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LE AMANTI DEL LOIN-PRÉS di Antonio Di Grado (recensione)

novembre 27, 2019

LE AMANTI DEL LOIN-PRÉS di Antonio Di Grado (Le Farfalle)

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La sensualità mistica delle amanti di Cristo: Antonio Di Grado omaggia la donna

di Daniela Sessa

Quella lacerante terzina di Dante accostato al lacerato Marsia ha occupato la mia mente di lettore, a poche pagine dalla fine di Le amanti del loin-prés” di Antonio Di Grado: “Entra nel petto mio, e spira tue /sì come quando Marsïa traesti /de la vagina de le membra sue”. Intermittenze, le avrebbe chiamate Proust; vagabondaggi della mente, avrebbe detto più prosaicamente Tristram Shandy.  A innescare il cortocircuito è Clarice Lispector, scrittrice brasiliana in perenne sfida alla parola, citata da Di Grado per rimarcare il denudarsi mistico di Angela Pralini. E chi è più nudo di Marsia, spogliato dal dio fin della sua stessa pelle? E Dante che al suo, di Dio, chiede di scorticarlo non sembra invocare lo svuotamento cristiano infine agognato da Simone Weil? E chi è più ispirato da un’urgenza di fede e scrittura di Antonio Di Grado, che in questo libello militante si è consegnato ardente e nudo all’ultimo senso della parola, del linguaggio letterario come specchio di Dio? Vestendo, per poche righe, i panni sudici di guerra di Fabrizio del Dongo, Di Grado chiede alla letteratura di tuffarsi indomita nella mischia ed essere “scontro di idee e incalzarsi d’azzardi espressivi, eroico furore e disperata preghiera”. Con queste premesse “Le amanti del loin-prés” promette una cavalcata in boschi letterari dove il sovrasenso è la parola divina. Guai a dirla impalpabile, la parola di Dio. Nemmeno è lecito incarcerarla nelle segrete della metafisica, se questa vuol dire oblio del corpo. Anzi. La parola di Dio necessariamente mediata dall’uomo trova nella finitezza della carne il suo compimento. Non a caso quell’irrequieto di Dante, nella bella follia dell’esilio, restituisce alle beate, come Piccarda Donati e persino alla jacoponiana Madonna Povertà ascesa sulla croce di Cristo e, infine, a se stesso eletto da Dio per intercessione dell’innamorata, il fuoco verbale della passione di Dio. Di Cristo, correggerebbe prontamente Dostoijevski. Perché nell’impari lotta tra finito e infinito, la finitezza terrena può recuperare solo nel campo del linguaggio e dire di Dio la carne martoriata di suo Figlio. La lingua dell’uomo di ogni passione può esprimere il desiderio del corpo, il sussulto del cuore, il riverbero della mente.  Il gemito erotico è il suono terreno del verbo offerto a Dio, “il punto di fuga dove il tempo s’incrocia con l’eterno”. Solo che quell’eccitamento verbale, incorrotta resa all’amore divino, scuote l’anima delle creature più vicine a Dio, esse stesse proiezioni dell’ossimoro creaturiale cantato da Dante nell’ultima poesia del Paradiso. Dalla Vergine Madre alle mistiche, alle donne che hanno “intelletto d’amore”: ecco il percorso critico ultimo di Antonio Di Grado. “Le amanti del loin-prés” è il testo della lectio di congedo dalla docenza universitaria. Ma Di Grado, sempre corsaro di lingua e di pensiero, non poteva chiudere la sua carriera con un testo rassicurante, custode com’è della migliore tradizione letteraria, difensore strenuo di tutte le temerarietà laddove la scrittura diventa disturbante, furente di dubbi, assieme lucida e inebriante dettatura della mente. E dell’anima. Così Antonio Di Grado riprende – ed è ancora Dante – il concetto di Amore “che ditta dentro”. Un suggestivo cerchio temporale chiude la proposta critica di Di Grado: riprendere dal “Medioevo tramortito e smaniante ai piedi della Croce” l’anagogia di Dante nel “Convivio” e insieme a quella la celebrazione della figura delle mistiche, senza trascurare la memoria delle beghine. Dal Duecento al Novecento, il percorso critico di Di Grado -che non rinuncia all’impulso ideologico di matrice anticapitalista e antielitaria- sceglie come imago Christi la donna e la sua eucaristia verbale. L’orgasmo mistico di Margherita Porete, di Angela da Foligno, di Teresa d’Avila è brama del corpo cavernoso del Figlio di Dio (Julia Kristeva), come brama è pure la letteratura di Cristina Campo, di Anna Maria Ortese, di Simone Weil. Maddalene che caddero tutte nei pozzi di Alba de Cespedes, di cui Di Grado riporta la replica al “Discorso delle donne” di Natalia Ginzburg. Pozzi, abissi, caverne sono i luoghi verbali novecenteschi per le trepidazioni umbratili dell’eros. Parole subentrate a quelle leggeri del fin’amor cortese, dove il desiderio si sublimava nel sorriso e nello sguardo ma non si sottraeva al lessico erotico. Il lessico, che dal berniniano marmo estenuato di Teresa d’Avila fino allo scandaloso sapore di Cristo nella bocca di Angela Pralini, protagonista di” Soffio di vita” di Lispector, traduce ancora in un ossimoro l’irrequieto appagamento nel mistero. L’amor de lonh della dama di corte è il loin-près di Margherita Porete, un Dio lontano e vicino, intangibile sì ma solo in tal fattezza assimilabile dentro di sé. L’esperienza mistica come balzo dalla terra al cielo, come guarigione dalle cancrene della storia. Caverne sono pure le piaghe della Croce come caverna è quel ventre di donna che Lui creò per crearsi. Ed ecco le madri: un accenno a Concezione, la madre di Vittorini da cui tutto questo è germogliato, alla madre di “Aracoeli” di Elsa Morante fino a Tamara di “Fuoco al cielo” di Viola Di Grado. Né la Chiesa è femmina né la storia della Chiesa lo è, tuttavia e in ragione di questa negazione Di Grado dimostra con ricchezza di riferimenti critici che, se fu proprio la devastazione della carne il mezzo per giungere alla resurrezione dell’anima, quel percorso sta nei vaneggiamenti erotici e nella testimonianza delle donne che affrontarono la morte per amore di Dio, che scelsero di vivere e predicare e testimoniare lo sposalizio virginale con Dio. “Un tributo alla donna, balbettato da un profano” confessa Di Grado, rivendicando per sé un’anima femminile che lo porta a “sentire e ragionare sporgendomi oltre la realtà”: l’ammissione è donare alla donna la rosa più bella del proprio giardino. Un tributo per cui chiama come alleati o come avversari Dante e Meister Eckhart, Cioran e Musil, Fellini e Sciascia, Savinio e Pasolini, Bernanos e Borgese, Zuang zi e Battiato. Proprio il maestro Battiato ispira un tema che attraversa, apparentemente in controluce, “Le amanti del loin-prés”: una sorta di cosmopolitismo spirituale in cui il sufismo, l’ascesi cristiana, l’astinenza taoista sono tutte declinazioni dell’unica tentazione dell’anima: la fede. Come annotò Simone Weil “credere anche che ciò che non possiamo afferrare è più reale di ciò che possiamo afferrare”.  Non è solo un libro sulle mistiche e un inno alla donna, “Le amanti del loin-prés”: è pure il manifesto di un metodo critico, di un linguaggio letterario, di un pensiero politico, di un impegno sociale e culturale. Un esempio di prosa erratica ed elegante, meglio ancora, prendendo in prestito un’immagine da queste preziose pagine, “un tumultuoso galop di esistenze privilegiate, di tenaci preghiere e di baci rubati, di anime salve”.

 

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La scheda del libro: “Le amanti del loin-prés” di Antonio Di Grado (Le Farfalle)

Le amanti del Loin-Près - Antonio Di Grado - copertinaDalle Marie dei Vangeli alle beghine e alle mistiche del Medioevo, da Simone Weil a Cristina Campo, da Clarice Lispector ad Anna Maria Ortese, alle indomite visionarie di ieri e di oggi, questo libro-conversazione intreccia numerosi percorsi di creatività e di fede, e registra ardimenti concettuali ed espressivi che furono e sono doni esclusivi e attitudini privilegiate delle donne. E dunque vuol essere un omaggio all’essere donna, e al rapporto diretto,
fisico, traboccante di eros e pathos che forse solo le donne, dalla santa celebrata sugli altari all’eretica condannata al rogo, dalla scrittrice alla più umile devota, hanno saputo intrattenere con l’Eterno, o con qualcosa d’ineffabile e pur necessario che gli somigli o ne rechi tracce.

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Antonio Di Grado ha appena concluso la sua attività di professore ordinario di Letteratura italiana nell’Università di Catania. È direttore letterario della Fondazione Leonardo Sciascia, designato dallo scrittore prima della scomparsa. È autore di numerosi volumi, tra cui La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo; Giuda
l’oscuro. Letteratura e tradimento; L’idea che uccide. I romanzieri dell’anarchia tra fascino e sgomento. In questa collana ha pubblicato Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web.

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