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AKAMON di Furio Detti: incontro con l’autore

novembre 15, 2019

“Akamon” è la silloge di Furio Detti pubblicata da Le Mezzelane. Abbiamo incontrato l’autore. In coda al post, tre poesie

* * *

Furio Detti è nato a Livorno nel 1972. Vive e lavora in provincia di Bologna. Critico e traduttore ha pubblicato poesie sulla rivista “Soglie”, “Kamen”, “Il Giornale della Mezzanotte” (inserto di Armunia Festival Costa degli Etruschi) e ha pubblicato in antologia con l’editore ZonaFranca. Si occupa di didattica e teatro con gli studenti delle scuole secondarie inferiori (Laboratorio “Teatreuropeo” – Compagnia All’Impresa della Locusta, Peccioli – PISA).
Di recente ha pubblicato la poesia Una Poesia alla Carver, su “Gradiva. International Journal of Italian Poetry”, n.52 Autumn 2017, Olschki editore.
Le sue fonti e la sua palestra – a giudizio dello stesso autore sono – sono Yeats , Pound, i poeti Siciliani, Dante e Cavalcanti, D’Annunzio, Bukowski, Shakespeare e altri immortali. Scrive anche poesie in lingua inglese.
A proposito di poesia è da poco in libreria la silloge intitolata “Akamon”, edita da Le Mezzelane, presentata nell’ambito degli eventi di Lucca Comics & Games 2019 (Furio Detti è anche un esperto di comics e collabora con la rubrica “graphic novel e fumetti” di Letteratitudine.

Amakon è una silloge che affronta varie tematiche: “La chimica e I genocidi del Novecento, l’epica omerica e gli Internet café di Shibuya, Michelangelo e i gatti passando per Ezra Pound, i NoTav e il Kendo, compatti come lattine di un distributore automatico di versi: diario di viaggio, pacati armistizi con l’imprevisto e l’imprevedibile: la Porta rossa”.

Abbiamo chiesto a Furio Detti di parlarcene…

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«Akamon è nata per il desiderio di mescolare epica e cronaca», ha spiegato Furio Detti a Letteratitudine. «All’epoca mi domandavo se potesse esserci spazio per una poesia epica in questo nostro mondo, più comodo (almeno per noi occidentali), ma anche più complesso e ne sono certo assai più infelice di quello omerico. Mancava l’occasione e, per me, un primo passo fino a quel viaggio. La strada è appena all’inizio ma ho sempre pensato Akamon come la prima inchiostratura di un disegno personale di poetica. Cronologicamente è la mia terza raccolta, la prima opera a essere pubblicata da un editore. Certamente ha un contenuto e dei registri compositi, eterogenei, e *ex necesse* contraddittori. Perché nel suo microscopico conseguimento ha sempre davanti a se la stella polare di Dante, Shakespeare e Pound, i tre “unici” poeti realmente epici, dopo Omero (neanche Virgilio è loro pari): la polisemia, la “comicità” dei registri dovevano essere la sua cifra, la sua necessità. A Pound e ai suoi ideogrammi il libro è chiaramente debitore sotto ogni aspetto. Pena contraddizione e confusione? Sì, anche quelle. Il nucleo dell’opera è costituito da un viaggio in Giappone avvenuto nel 2012, il mio terzo e per ora ultimo viaggio nel Paese del Sol levante. Ci sono anche un “prima” e un “dopo”, ossia delle poesie relative sia al mio percorso personale, nel *Kendo*, per esempio sia a alcuni fatti di cronaca e di vita che mi hanno comunque interessato, prima e dopo il viaggio stesso.

«Il titolo significa in giapponese “Porta Rossa” o “Cancello Rosso” perché di questo colore è – o era, stante il recentissimo incendio – la porta del Castello di Shuri a Naha, Okinawa. Come del resto tutte le porte o portali medievali e arcaici di accesso alle città cinesi e giapponesi. Il rosso è presso quelle genti un segno di buona sorte, potenza e protezione. Io sono rimasto colpito da questo enorme portone lucido di pioggia, che si apriva sul mare e sull’intera isola di Okinawa, residuo di un passato illustre e della sua concorrenza con il presente: caotico, turistico, mondiale. Il contrasto della sua funzione attuale era la chiave della drammaticità di questo cancello, nato per escludere, segregare, delimitare e ora attraversato da uomini di ogni popolo e razza, in un destino mai concluso e mai definito. Nel segno del dualismo e del suo superamento, poiché all’epoca ero anche buddista.  Senza voler assolutamente dare una valutazione in positivo o in negativo; anzi rifuggendo ogni moralismo (spero) ogni morale, Akamon è una raccolta di sbilanciamenti esistenziali: in ogni poesia si nascondono una frattura e un superamento, spero almeno che sia così. Anche la forma doveva seguire questo polisema e questo polemos originario: le forme tradizionali dovevano necessariamente mescolarsi e fondersi con il contemporaneo. Fare a pugni con esso. Oltretutto volevo offrire al lettore la possibilità di sperimentare il proprio percorso e dei generi poetici, senza scegliermi il pubblico, e soprattutto senza doverlo sottoporre a una categorizzazione. Proprio come una rissa per strada. A chi preferisca metafore più urbane, ma assai meno vive, ho sperato che Akamon fosse nella sua pratica umiltà un distributore automatico, come quelli che infestano le strade in Giappone; un juke poetry box di materiali illustri e insieme popolari, anche a livelllo formale, metrico; un catalogo poetico della variabilità – *Roku-KIX* è la poesia in cui emerge di più questo tema. Il che non nega la sua originaria ispirazione centrale: la tradizione che attraversa il presente e procede oltre, facendolo suo. Se esiste un qualcosa di minimamente degno di un’epica è questa relazione del presente con il passato mitico degli eroi e degli dèi: il tema ritorna prepotentemente in *Juu-ichi-ANA 2158**Juu-ni-Shibuya Men*, e *Shichi-Kabuto* e *Zolfo* o *Fumo*.

«Io sono un uomo estremamente fortunato e felice, benché arrabbiato, perché come l’Odisseo omerico e come quello della poesia di Kavafis, pur odiando visceralmente la condizione stessa del viaggio (*Cascina Gobba*), ho avuto per due-tre volte la gioia di danzare con gli déi. Ora succede sempre meno, anche solo di avvicinarmi a essi, ma ho più compagni spirituali a fianco e più pazienza. Akamon non parla di questa mia personale “età dell’oro” – compendiata nella poesia di apertura *Al Bacco del Bargello* – ma se esiste un fuoco che la anima, esso viene dalla luce infinita di quei giorni.  Non so se torneranno: la poesia mi aiuta a tenere viva la fiamma e la fucina. Vale la pena attendere e lavorare anche se scende la notte. Comunque, giustamente, la mia raccolta non è solo dedicata al sublime, ma è attraversata anche da una satira lurida, sconsolata e amara. Basta leggere poesie come *Chiodo scaccia Chiodo* *La Cloaca* e *La somma delle cose* per capirlo. C’è necessariamente in questa moderna Babele il poli o plurilinguismo e il tributo alla poesia anglosassone che amo, o il richiamo al fumetto pop (*Möbius*), ci sono i miei gatti, animali e per me i soli esseri senzienti schiettamente divini, ancora in comunione con il mito. Occasioni più ironiche, ma da me amate, come mia moglie Linda.

«Ho realizzato poi una raccolta organica dedicata all’intero *Canzoniere* sabiano, intitolata *Controcanzoniere*. È pronta e aspetta un editore: sono partito da una risposta, ben diversa dall’esigenza di Akamon. Attualmente sto raccogliendo due raccolte di poesie, una dedicata agli animali (*Il Sistema Zoocentrico*) e l’altra di poesie inerenti il mio esperimento di vita e architettura chiamato “The Rook”. Non potevo (oh se avrei voluto!) chiamarlo “La Torre” ma mi ha battuto sul tempo il primo poeta che amai: Yeats. Akamon è la necessaria premessa a *The Rook*

* * *

Alcune poesie della silloge

Poesia 1

Roku – Kix

 

Dentro i riflessi delle città compresse

flottano confusioni con modestia

ed è la nebbia spray che ci saluta

神の雨

ignora se il ritorno ci sia dato

o se l’addio dipinga la sua lacca

sui bagagli.

Il tempo, una camicia spiegazzata,

d’uso e ricordi

che sa di pelle di ragazza

estiva

e sabbia nei capelli.

Con la bambina un gioco

di pelouche, per consolare,

e la mano trattiene.

Ma altri lasciano le figlie

cadere dai carrelli.

La vera giostra, quella,

e certo più pericolosa

del finto rischio del turista,

nel complesso.

La libertà che resta,

spicciolata.

 

Di me l’altra metà

rimane astratta

separata

dal resto

colorata,

per non perdersi

nel marasma dei kanji.

Un poco stupida

e internazionale;

non certo seria, né decisa , però

come i cimiteri che qui

son come le città:

compatti.

 

* * *

 

Poesia 2.

 

juu ichi – Ana2158

 

Intercambiabile Musa

delle sale d’aspetto, senza cetra

o tamburo, ma jingles

colorati d’uguale:

coppe Starbucks

in mano a palestrati

maschi d’ecumene.

 

Per questo ho grave nostalgia

di chi soffriva a pelle

costellazioni di pulci

asterischi di zecche,

di tutti quei cespi sudati di peli

dei Macedoni esausti d’Alessandro.

Loro, nei fiumi d’Asia

sprofondati a verde

lasciarono carovane di sporco

strati di ceneri troiane

e nodi di polvere incordati

di fuga.

Si immersero così nei fiumi

d’Asia.

Ma ne emersero nuovi.

 

Invece questi maschi

come oserebbero bagnarsi nel flusso

dell’età più virile?

 

Hanno già tutto

i p e r t r o f i c i

e niente da lasciare.

 

* * *

 

Poesia 3

fuori raccolta

 

IL DILUVIO

 

il diluvio è sceso come avesse fatto
due parentesi quadre della stanza, uno spazio
nel tempo, ma sottratto e insieme aperto

al tempo, in cui potesse distendersi, al riparo,
una luce somigliante a quella tinta
riflessa fra travertini e vasi, fra le tombe

di quasi tutti i grandi cimiteri e in questo lume
quieto e un po’ fermo il corpo tuo sembrasse
nudo, dipinto come un Casorati.

e la mia mano in questa mora, posta
sulle morbide linee di sezione
dei muscoli, fra pube e coscia, pieghe

che formano un ventaglio fra le dita
dolcemente, al modo in cui stringerei
un uccellino da terra, perso, preso:

solo pace. In questa tregua al suono
dello scroscio di diecimila gocce
si aprono doline di metallo nel pensiero

e v’entra umile e triste la memoria
di certi giorni trascorsi nell’infanzia
nei pomeriggi odorosi d’umido, di pini,

mi pare come se cadesse tutto
su noi, come uno straccio intriso, il mare
e un’onda ci coprisse, andando altrove.

In questo modo io t’abbraccio e perdo
ogni pena e dolore, ogni diverbio
e non sono che un altro corpo posto

da un gentile diluvio in questo luogo
sacro, a imitazione della morte, e vivo
ma più presente, più prossimo alla vita.

 

* * *

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