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GLEBA di Tersite Rossi: incontro con gli autori

novembre 15, 2019

“Gleba”, il nuovo romanzo del duo letterario Tersite Rossi pubblicato da Pendagron. Gli autori ci parlano del libro. In coda al post pubblichiamo un estratto

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Tersite Rossi è un collettivo di scrittura, autore del romanzo d’inchiesta sulla cosiddetta trattativa tra Stato e Mafia, È già sera, tutto è finito (Pendragon 2010), del noir distopico Sinistri (edizioni e/o 2012) e del thriller economico-antropologico I signori della cenere (Pendragon 2016). Lo pseudonimo è un omaggio a Tersite, l’antieroe omerico, che rappresenta l’opposto di ciò che tutti si attendono. È brutto, debole e codardo in un mondo di belli, forti e coraggiosi. È l’ombra che nessuno vede, perché è arrivata troppo presto. O troppo tardi.
È in libreria il quarto romanzo di Tersite Rossi. Si intitola “Gleba” e lo pubblica, come i due precedenti, Pendragon. È un romanzo che ha a che fare con tematiche forti e di grandi attualità. Aziendalismo psicotico, terrorismo cieco, nuove tecnologie soggioganti, strategia della tensione e molto altro nella nuova opera, che mette i personaggi, e il lettore, di fronte a un bivio: vivere o servire. “Un lavoro di ricerca impressionante”, ha detto del romanzo Massimo Carlotto.

Abbiamo incontrato il collettivo Tersite Rossi e gli abbiamo chiesto di parlarci di questo nuovo romanzo…

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«Una grande città italiana, una come tante, a fare da sfondo. Quattro storie, destinate a intrecciarsi, a condurre la trama», ha detto Tersite Rossi a Letteratitudine. «Il lavoro, quello sfruttato, sognato, svanito, a tessere il filo rosso. Il nostro nuovo romanzo, Gleba (Pendragon, in libreria dal 17 ottobre 2019) parte da qui per raccontare la società 4.0, più liquida che mai, muovendosi rapidamente tra chi è alla ricerca di un punto solido su cui poggiare i piedi e trovare un briciolo di identità. Dovendo però fare i conti con una scuola d’élite che forgia uomini privi di emozioni, con social network utili solo ad abbassare la guardia, con una rabbia feroce, che assume i contorni di vecchi e nuovi feticci del terrorismo, come la stella a cinque punte o la mezzaluna nera.
Anche il nostro quarto lavoro è un romanzo corale di storie intrecciate, come lo erano i precedenti. Paolo è un ragazzo insicuro che frequenta una scuola elitaria, Adriana un’impiegata che sogna la vendetta sui padroni, Amina una diciassettenne che ha perso il padre ed è finita nel tunnel del jihadismo, Enrico e Valeria una coppia di quarantenni che lottano col precariato lavorativo ed esistenziale. Le loro storie, apparentemente lontanissime, s’incroceranno proprio mentre un duplice, pazzesco attentato terroristico si avvia a travolgere tutto e tutti.
A fare da sfondo alla narrazione è stavolta la tematica del lavoro, visto in una doppia veste: da un lato come forza sfruttata, sottopagata, svilita (“gleba” come zolla da servire), dall’altro come mestiere di vivere (“gleba” come terra da cui la vita origina). La tematica del lavoro è affiancata sottotraccia da numerose altre: l’aziendalismo psicotico; le nuove tecnologie che asservono anziché liberare; il terrorismo (brigatista, islamico) come risposta fallace a un disagio che è interiore prima ancora che sociale; le trame occulte degli onnipresenti strateghi della tensione; la scuola come luogo in cui, ribaltandone completamente i fini, ci si limita a produrre gli sfruttatori, o sfruttati, di domani.
L’idea di scrivere Gleba ci è venuta dopo aver preso atto di una grande contraddizione, apparentemente inspiegabile. Le condizioni di lavoro in Italia sono molto peggiorate negli ultimi vent’anni, al punto da essere tornate ai livelli di cinquant’anni fa; tuttavia, mentre cinquant’anni fa si lottava duramente per migliorarle, oggi le lotte sono episodiche, saltuarie, estemporanee, sfilacciate. Ci siamo documentati e abbiamo provato a indagare le ragioni di questa contraddizione, raccontando le storie di personaggi vessati, ridotti al rango di pedine, servi di una nuova gleba, non più anti-eroi, ma semplicemente post-eroi, ai quali pare negata persino la possibilità di concepire una ribellione. Eppure, non sarà così. Qualcuno riuscirà a ribellarsi. Non tutti lo faranno con successo; qualcuno prenderà grossi abbagli, qualcun altro grosse fregature. A riuscirci, alla fine, sarà solo chi saprà affrontare il mestiere più difficile: quello di vivere».

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Strage d’infedeli (estratto dal romanzo)
 

Amina riemerse in superficie dopo il viaggio in metropolitana e si ritrovò davanti la sagoma imponente del centro commerciale “Pianeta”, il più grande della città. Un posto orrendo dove, prima della sua conversione, aveva passato innumerevoli pomeriggi di cazzeggio, vuoti e senza senso. E dove, dopo il ritorno ad Allah, non si era più sognata di rimettere piede.
Ma quel giorno, il 23 dicembre, a meno di quarantotto ore dal Natale degli infedeli, quel centro commerciale era un posto perfetto per attuare il gioco che da qualche tempo si era inventata. Circondarsi completamente del Male, ovvero di porci occidentali intenti alle loro attività impure, sataniche, e immaginare di ucciderli tutti, uno a uno. In tanti modi diversi. Immaginare di vederli stramazzare al suolo. Di mondare ogni luogo dalla loro schifosa presenza. Di riconsegnare ad Allah quello che era di Allah, purificato.
Era il suo jihad. Solo immaginario, perché quello reale, diventato ormai il suo più grande desiderio, rischiava di restare soltanto un sogno. “Vacci piano, sorella”, le aveva detto Kemal quando lei era andata da lui a dirgli che voleva armarsi e combattere per Allah. Morire per Allah. Amina sapeva, perché era stato lo stesso Kemal a farglielo capire, che anche lui non desiderava altro che il jihad. E che in qualche modo ci stava già lavorando, insieme a Bassam. Ma sapeva anche che una donna, una ragazza, da certe cose era esclusa. E allora era stata costretta a inventarselo, il suo jihad. A sublimare con quella specie di gioco. Che quel giorno, in quel tempio del consumismo, avrebbe visto la sua apoteosi.
Varcò la soglia del centro commerciale e fu immediatamente aggredita dalla luminosità abbagliante delle insegne dei negozi e dallo schiamazzare isterico della folla degli infedeli, intenti a correre dall’uno all’altro come automi senz’anima. Senza senso. Senza Dio.
Vide subito il primo obiettivo. Un uomo obeso che spingeva il suo carrello pieno di cianfrusaglie elettroniche, sguardo ebete, l’orecchio al suo smartphone, la bocca intenta a emettere suoni fatti di niente. Amina puntò il suo kalashnikov immaginario e lo falciò con un’unica raffica. Quello cadde riverso al suolo, pieno di sangue, e il suo carrello si rovesciò vomitando per terra il suo inutile contenuto.
Poco più avanti, ecco un gruppetto di ragazzi e ragazze della sua età. Ognuno stringeva in mano la sua bella borsa recante la marca modaiola di turno. Dentro: mutande rosse, calze sexy e top striminziti, le donne; jeans da arrotolare sulla caviglia, mutande nere e cappellini di tendenza, gli uomini. Tutto griffato. Tutto costosissimo. Regali che si sarebbero scambiati fra due giorni per poi dimenticarsene due giorni dopo. E tornare a comprarne ancora. Per l’Epifania. Per San Valentino. Per la festa del papà. Per Pasqua. Per la festa della mamma. Per le vacanze estive. Per Halloween. Per le vacanze invernali. Per tutti gli stramaledetti compleanni.
Felici dei loro acquisti, compiaciuti di aver speso i soldi di mamma e papà, quei porci sghignazzavano allegramente tra loro. Amina conosceva bene la vacuità di quelle chiacchiere, perché troppe volte vi aveva preso parte, nella sua vita precedente. E decise che era il momento di porvi fine, una volta per tutte. Di nuovo il kalashnikov. Di nuovo una raffica. Di nuovo corpi sanguinanti a terra. Occhi sbarrati, che non avrebbero più guardato in modo impuro. Bocche contorte, che non avrebbero più bestemmiato. Mani aperte nell’ultimo tentativo di aggrapparsi alla vita, che non avrebbero più commesso peccati.

(Riproduzione riservata)

© Pendagron

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La scheda del libro: “Gleba” di Tersite Rossi (Pendagron)

Paolo, ragazzo insicuro e introverso, frequenta una scuola elitaria, dove gli studenti sono spinti a una competizione feroce come quella del mercato del lavoro che li attende. Adriana, impiegata modello in un colosso dell’ e-commerce, la sera torna a casa e studia da brigatista, per vendicarsi dei padroni che le han portato via il marito e la migliore amica. Amina, figlia d’immigrati marocchini, dopo la morte sul lavoro del padre si è smarrita nel tunnel del vuoto esistenziale, da cui prova a uscire abbracciando il jihad. Enrico e Valeria, marito e moglie, conducono una vita precaria come il loro lavoro; lui sublima con la letteratura, la palestra e le avventure extraconiugali, lei con il sogno di un figlio. Proprio quando queste esistenze così distanti, ma tutte asservite, inizieranno a toccarsi e a confidare in una svolta, comincerà il conto alla rovescia di un duplice, pazzesco attentato terroristico, pronto a travolgere tutto e tutti. A sperare di resistere sarà solo chi avrà il coraggio di svolgere il mestiere più difficile: quello di vivere.

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