di uno spettacolo ben eseguito, gli spettatori dovrebbero essere almeno un po’ frastornati, e gli artisti almeno un po’ affaticati. Guai se accadesse il contrario.
Prosper rimarcò alcuni tratti del suo disegno col carboncino e ne ritoccò altri impastando col polpastrello alcuni contorni. Poi andò verso l’ospite e gli passò il foglio. Era la scena della sirena bicaudata, con tanto di carro, unicorni, strascico di capelli e accoliti della Signora delle Acque.
– Per dovere di completezza. Questa sequenza si svolge all’esterno, prima dell’apertura dello chapiteau. L’acquitrino ci ha impedito di eseguirla per voi – e tornò a sedersi.
Parlò con inusuale sobrietà. Chi lo conosceva, sapeva che quel contegno asciutto gli veniva naturale solo in scena o in prova; chi lo conosceva, intuì che da quella replica Prosper ne era uscito più appagato del solito.
Schwob guardò la tavola con grande interesse. Poi la posò sullo scanno, spense la sigaretta, puntò per terra il bastone che teneva sulle ginocchia, poggiò entrambe le mani sul pomello e s’attardò in mute valutazioni. I circensi erano a loro agio, né ansiosi d’un giudizio, né impensieriti dal dover fare gli onori di casa – come pure sarebbe stato lecito con un perfetto sconosciuto. Regnava il benessere. Con l’ospite s’era instaurata una comunicazione sottile, scoperta e impudica come un’autopsia; il corpo del Diable era lì, pacatamente disteso su un tavolo anatomico, gheriglio senza guscio.
– Aristocratico e popolare – disse Schwob dopo qualche minuto. – Non un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Popolare e aristocratico nella stessa filatura. Avete colmato un divario che si vuole incolmabile.
Avevano appena ricevuto il complimento più bello della loro vita.
– Non ci avevo mai pensato – considerò Orlando, e aspirò voluttuosamente, con piccoli movimenti del pollice sul fornello – Un elogio invero toccante. Vi rendiamo grazia.
– Non saprei dirvene la ragione, ma ravviso in voi una certa qual familiarità – disse Prosper.
Un’espressione lusingata si prolungò sul volto di Schwob.
– Al principio era il Verbo – esordì l’ospite con voce carezzevole, soppesando le parole – Era, non fu. Il Verbo era già lì, ancor prima dell’Origine, pronto a generare da se stesso l’intero firmamento: a farsi firmamento, attraverso una volontaria metamorfosi. Il Verbo… era Suono o Parola? Parola sacra, formula magica, unica designata a popolare il vuoto siderale. Oppure era Suono, eterno sussurro dell’eterno, medesimo seme del vuoto e del pieno, poiché senza spazi bianchi non si dà scrittura – seguì una pausa non studiata e riprese – Il vecchio Pitagora fu il primo a scoprire il rapporto matematico esistente fra le note musicali, cosa che lo portò a ritenere che la geometria altro non fosse che musica solidificata…
– Musica solidificata – ripeté piano Nounours, e la pelle d’oca s’inerpicò sulla sua nuca come una mano che gli afferrasse i capelli con forza.
Prosper sbatté le ciglia due volte di seguito. Lou deglutì. Si udì il ritrarsi delle guance, il suono della saliva raccolta, la carezza peristaltica della lingua sul palato, la chiusura della laringe. Orlando corrugò la fronte e si spostò in punta di panca. Mardea socchiuse le palpebre. Prosper tornò a sbattere le ciglia, questa volta ripetutamente. Ailes si guardò un omero. Célestin mormorò un “di punto in bianco…” che diceva tutto il suo sbalordimento.
Il poetico sconcerto fu interrotto dall’ingresso nella tenda di Antoinette, seguita da Chouchou. La lupa si accucciò accanto a Mardea, e la scimpanzé si sedette compostamente fra le gambe di Nounours, senza velleità protagonistiche. Schwob le guardò con tenerezza, e mostrò di non aver nulla da temere dalla lupa. Accese un’altra sigaretta, e nel farlo lanciò uno sguardo di sottecchi a Lou.
– Ci sono, tra noi, creature soprannaturali, ci sono voci non meno arcane del Suono originario, le cui vibrazioni sono destinate a non disperdersi; esse gemmano continuamente altri mondi, stelle acquee o nuovi soli vulcanici.
Questa volta Schwob le rivolse uno sguardo esplicito che Lou sostenne impassibile.
– Da sempre l’uomo sogna di produrre meccanicamente la voce, e s’ingegna, per fortuna senza successo, nella costruzione di automi e di teste parlanti. Impossibilitato a produrla, ha iniziato a riprodurla, incidendola su dischi di zinco. In America la gente fa la fila per ascoltare canzoni diffuse da una macchina al prezzo di un nichelino.
Lo sbigottimento generale fu compendiato dall’esclamazione di Orlando – Grandi muse!
– È un’invenzione molto contesa, si dice, e in via di perfezionamento: chi lo chiama fonografo, altri grammofono…
– Sarà perché non siamo che all’inizio, ma c’è qualcosa di strano in questo diffondersi della riproducibilità nel nostro secolo; allettante, senza alcun dubbio, e non privo d’utilità, ma… Prima la fotografia, adesso la fonografia, a Parigi già si parla di fotografia in movimento, e chissà cosa ci aspetta; forse una macchina per parlare… – una folata amara lo impaurì – Una voce completamente artificiale che riesca a restituire le sfumature dell’anima? – scosse il capo – Non lo credo. Se mai sarà, la immagino impersonale, così incolore da risultare ossessiva.
Guardò Lou come voltandosi a guardarla da chissà quale remoto avvenire. Poi socchiuse gli occhi.
– Quale sarà la voce del futuro?
– Sarà priva di respiro – asserì inaspettatamente Nounours.
Quelle semplici parole effigiarono un’apocalittica solitudine minerale, del tutto priva delle virtù del deserto, però. Schwob ammutolì. Nel Diable si levarono sospiri. Lo strofinio del carboncino sulla carta si interruppe un attimo per riprendere con una cadenza accelerata. Solo Ailes non incassò, o decise di non incassare; per natura, tendeva a non assecondare la sfiducia.
– Animo compagni, aria, mantici e respiri, alla faccia del futuro!
– Per fortuna ho i miei anni – bofonchiò tra i denti Célestin, ma lo udirono tutti.
Orlando provò a tergiversare. – Célestin, fra i tuoi denti c’è qualcosa che scricchiola, e, data l’età, potrebbe trattarsi di tarli.
Prosper balzò in piedi e andò da Schwob, mostrandogli il disegno appena concluso.
– Vi riconoscete?
Era un ritratto essenziale, ma assai somigliante. L’uomo ne fu molto sorpreso. Lo prese tra le mani e lo esaminò compiaciuto.
– Troppa grazia per uno scroccone. Una mobilitazione immeritata per uno che non ha neanche pagato il biglietto.
Una distensione riprese a circolare nell’arena.
– Grazie a tutti, di cuore. È stata una magnifica traversata, a cominciare dall’ingresso attraverso le fauci d’una balena – S’arrestò un attimo: intravide un filo fuoriuscito dal tessuto del discorso, e non esitò a unghiarlo come avrebbe fatto un gatto.
– Ci sono balene albine nel Pacifico.
Nella platea serpeggiò una curiosità impellente.
– Sì, ci sono stati numerosi avvistamenti di balene albine, “bianche come lana” a detta di certi cronisti. E fra queste, all’inizio del secolo, si distinse un maestoso capodoglio ben noto a chi navigava nei pressi dell’isola di Mocha, al largo delle coste cilene. A causa di ciò, la creatura fu battezzata col nomignolo di Mocha Dick, e divenne leggendaria per esser sopravvissuta a un centinaio di attacchi, per aver distrutto lance e danneggiato baleniere. Ci hanno persino scritto un romanzo sulla caccia a una balena bianca: s’intitola Moby Dick, ed è evidentemente ispirato alla fama di Mocha… in verità, è ben più d’una caccia, è una ricerca ossessiva… ma tralasciando la trama, il libro è anche un magistrale trattato di marineria e un puntuale resoconto dell’epopea baleniera.
– Siamo alle porte di Parigi, – fece Nounours, confidente – non sarà difficile reperirne una copia.
– Temo invece di sì, – continuò Schwob – è di un autore americano, Herman Melville, e non è stato tradotto in francese, almeno non ancora. L’ho letto in lingua originale.
Sotto lo chapiteau frullò l’ala della delusione.
– Ve ne prego, Monsieur Schwob, diteci ancora qualcosa – fremette Nounours.
– Talvolta un sommario può esser ben più periglioso di un’invenzione… Ecco, si tratta della fatale resa di conti tra Achab, il comandante dell’equipaggio, e il Capodoglio. Achab arma una baleniera col solo intento di ammazzare quella diabolica creatura marina che, in una precedente spedizione, gli aveva strappato una gamba. Ora, un umano che bracchi una preda che ritiene sovrannaturale non può aspettarsi niente di buono, ed è mia opinione che dopo Ulisse non ci sia più spazio per eroi suicidi. Achab s’aggira in un oceano omerico, ma è del tutto privo d’astuzia… Il Capitano, miei cari, è solo invelenito da un bisogno di vendetta che si fa tanto più improbabile quanto più pretende di realizzarsi in uno scontro diretto. Insomma, troppo rumore per nulla. Onestamente, faccio fatica a riconoscere qualcosa di sovrannaturale nella violenza d’una creatura che agisce secondo il più naturale degli istinti: la sopravvivenza. Ed è per questo che del romanzo prediligo le lunghe dissertazioni marinaresche.
Gli occhi di Schwob ricapitolarono in un lampo una gran quantità di riflessioni verosimilmente più e più volte ponderate e quelli del Diable parvero tutt’uno col muto riepilogo dello spettatore.
L’ospite voltò bruscamente pagina, e portò una mano alla tasca.
– Consentitemi un piccolo dono…

(Riproduzione riservata)

© (Exòrma)

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La scheda del libro: “Troppo lontano per andarci e tornare” di Stefano di Lauro (Exòrma) 

220«Ci sono balene albine nel Pacifico.» Nella platea serpeggiò una curiosità impellente.
«Sì, ci sono stati numerosi avvistamenti di balene albine,“bianche come lana” a detta di certi cronisti. E fra queste, all’inizio del secolo, si distinse un maestoso capodoglio ben noto a chi navigava nei pressi dell’isola di Mocha, al largo delle coste cilene. A causa di ciò, la creatura fu battezzata col nomignolo di Mocha Dick, e divenne leggendaria per esser sopravvissuta a un centinaio di attacchi, per aver distrutto lance e danneggiato baleniere. Ci hanno persino scritto un romanzo sulla caccia a una balena bianca: s’intitola Moby Dick.»

Fulminea come un salto di balena, da un ripostiglio della memoria proruppe una frase: “Anche un’opera d’arte ispirata dalla disperazione nutre di vita l’animo di un uomo”. Nounours, capelli biondini piuttosto sottili, iridi blu oltremare, cute glabra e chiara, un panama calcato sulla testa per proteggersi dal sole, vaga senza meta tra i boulevard di Arles rimuginando su arte e vita, su reale e immaginario, chiedendosi “cosa fare domani”. Un incontro fortuito lo porterà al piccolo circo “Au Diable Vauvert” che diventerà il suo porto sicuro, la sua famiglia. Il Diable è un microcosmo di esseri unici, dediti al culto della meraviglia, i cui nomi evocano la magia dell’arte, della “loro” arte itinerante, vissuta sulle strade di Francia fin-de-siècle tra sordide periferie punteggiate di vicoli ambigui e luoghi memorabili. Ognuno di loro si rivelerà a Nounours attraverso il racconto della propria esistenza. Tra le righe aleggia il fantasma di Leopardi e vi si intravede l’ombra di Melville evocata da Marcel Schwob, singolare e solitario spettatore di una delle loro rappresentazioni.

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Stefano Di Lauro si definisce un mitonauta. È autore, regista e compositore.
Ha pubblicato Eroine_ nient’altro da dichiarare (2012) e Dittico dell’amore osceno (2011) per Shamba Edizioni; La mosca nel bicchiere – La poetica di Carmelo Bene (Icaro, 2007); ÒperÉ (Besa, 2006).
Come regista teatrale ha lavorato in Italia e in molti paesi esteri. Autore di testi teatrali, adattamenti di opere straniere e riscritture di classici, ha anche realizzato opere di video-arte e documentari, e scritto musiche di scena affiancando numerosi progetti musicali e discografici.
Da bambino stravedeva per l’arte primitiva e gli innesti botanici.
Memorie di un delfino spiaggiato è il titolo orfano del libro che non scriverà mai.

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