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LA SCATOLA DI CUOIO di Gianni Spinelli

novembre 13, 2019

LA SCATOLA DI CUOIO di Gianni Spinelli (Fazi): incontro con l’autore

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Gianni Spinelli è giornalista professionista, già vice caporedattore de «La Gazzetta del Mezzogiorno». Ha scritto per «Guerin Sportivo», «Il Giorno», «Corriere della Sera», «Avvenire», «Meridiani» e «Geo». Attualmente collabora con «Donna Moderna» ed è editorialista del «Corriere del Mezzogiorno». Fra i suoi libri, Il gol di Platone, Settanta volte donna, Tutta colpa di Eva e Andiamo al Cremlino.

Il suo nuovo romanzo di intitola La scatola di cuoio. Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«All’origine del mio romanzo c’è un incontro casuale con un tipo strambo», ha detto Gianni Spinelli a Letteratitudine. «Mi raccontò di un oggetto ricevuto per lascito testamentario, soltanto una scatola di cuoio con dentro un aggeggio. Parlava e rideva: era un uomo felice, un eroe in un mondo di avidi. Io sono una spugna, vedo, ascolto e conservo. E mi innamoro da sempre dei personaggi estremi, che perlopiù popolano la provincia, quella meridionale, sempre più spopolata, dove ho cercato e trovato, ad esempio, un signore specializzato in psicanalisi per pecore depresse.
Guarda caso, nel mio libro, la pecora c’è e assurge a protagonista di un rito, che nulla ha in comune con la depressione. Ritorno al mio strambo erede: è rimasto nella mia memoria, fermo in un angolino. Ho scritto nel frattempo altri quattro libri, ma lui e il suo mondo spingevano: “Dai, scrivi di noi”. L’ho fatto, scoprendo persone i fatti, cogliendo gli ambienti, le atmosfere, che ho fatto rivivere dalla fine degli anni Cinquanta fino al 1970. Una vicenda peraltro ancora non chiusa, avvolta dalla nebbia.
È una storia piena di mistero, di tenebre, a volte di leggende e suggestioni. È una storia in cui ci sono le mie paure da bambino, ingigantite da strane narrazioni della nonna e della zia. Il vissuto personale – quando un autore scrive, c’è sempre – mi ha permesso di vedere i protagonisti del romanzo in maniera cinematografica: il Provinciale, donna Marta, la casona, sapessi disegnare, sarei in grado di raffigurarli fedelmente su carta.
Uomini e donne che si muovono nella Scatola di cuoio possono sembrare troppi, ma in quella Basilicata, in quel Sud, era così ed è così anche oggi: nei paesini, la commedia della vita è corale, con tante comparse che si intrufolano in ogni vicenda, tra pettegolezzi e voglia di sapere ciò che non si può sapere.
La scatola di cuoio è un noir atipico, una “favola nera”, in cui hanno la loro parte perfino Belzebù e Barbablù. Ma “favola” non significa voli di fantasia e distacco dalla realtà. Ho solo pensato che fosse la maniera ideale per narrare una storia incredibile per personaggi e vicende. Una maniera per “sdoganare” ciò che può sembrare surreale senza esserlo. E una maniera per far parlare i miei carabinieri, il mio giurnalist, il mio Antonio, i miei avvocati, con un linguaggio semplice, popolare, a volte grottesco. Il che, mio parere, non significa tradire la letteratura. Semmai è il contrario.
Una scatola è al centro della storia. E la scatola chiusa non è una cosa da niente: è la metafora della vita di ognuno di noi, contiene l’ignoto, il nostro destino e quello dell’umanità intera.  A lei, alla “Scatola”, sono arrivato dopo un percorso lungo di lettura, dalle Elementari quando divoravo i libri dei fratelli Grimm, di Perrault, Andersen, Gianni Rodari, da sedicenne quando ho letto quasi tutto Dostoevskij e, via via, Dickens e poi negli anni, Buzzati, Calvino (mio mito), Berto, Fenoglio, Simenon, Tobino, Moravia, Pasolini, Pennac, Magris, Ernesto De Martino, tanti altri autori e ancora opuscoletti su tradizioni e magie del Sud».

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Estratto del romanzo

La scatola di cuoio vissuto era sistemata da sempre su un cassettone di legno massiccio nello studio di don Pantaleo, a San Clemente. Dal giorno di Natale del 1968 aveva colpito la fantasia di Antonio Forini, trentasei anni, magro, un po’ curvo, quasi calvo, lenti spesse da miope, strampalato, «un tipo che, fra centomila lire e un portachiavi di metallo, sceglie il portachiavi, senza pensarci due volte».
Zia Marta, la zia della moglie Margherita, gli aveva detto: «In quella scatola c’è un aggeggio… Si accende e appaiono cose strane». Era bastato: da allora Antonio non aveva pensato ad altro, giorno e notte. Così, quando ci furono da raccogliere le briciole di un’eredità enorme, alla morte della zia, la vedova Marta Fontiuzzi, Antonio non ebbe dubbi: «A me la scatola. A me. A me».
Antonio gridava, anche se la concitazione era inutile perché non aveva concorrenti: ai parenti interessavano le case, i terreni, i soldi.
Margherita lo coprì di insulti: «Deficiente, cosa vuoi? Una scatola vecchia e sporca: la tua dignità è finita sotto la suola delle scarpe. Sei un povero deficiente». Antonio non la stette a sentire: prese la scatola, la strinse al petto, uscì trafelato dalla stanza, raggiunse la sua ammaccatissima Renault 4, posò con delicatezza il suo tesoro nel portabagagli, mise in moto e guidò come fosse in gara a Monza, nel Gran Premio d’Italia.
La vettura, alla prima curva, sgommò, si piegò pesantemente su un lato, rasentando il muro. Antonio aveva fretta: temeva di essere inseguito da donne e uomini, con in mano forconi, pronti ad assalirlo e a togliergli la scatola.
«La scatola è mia, è mia. È mia». A casa la sistemò nello studio, su una sedia, a lato della scrivania, coprendola con fogli di giornale: quella scatola era sua e doveva essere soltanto sua.
Una sera, mentre la moglie era in visita dalla madre, si chiuse nello studio, liberò la scatola, la spolverò e stette per parecchio tempo a guardarla, in venerazione. Gli risuonava ancora il ritornello di zia Marta: «In quella scatola c’è un aggeggio…». Aprì: un panno rosso copriva l’oggetto delle sue brame. Tremava… L’emozione fu smorzata dal rumore della chiave nella serratura del portone d’ingresso: era la moglie, rientrata molto prima del previsto.
«Antonio, dove sei? Hai lasciato tutte le luci accese. Consuma, consuma, tanto sei ricco sfondato: hai la scatola piena d’oro, sei il Paperon de’ Paperoni di San Clemente. Di nuovo complimenti e auguri». La solita musica: Margherita non si smentiva, era una rompiscatole patentata.
In fretta e furia chiuse la scatola, la ricoprì e la rimise a posto, occupando lo spazio senza polvere della sedia, al millimetro, dove stava prima.
A letto, la moglie già di spalle per i fatti suoi, si scervellò sul panno rosso: cosa nascondeva? Un’altra scatola che, a sua volta, racchiudeva un’altra scatola più piccola? Una macchinetta magica? Un cofanetto contenente polveri usate dagli antenati per pratiche di alchimia? Un marchingegno che si collegava con l’elettricità? Lo assalirono i più disparati interrogativi, con gli occhi aperti in attesa del sonno.
A questi contorti esercizi mentali era allenato da bambino, quando a scuola la maestra posava in fila sulla cattedra diverse scatole di cartone piccole e grandi, tutte chiuse, e chiedeva: «Cosa c’è qui dentro? Indovina, indovinate, cosa c’è?». Era tremenda la maestra, con il dito puntato ora su una, ora sull’altra scatola. Antonio e i compagni guardavano a lungo e rispondevano a tentativi, prima frenetici, poi stremati. E lei, la maestra, sempre a ribattere: «No, no, no… Sbagliato, sbagliato, sbagliato». La sadica sghignazzava e non rivelava mai il mistero, se non a fine anno: «Le scatole contengono la vita, ragazzi, la vita, la vostra vita».

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La scatola di cuoio - Gianni Spinelli - copertinaLa scheda del libro: La scatola di cuoio di Gianni Spinelli (Fazi editore)

Un’insolita favola nera sull’invidia, l’avidità e i più bassi sentimenti umani.

Alla fine degli anni Cinquanta, in un paesino sperduto della Basilicata, un frate maledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore mette su in maniera poco chiara una notevole ricchezza; in più, a casa di don Pantaleo, si sussurra, avvengono cose strane. «Il demonio è più castigato del Provinciale» affermano i suoi compaesani, immaginando che diverse donne “pittate” passino la notte nella sua casa-convento. Finché, un giorno, don Pantaleo viene ritrovato morto, accasciato su una scatola di cuoio. Parte subito un’indagine ma nel frattempo l’eredità del religioso – soldi, case e terreni – finisce nelle mani dell’arcigna donna Marta, moglie di un nipote e a sua volta non più giovanissima. Da qui avrà inizio una sanguinosa battaglia per l’eredità: tra cause intentate dai parenti, in un Sud all’inseguimento del bottino, la vicenda assumerà un carattere grottesco. Tra colpi di scena e agnizioni, in palio il succoso lascito di don Pantaleo, si snoda l’intera trama di questo libro, a metà tra la favola nera e un vero e proprio giallo, finché il mistero legato al testamento si scioglierà in un sorprendente finale che avrà tutto il sapore di una beffa.

Con uno stile ironico e una scrittura brillante, Gianni Spinelli costruisce una storia piena di sorprese in cui l’eco dei grandi classici del genere favolistico, da Barbablù al Canto di Natale, si mescola alla satira di costume per una riflessione in forma di commedia sui sette vizi capitali, con al centro una misteriosissima scatola.

«La scatola di cuoio vissuto era sistemata da sempre su un cassettone di legno massiccio nello studio di don Pantaleo, a San Clemente. Dal giorno di Natale del 1968 aveva colpito la fantasia di Antonio Forini, trentasei anni, magro, un po’ curvo, quasi calvo, lenti spesse da miope, strampalato, “un tipo che, fra centomila lire e un portachiavi di metallo, sceglie il portachiavi, senza pensarci due volte”».

 

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