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NELL’ANTRO DELL’ALCHIMISTA di Angela Carter (un estratto)

novembre 26, 2019

“NELL’ANTRO DELL’ALCHIMISTA. Tutti i racconti. Vol. 1” di Angela Carter (Fazi editore – Introduzione di Salman Rushdie – traduzioni di Susanna Basso, Rossella Bernascone)

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Penetrando nel cuore della foresta

 

Tutta la regione era come un vaso di fiori abbandonato, pieno fino all’orlo di creature verdi; e, protette su ogni lato dalle feroci barricate delle montagne, le belle propaggini della foresta si trovavano così all’interno da convincere gli abitanti che Oceano fosse il nome di uno straniero, e se mai avessero visto un remo l’avrebbero scambiato per un vaglio. Non costruivano strade né città; simili in tutto a Candido, specialmente nelle passate sfortune, si limitavano a coltivare i loro giardini.
Erano i discendenti di schiavi fuggiti, molti anni prima, dalle piantagioni di distanti pianure, che nel dolore e nelle privazioni avevano attraversato l’arido istmo del continente, sopportando infinità di deserto e tundra prima di arrampicarsi sulle colline scabre, per scalare infine le cime stesse e giungere alla regione che offriva la piena realizzazione di tutti i loro sogni di una terra promessa. I boschetti che cingevano le foreste di conifere nella valle centrale erano tutto il mondo che desideravano conoscere e nella loro quiete autosufficiente non si preoccupavano che della soddisfazione di semplici piaceri. Nessuno spirito esploratore era stato così curioso da risalire il grande fiume che irrigava i campi fino alla sua sorgente, o da penetrare nel cuore della foresta. Erano troppo contenti di ciò che offriva loro quel luogo inespugnabile per desiderare altro che le gioie dell’ozio.
Avevano portato con sé, quale unica reliquia della vita di un tempo, il francese con cui i vecchi padroni avevano marchiato le loro lingue, benché gorgheggi residui dei dialetti africani infondessero cadenze inattese al loro parlare e, col passare degli anni, avevano dato forma a un argot arboreo per la decifrazione del quale la grammatica francese avrebbe rappresentato una guida assai fallibile. E nei fagotti avevano anche portato un po’ di oscuro folklore vudù. Ma quegli spiriti insanguinati non potevano sopravvivere al sole e all’aria pura, quindi emigrarono in massa dal villaggio, per vivere nei boschi la vita ambigua di dicerie dal piede forcuto, finché di loro non restarono che le forme dai contorni indefiniti in agguato, forse, nelle verdi profondità, e poi, infine, un’ombra si modulò impercettibilmente nella forma di un albero vero.
Quasi a giustificare ai propri occhi l’assenza del desiderio di esplorare, seminarono a parole un albero mitico e maligno nella foresta, un albero fatto a immagine dell’upas di Giava la cui sola ombra era in grado di uccidere, un albero che trasudava un potente veleno dalla corteccia umida e i cui frutti avrebbero potuto nutrire di morte un’intera tribù. E la presenza di un simile albero impediva categoricamente l’esplorazione − anche se tutti sapevano nel profondo del proprio cuore che quell’albero non esisteva, ritenevano, nonostante tutto, che fosse più sicuro restarsene a casa.
Dato che gli abitanti dei boschi non potevano vivere senza musica, costruirono violini e chitarre con grande abilità e ingegno. Amavano mangiare bene e così trovarono l’energia per seminare ortaggi e allevare capre e galline per mescolare questi elementi in una cucina rustica ma voluttuosa. Essiccavano, candivano e conservavano nel miele alcuni degli splendidi frutti che coltivavano e scambiavano questi prodotti con l’occasionale viandante che si avventurava su quell’unico rischioso passo con balle di cotonine e gomitoli di nastri. Le donne li usavano per farsi gonne lunghe e camicette e pantaloni per i loro uomini, così si vestivano tutti di stoffe a fiori rossi e gialli, e a scacchi viola e verdi, o a strisce arcobaleno, e s’intrecciavano cappelli di paglia. Bastava qualche fiore a convincerli che le loro graziose toilette fossero complete e intorno a loro cresceva un’infinità di fiori al punto che i villaggi dai tetti di paglia sembravano giardini abitati, perché il suolo era sorprendentemente ubertoso e la flora proliferava in tale abbondanza che quando Dubois, il botanico, giunse sul passo a dorso del suo asino, guardò quel paesaggio paradisiaco ed esclamò: «Santo cielo! Sembra che Adamo abbia aperto l’Eden al pubblico!».

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

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Nell'antro dell'alchimista. Tutti i racconti. Vol. 1 - Angela Carter - copertinaLa scheda del libro: “Nell’antro dell’alchimista. Tutti i racconti. Vol. 1” di Angela Carter (Fazi editore)

Scomparsa al culmine della sua carriera, dotata di un estro narrativo magico e irraggiungibile, Angela Carter ha scritto romanzi e racconti, e sono stati proprio questi ultimi a consacrarla come una delle autrici più talentuose del ventesimo secolo.

Nell’antro dell’alchimista – diviso in due volumi di cui questo è il primo – raccoglie la produzione migliore di un’autrice fondamentale. La camera di sangue, secondo Salman Rushdie il capolavoro per cui verrà sempre ricordata, è una serie di bellissime fiabe in chiave moderna, libere riscritture di quelle classiche, in cui l’autrice sbeffeggia gli stereotipi di genere affidando alla figura femminile le redini della storia, donandole un erotismo inedito e conducendola verso un finale vincente rimaneggiato in chiave ironica. Fuochi d’artificio nasce invece dall’esperienza dell’autrice in Giappone ed è il punto di svolta nella sua produzione, nonché il momento in cui il tema del femminismo diventa centrale: «In Giappone ho imparato cosa significa essere donna e mi sono radicalizzata».
Ai tesori custoditi all’interno di questa magistrale raccolta Angela Carter ha affidato il proprio testamento stilistico, servendosi di una scrittura raffinata, barocca, a tratti ermetica e costruendo una nuova mitologia femminista con cui condurre un’acuta analisi della società che supera le barriere del tangibile e penetra i meandri dell’immaginazione. Queste pagine, semplicemente, sono la testimonianza di una perdita incolmabile per la letteratura.

«Le sue cose migliori, secondo me, sono i racconti. La camera di sangue è il capolavoro della Carter. Probabilmente sarà il libro per cui verrà ricordata per sempre».
dall’introduzione di Salman Rushdie

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Angela Carter, nata a Eastbourne, in Inghilterra, ha studiato Letteratura inglese alla University of Bristol. Eclettica, anticonformista e grande viaggiatrice, ha trascorso due anni in Giappone, per poi esplorare Stati Uniti, Asia ed Europa. Socialista e femminista, è stata una scrittrice e giornalista impegnata, per la quale l’arte era indissolubilmente legata ai temi politici. La sua poliedrica opera letteraria è nota per la contaminazione fra i generi: nelle sue pagine si mescolano in maniera brillante elementi del gotico, della fiaba, del fantastico e della commedia erotica. Oltre ai racconti contenuti in Nell’antro dell’alchimista, fra le sue opere più note figurano i romanzi Figlie sagge e Notti al circo, entrambi pubblicati da Fazi Editore.

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