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TERESA SULLA LUNA di Errico Buonanno: incontro con l’autore

novembre 30, 2019

“TERESA SULLA LUNA. Vita, musica e peccati di mia nonna millantatrice” di Errico Buonanno (Solferino): incontro con l’autore e un ampio brano estratto dal libro

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Errico Buonanno, scrittore, traduttore, autore radiofonico e televisivo, collabora con diverse testate. Per il «Corriere della Sera» ha realizzato la webserie I ragazzi degli anni 90.

Tra i suoi libri, “Piccola serenata notturna” (Marsilio 2003), “L’eternità stanca” (Laterza 2012), “Vite straordinarie di uomini volanti” (Sellerio 2018), “Falso Natale” (Utet 2018) e “Sarà vero” (Einaudi 2009, Utet 2019).

Il nuovo libro di Errico Buonanno si intitola “Teresa sulla luna. Vita, musica e peccati di mia nonna millantatrice” e lo pubbica Solferino.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Avete presente nonna Teresa, no? Ne abbiamo tutti una in famiglia. Magari non la chiamate così, magari è una zia, una prozia, una cugina. Ma c’è. Ed è quel tipo di vecchia signora che, a sentir lei, ha fatto di tutto. Ha conosciuto tutti, da tutti è stata ammirata e corteggiata. Quel tale attore? Era pazzo di lei. Quel famoso scienziato? Amico suo, va da sé.

Teresa, ma sì: quella che, a settant’anni suonati, piace ancora, che ha ancora spasimanti. Che vi mette in imbarazzo davanti alle ragazze che vi piacciono, che parla sempre per prima e sempre per ultima. Quella che vuole farsi notare (perché ha fatto l’attrice, perché ha fatto la cantante, anche se non ci sono prove) e che, nel bene e nel male, ci riesce benissimo. Nonna Teresa è quella che racconta una marea di panzane sulla propria giovinezza eccezionale, ma forse ci crede lei per prima.

Ecco, in Teresa sulla luna (Solferino) ho raccontato una donna così. E insieme a lei un intero modo di stare al mondo. Ho inventato di sana pianta una vicenda, creando, romanzando, immaginando. Ma l’ho fatto per dire tutta la verità su una famiglia tra le tante del Novecento; una di quelle famiglie borghesi, estese, ingombranti, chiassose, capaci di vivere di chiacchiere e di aneddoti come rimedio ai fallimenti continui, e capaci di ridere nonostante tutto. Volevo descrivere la loro crudeltà: provateci voi a non crescere frustrati con una Teresa che racconta di aver già fatto tutto nella vita! Volevo descrivere la loro idiozia dolce e giocosa, la loro spocchia e la loro arte di fallire con grazia. Quello spirito, quella “musicalità” impalpabile dovevo, prima o poi, trasformarla in romanzo. E il risultato è un libro da ridere e anche un libro da piangere, spero. Un libro che (mi sembra di capire, ora che ho messo il punto) è la biografia immaginaria di una donna, di un secolo e di tante famiglie scassate e rumorose come sono i Piserchia. L’ho fatto con varie domande nella testa: come siamo arrivati fin qui? Come si può ridere delle proprie disgrazie? Perché ci ostiniamo e mi ostino a raccontare delle storie? E soprattutto: davvero nonna Teresa aveva rifiutato una proposta d’amore di Amedeo Nazzari? Vero o falso che sia, era una bella storia».

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Un estratto del libro

I tentativi di mia nonna di prepararmi alla celebrità fin dall’infanzia passavano – è chiaro – da moltissime discipline diverse, convinta com’era che un giorno anch’io avrei sfondato. Ma c’è da dire che il cinema era una sua grande passione, perché si sentiva più coinvolta. Così varie recite scolastiche si trasformarono per me in assoluti disastri per il puntiglio di mia nonna di insegnarmi a recitare. Verso la quarta elementare, lo spettacolino di fine anno – era un musical – La piccola olandesina divenne un vero incubo da quando Teresa, primo, scoprì che non ero io il protagonista («Cioè, non fai tu la piccola olandesina?!»). Secondo, scoprì che la mia parte di giardiniere, un minuto in tutto, non prevedeva che cantassi canzoni (irruzione in classe: «Signora maestra, no, scusi, io voglio solo sapere se ha mai sentito quanto è intonato mio nipote. Canta, su, canta! Fa Celentano uguale uguale!»). E, terzo, decise che sarebbe stata lei stessa a curare la mia interpretazione. «Hai un’attrice in casa. Stai a vedere che ti devi fidare di una che ha fatto le magistrali!» Per un mese, studiò con la faccia molto seria il copione. Che, nello specifico, diceva così:

GIARDINIERE: Buongiorno, Belinda!
OLANDESINA: Oh, buongiorno, giardiniere! Quanti bei tulipani!
GIARDINIERE: Sì, io li curo dalla mattina alla sera. Ma il forte caldo di quest’anno rischia di farli seccare tutti!
OLANDESINA: Poveri tulipani! Che possiamo fare?
GIARDINIERE: Forse se cantassi una canzone con la tua bella voce li aiuteresti.
OLANDESINA: Va bene. Allora canterò. Pan-pan-tulipàn sei caro, e hai tanto gentile il cuore…

«Mh. È complicato», ragionava mia nonna.
«Dici?»
«Sì, certo. Ci sono i sottotesti.» Aveva una faccia corrucciata, concentratissima. «Perché è chiaro, no?»
«Cosa?»
«Il giardiniere è innamorato dell’olandesina.»
Io mi trovavo nell’età in cui parlare d’amore era un po’ come parlare di un crimine. E anche in un’altra situazione difficile, perché Giorgia Carli, che interpretava la parte dell’olandesina, un po’ mi piaceva veramente. E qualche cosa mi diceva che stavo per fare una figura terribile. «Non c’è scritta, questa cosa, nonna!»
«Certo! Perché non ha il coraggio di dirglielo. È un personaggio tormentato, introverso. Ma il mestiere d’attore sta in questo: devi capire le intenzioni recondite.»
«Ma non è innamorato! Scusa, da cosa si capisce?»
E a questo punto nonna Teresa sbuffava, mi umiliava. Rideva e poi alzava gli occhi al cielo. «Oh, santa pace! Ma ti vuoi fidare di me? Ho fatto l’attrice, ci capirò pure qualcosa! Prima di tutto questo è un musical, e in un musical c’è sempre, sempre l’amore. E poi i tulipani…»
«Che c’è?»
«Sono un simbolo. Parlano d’amore i tuli, tuli, tulipan…» Canticchiava, però io mica la capivo. «Leggi il testo! Leggi il testo in profondità, se vuoi fare l’attore! Lui cura questi tulipani dalla mattina alla sera, va bene? Eh, però rischiano di seccarsi se lei non canta! Cosa significa, secondo te, scusa?»
«…»
«È l’amore! L’amore non corrisposto per lei!» Quindi annuiva, accarezzandosi il mento. «Mh. Sai, alla fine la tua parte è un po’ breve ma è interessante. Molto sofferta, molto tragica. Niente, bisogna che ci impegniamo proprio.»
Così, i pomeriggi in cui i miei mi lasciavano con lei, ci dedicavamo puntualmente a queste prove teatrali, in cui mia nonna pretendeva di insegnarmi anche a piangere a comando, e io caricavo: «Buongiorno, sigh, sigh, Belinda!»
«Noooo! Qui devi essere sorpreso! Portati il dorso della mano alla fronte! Sgrana gli occhi! E poi, poooi, quando parli dei tulipani, frena a stento le lacrime!»
«Il forte caldo di quest’anno… sigh, sigh!»
«CA-PO-LA-VO-RO! Ah, che nipote, che nipote!»
Che poi, in fondo, tanto per cambiare, queste esperienze cinematografiche di mia nonna non è che mi fossero chiarissime. Però, a differenza di altre storie e altri aneddoti, a volte qui c’erano delle prove filmate. Per esempio, una volta che passavano un vecchio film americano in TV, mi costrinse a guardarlo per assistere all’attimo in cui compariva anche lei. Era un film con Greta Garbo. Si intitolava Grand Hotel.
«Guarda, guarda, eh.»
«…»
«Adesso arrivo. Un momento.»
E io guardavo. Guardavo e guardavo Greta Garbo che faceva la languida, Greta Garbo che voleva suicidarsi, Greta Garbo che baciava un signore. E poi: «ECCO!»
«Che c’è?»
Greta Garbo che leggeva una lettera.
«Hai visto?! Sì, hai visto?! Ah, che ricordi!»
«Nonna, ma… non ho visto niente.»
«Le mani! Le mani di Greta Garbo quando stringeva la lettera! Ero io!»
Nonna Teresa sosteneva di avere fatto la manista. Ovvero di avere interpretato la parte delle mani di molte stelle del cinema tra gli anni ’30 e i ’40: la Garbo, la Bergman. Anche la Hayworth, una volta. «Nell’edizione italiana, ovviamente.» Roba del cinema di un tempo, altroché. Se c’era una lettera in inglese che era inquadrata in primo piano, si riscriveva tutta la lettera in italiano e si filmava da zero con un manista che stringeva il foglio e interpretava le mani del divo di turno. «Per niente facile, sai. Bisognava avere delle mani bellissime. E poi ovviamente entrare nel personaggio. Perché c’è la mano tremante, la mano nervosa un po’ contratta… Eh, sai, è il metodo.»
Fu questo il suo primo impegno vero nel cinema, diceva. Ma aveva iniziato da comparsa.
Ad ogni modo, le prove per la mia recita di fine anno mica andavano tanto bene. In un doposcuola, avevo fatto questo giardiniere stracarico, da attore del muto, e quando alla fine ero scoppiato anche a piangere Giorgia Carli e la maestra, beh, non mi avevano per niente applaudito. Tornai a casa frustrato e nonna restò un po’ sconcertata. «Ma sono scemi veramente. Cioè, non capiscono un ciufolo di recitazione, davvero.» Stavolta mi chiese di leggere il copione per intero e, in capo a un’ora, mi disse di avere colto il punto.
«E per forza! E se non leggo le altre parti! Il filone amoroso già c’era: l’olandesina si sposa con questo qui, lo Sparviero. Tu hai un altro ruolo.»
«Il giardiniere.»
«No, dico: all’interno della struttura narrativa. Sei il filone comico.»
«…»
«Uè, mica è brutto, sai? È importantissimo, il filone comico!»
Rilessi di nuovo le battute che mi toccavano in sorte. Ragionai. «Nonna… per me, mica fa ridere.»
E qui lei mi fece una faccetta saputa. «Eeeeh, perché sono delle cose da grandi. E beh, in effetti devo dire che questa è una scelta un po’ azzardata, per dei bambini delle elementari, ma boh.» Si sedette. «Vedi, se tu avessi visto il cabaret, la rivista, certi teatrini di quando ero giovane io, queste faccende ti balzerebbero all’occhio. Fa ridere, tanto. Perché sono tutti… doppi sensi.»
Io, per adesso sbattevo solo le palpebre. Lei, inaspettatamente, incominciò a cantare.
«T’a vuo’ fa’ fa’ ‘na foto? T’a vuo’ fa’ fa’ ‘na foto?»
«Eh?»
«Io metto a fuoco e tac, tu sei venuta già. Fatte fo-fot…, fatte fo-fot…, fatte fotografa’! AHAHAHAH! Che maiali straordinari!»
«Non capisco.»
«Vabbe’, senti, non importa. Qua l’importante è l’allusione. Per essere un buon attore comico, devi alludere. Cioè, quando dici qualche cosa, fai una pausa, guardi il pubblico come se tra voi vi capiste, e poi dici la cosa alzando la voce. Capito, no? Come se quella cosa significasse… un’altra cosa. Proviamo. Io faccio l’olandesina.»
Incominciai: «Buongiorno, Belinda.»
«Eh, no. Così bruci la battuta!»
«Ma quale battuta?»
«E dai, su, forza: questa si chiama Belinda. Giochiamoci! Di’ così: “Buongiorno…” Guardi il pubblico. “BELINDA”. Come a dire: “Che pezzo di figliola”. Capito?»
«Buongiorno… BELINDA!»
«Bravissimo. Poi io dico: “Quanti bei tulipani!” E qua fa ridere.»
«Sì, io li curo dalla mattina alla sera…»
«Fai un gesto così.»
«Che significa?»
«Fai un gesto così, fidati: fa morire dal ridere.»
«Ok… Ma il forte caldo di quest’anno rischia di farli seccare tutti!»
«Questa non va. Appropriati della battuta, falla tua. Cambiala.»
«Nonna, ma mica si può!»
«Certo che si può! I veri attori si appropriano sempre del testo! Prova così: “Però il caldo li smoscia”.»
«Nonna, ma…»
«Fidati!»
Ne uscì una cosa volgarissima per la quale mia mamma venne convocata a scuola. Nonna Teresa era davvero furibonda. Perché in fondo il cinema lo conosceva, lei, eccome! Diceva di aver lavorato in almeno venti film. E continuava a mostrarmeli, ogni tanto; soprattutto d’estate, quando mandavano le cose vecchie in TV.
«Vedi? Vedi?»
Il grande colossal fascista Scipione l’Africano di Carmine Gallone era passato alla Storia per l’utilizzo di diecimila comparse, eppure mia nonna si piazzava lì accanto alla televisione e indicava dei punti sullo schermo nelle scene di massa.
«Eccomi! Hai visto? Come no?! Quella coi capelli neri!»
In Luciano Serra pilota, nella scena in cui Amedeo Nazzari atterrava in Sud America trasportando un leone, la si vedeva di spalle per circa un secondo e trenta decimi. «Quella vestita di bianco.» Eppure la sua interpretazione era stata così convincente da spingere lo stesso Nazzari a dirle: «Signorina…»
«Sì, lo so.»
«Eh, te ci scherzi. Ma tu lo sai quanto talento ci vuole per interpretare una sudamericana di spalle?»
«Perché?»
«Come perché?!» Era serissima. Stringeva gli occhi. «Ragazzino. Ce l’hai presente, tu, il culo delle sudamericane?»
«MA NONNA!»
I suoi ruoli di comparsa li aveva presi sempre molto responsabilmente. Perché, raccontava, lei aveva un sogno: lo schermo argentato del cinematografo, il successo. Così s’impegnava a dimostrare il suo talento addirittura nei ruoli più minimi. Se le dicevano di fare l’avventrice di un bar, lei a questo punto si domandava chi fosse questa avventrice, e quale storia avesse dietro, e cosa facesse di preciso in quel bar. Poi, alle spalle del divo, interpretava una scena che inventava lei, ma che sperava seriamente fosse notata dal regista. Molte commedie e molti drammi del ventennio portavano così, al loro interno, commedie e drammi segreti interpretati da mia nonna. Dietro Gino Cervi, in Ettore Fieramosca, sfocatissima, si vedeva una serva che portava del vino. Nonna diceva che era lei, e che nella sua mente quella serva era innamorata di Ettore Fieramosca e, se soltanto l’avessero inquadrata meglio, si sarebbe visto benissimo che piangeva. In Vecchia Guardia di Blasetti nonna faceva la poetessa. Cioè, a dire il vero, faceva una tizia che stava ferma in un angolo (ammesso che quella macchia indistinta fosse lei), ma nella sua testa aveva deciso che quella era una poetessa che stava pensando di scrivere un’ode sulla Marcia su Roma. Le avessero fatto un primo piano, si sarebbero accorti di quello sguardo ispirato. Peccato. Però la vita è un po’ così: c’è chi sta davanti alla macchina da presa, e nessuno mai pensa a quante storie bellissime possono stare sullo sfondo.
Ma non importa. Teresa la gloria l’aveva avuta comunque. Come dimostrava la parte da protagonista ottenuta ne Gli uomini, che mascalzoni…, al fianco di Vittorio De Sica. Era il suo trionfo, il suo motivo di vanto, la fonte di aneddoti infiniti. «De Sica! Non sapete che signorilità, che eleganza!» Era per lei, sul grande schermo, che aveva cantato Parlami d’amore, Mariù. Ed era stato per quel film che le avevano chiesto per la prima volta gli autografi per strada. «Dio, che tempi!» Peccato soltanto che quel film in televisione non lo passassero mai. E peccato davvero per l’imperdonabile errore sull’Enciclopedia Treccani che avevamo in casa, che segnalava nella parte di Mariuccia tale Lya Franca al posto di Teresa Piserchia. «E questa sarebbe un’enciclopedia seria? Che roba!»
Comunque, mia nonna si dannava. «Io questo maledetto giardiniere non lo capisco. Cosa c’è dietro? Quale intenzione lo guida?»
«Secondo me è solo un giardiniere.»
«Sei ignorante! Ignorante di spettacolo, intendo! Lo sai che diceva Tolstoj? O era Lenin? “Se sulla scena appare un fucile, prima o poi sparerà”.»
«Ok.»
«“E se poi incontra una pistola, è un uomo morto”.»
«In che senso?»
«Nel senso che in scena non ci deve essere niente di inutile! Sennò muori! Tutto ha un perché! Quindi questo giardiniere… Perché l’hanno messo proprio qui? Qual è il senso? Le sue intenzioni recondite…»
Il giorno dopo lo capì.
«Lui è un cattivo.»
«Ma chi?»
«E chi? Mio nonno? Il giardiniere! Ma aspetta: un cattivo gagliardo. Tipo Clark Gable in Via col vento. “Francamente, me ne infischio”, capito? È sprezzante.»
«Ma a me sembra gentile!»
«Scusa, vuoi leggere in profondità oppure no? È dopo l’incontro con il giardiniere che l’olandesina si innamora dello Sparviero. Per reazione! Cioè, lei prima ama il giardiniere, però lui la rifiuta. Allora lei…»
«Dov’è scritto che la rifiuta?»
Scuoteva la testa. «Oh, ma a te pare normale che uno le dica di cantare per ravvivare i fiori?»
«…»
«LA STA SFOTTENDO! Perché lei è una cretina, e allora lui la prende in giro. Cazzarola, proprio Rhett e Rossella O’Hara! Ma sai che hai una parte fascinosissima?»
Il giorno della recita arrivò. Ricordo ancora l’emozione del teatrino stracolmo di genitori e la scomodità degli zoccoli di legno modello femminista che mia nonna mi aveva comprato per sembrare un vero olandese. Spiavo la platea scostando il sipario: c’erano i miei genitori sorridenti spalla a spalla coi genitori degli altri. E c’era mia nonna che si accorse di me, e alzò il pollice come per dire: «Tutto bene.» Fortuna che aveva recitato al fianco di Vittorio De Sica, ché avevo l’arte della recitazione nel sangue.
Poi, in uno scroscio di applausi, il sipario si aprì e dieci bambini attaccarono col coro: «Pale dei mulini a vento, lì sotto il raggio della luna d’argento…» E arrivai io. E arrivò Giorgia Carli, bellissima, con la cuffietta da olandese. La mia Rossella O’Hara.
Feci una pausa a effetto. Io lo sapevo che lei aspettava la battuta, ma sapevo anche che più io avessi atteso, più le avessi rivolto le spalle curando i tulipani dipinti sullo sfondo, più le sarei sembrato Clark Gable. Teresa, d’altronde, mi aveva detto così. E quindi, alla fine, mi voltai, quel tanto da leggerle un’espressione perplessa sul muso. E dissi sprezzante: «Buongiorno… Belinda.»
«Oh, buongiorno, giardiniere! Quanti bei tulipani!»
«E grazie al cavolo», dissi, “facendo mia la battuta”. In platea scoppiò un boato di risate. «Li curo dalla mattina alla sera. Ma il forte caldo di quest’anno rischia di farli secchi tutti!»
«Poveri tulipani! Che possiamo fare?»
«Eh, canta una canzone, dai.» Lo dissi proprio sbuffando, alzando le spalle, Clark Gable. Ma siccome non c’erano reazioni, volli strafare e buttai lì: «Cretina.»
Giorgia Carli, però, non cantò una canzone. Non attaccò con Pan-pan-tulipàn. Non rise e non mi dichiarò folle amore. Anzi, fece una cosa stranissima. Prima restò con la bocca aperta. Quindi iniziò a far tremare le labbra. E infine proruppe in un pianto disperato. «Hai rovinato tutto!», urlò, scappando dietro le quinte inseguita dalle maestre. Fu allora, precisamente, che lo udii: un bell’applauso. Uno solo. C’era mia nonna che batteva le mani, nel gelo.
«Colpa sua», disse a casa. «Non ha saputo improvvisare. Hai cambiato due frasi ed è andata in pappa. E vabbè, mica tutti possono avere il talento da attore.»
«Non mi vorrà più parlare!»
«E tu… francamente, te ne infischi, Clark Gable!»
Mio padre era torvo, dietro i baffi. Mia madre sfogliava “TV Sorrisi e Canzoni”. «Uh, sai cosa danno in televisione, stasera? Gli uomini, che mascalzoni… Ti guardiamo?»
Ma nonna era anche una persona modesta. «Stasera no. Non sono io, la protagonista: è mio nipote. Andiamo tutti al Bersagliere a mangiare una pizza. Ché i divi vanno celebrati.»
E, da quel giorno, non l’ho ancora mai visto, Gli uomini, che mascalzoni…, e pazienza.

(Riproduzione riservata)

© Solferino

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Teresa sulla luna. Vita, musica e peccati di mia nonna millantatrice - Errico Buonanno - copertinaLa scheda del libro: “Teresa sulla luna. Vita, musica e peccati di mia nonna millantatrice” di Errico Buonanno (Solferino)

Inopportuni, eccessivi, spocchiosi e pretestuosamente albanesi: questi sono i Piserchia, l’ingombrante famiglia materna toccata in sorte al protagonista. E, in mezzo a tutti, spicca lei: Teresa, la nonna che nessuno vorrebbe avere. Teresa che da giovane era bella, bellissima. Teresa che aveva talento e «suonava», incantando salotti e gerarchi. Teresa che ha conosciuto e fatto innamorare gli uomini più celebri del Novecento (ma sarà autentico quell’autografo di Cole Porter?). Studiata da Freud e da Fermi, amata da Moravia e da Amedeo Nazzari, musa delle arti a Parigi e del jazz a New York (ma forse era viceversa?). Per forza ha cresciuto il nipote tra idee irrealizzabili di grandezza e di fama, preparandolo a una vita di frustrazioni. Per forza lui, crescendo, l’ha odiata e ha reciso ogni legame, o almeno così credeva. Perché anche oggi, nel giorno del suo funerale, Teresa Piserchia non si lascia seppellire. Costretto a diventare il suo biografo, e a barcamenarsi tra la realtà (ma esiste?) e i mille miti di famiglia, lui dovrà prendere atto che quelle come sua nonna non muoiono: diventano aneddoti. Forse tutte le biografie sono apocrife. forse è proprio questo il segreto della vita. Grazie alle storie, fallire con grazia.

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