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L’ALBATRO di Simona Lo Iacono (recensione)

dicembre 2, 2019

L’ALBATRO di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

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Destini, Vocazioni, Affratellamenti

approfondimento critico a cura di Salvo Sequenzia

Sei anni fa usciva il saggio Scritture verticali,  presentato nel 2013 alla Galleria Roma di Ortigia e pubblicato nel 2014 sul numero 0 della rivista Pentelite, nel quale, accostandomi all’opera di alcuni  narratori legati per diverse ragioni a Siracusa, formulavo la definizione di «linea siracusana» recensendo  l’esperienza di quella generazione di scrittori  che muoveva i primi passi sulla scena letteraria nel primo decennio del nuovo millennio individuandosi in una poetica che,  prendendo le distanze dai canoni letterari allora dominanti,  si caratterizzava per la capacità di rileggere – con sguardo disincantato e senza mistificazioni – le trasformazioni della contemporaneità assumendo come prospettiva imprescindibile la singolarità di un luogo e della sua storia.
Incastonata in questa costellazione di autori brillava Simona Lo Iacono, alla cui scrittura ritorno oggi accostandomi al suo nuovo romanzo, L’albatro (Neri Pozza, 2019), con il quale  la giudice  e scrittrice siracusana consegna ai lettori una storia di fedeltà e di abbandono, di verità e di sogno, di eternità e di morte sullo sfondo di quel «sesto continente del pianeta piccolo e clandestino» che è la Sicilia dei Gattopardi, terra di miti e di contraddizioni profonde segnata da drammi sociali e da urgenze storiche, fascinata da fantasmi, nutrita di incantagioni, afferrata al collasso tra due epoche: quella che in Italia vede concludersi l’epopea risorgimentale con il compimento scempiato dell’unità nazionale e quella che in Europa vede incombere e consumarsi  le immani sciagure dei due conflitti mondiali.
È la Sicilia uscita fuori dalla penna del principe scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa a provocare e ad alimentare la «fantasticheria» cui la scrittura metamorfica di Simona Lo Iacono ha dato corpo nel suo romanzo snidando tra le pieghe de Il Gattopardo l’«intimità e la storia», impastando verità e finzione, intramando il «dritto e il rovescio» delle parole e sgrovigliando il «gliommero» dell’esistenza impenetrabile ed oscura di uno degli scrittori non soltanto più controversi e scandagliati, ma anche più refrattari e inespugnabili della letteratura europea del Novecento.
L’albatro si apre al lettore come una storia-dittico in cui la voce narrante vede e racconta con gli occhi e con la bocca dello stesso Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che “ferma” e fa affiorare dal flusso inarrestabile delle sue memorie due momenti estremi della sua esistenza che l’autrice divarica e lega nelle due parti che compongono il romanzo: Dal dritto al rovescio e Dal rovescio al dritto.
Nella prima parte è narrata la fanciullezza spensierata del «principuzzu», avida di scoperta e di conoscenza e vissuta nell’estate del 1903 tra i fasti del palazzo avito di Palermo e gli svaghi della dimora di villeggiatura di Santa Margherita Belice in compagnia del coetaneo Antonno, il suo albatro fedele e inseparabile, anima libera e inesplicabile. Fluisce lento un mondo rumoroso, colorato, smisuratamente posseduto da una insensata jouissance, avvinto nel suo miraggio di eternità eppure presago del suo imminente disfacimento. È  un mondo di teatrali furori, «abbacinato dal troppo sole della nostra isola», flagellato da siccità penitenziali e da diluvi purificatori, governato dai capricci di Venere, dea della dispersione lasciva, dell’esuberanza, del trionfo e della consunzione della carne  e dei sensi; un mondo  insidiato dagli umori di Mercurio che si coagulano, gravidi di atrabile, nelle speculazioni matematiche  del principe astronomo discendente da una schiatta di nobili santi e contemplativi, nel sapere iniziatico dei fratelli Piccolo di Calanovella, nelle apparizioni della Bellina e della Donna di fuora, negli scongiuri del fedele amministratore don Nofrio e nelle favole di Antonno, compendiandosi  in quella lontana, funesta immagine della Melencolia I incisa a bulino da Albrecht Dürer nel 1515 che, araldicamente, rappresenta il rovescio del trionfante  blasone familiare, con quel felino minaccioso e prorompente dallo scudo sannitico che la natura restituisce nelle docili fattezze di un cane sbattuto e sfiorito che prefigura il volo di rondine della pellaccia consunta del cane Bendicò nella parte conclusiva del romanzo. Parole e immagini congiurano, si intersecano e si rifrangono tra i due romanzi sino a fondersi mirabilmente in una densa, compatta sostanza narrativa che seduce il lettore trasformandolo in un ardito funambolo saltellante da un testo all’altro.
La seconda parte del romanzo accoglie l’epilogo della vita del principe, segnata dalla malattia che lo porterà a Roma nell’estate del 1957 accompagnato dalla folla dei ricordi palermitani con le lezioni di letteratura inglese e francese e le frequentazioni con il «fiutatore di verità» Francesco Orlando, dalle premure della moglie Licy e del figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi e dalla incursione di quei fantasmi che, già nel lontano 1954, affollavano la sua mente e brividavano la sua scrittura prendendo consistenza, infine, nel  progetto del romanzo. Il Gattopardo fu più volte rifiutato da editori come Einaudi e Mondadori mentre lo scrittore ancora in vita e, successivamente, fu pubblicato nel 1958 da Feltrinelli, come apprendiamo dall’Epilogo al romanzo che ha tono testamentario: Il dritto del rovescio.  Sono gli anni in cui lo scrittore precipita nel pozzo senza fondo della meditazione. Un crescente cupio dissolvi scandisce la visione interiore del Principe, il quale si rivede nei fantasmi cui ha dato vita con le sue parole: in don Fabrizio, innanzitutto, ma anche in Rosario La Ciura, nel giovane Corbera, personaggi innamoratissimi e trascinati verso l’abisso dell’inconsistenza dal richiamo della Sirena, la cui voce lo aveva salvato dalla morte negli anni della guerra e di prigionia in Ungheria. Ora, chiuso nella camera ovattata di una clinica romana, avvolto nella vestaglia rossa regalata da Licy, lontano dalla Sicilia, quel richiamo diviene un mortorio, un presagio definitivo. E, ancora una volta, il fedele albatro, Antonno, gli è accanto quale epifania suscitata dal ricordo e dalla melancolia.
L’albatro è una storia di un affratellamento  e di affratellamenti.
L’affratellamento è quello tra «Giuseppuzzu» e Antonno, il puer divinus che, come nel mito di Ermes narrato nell’Inno omerico, ha ricevuto il dono dell’invenzione, dello sguardo discordante e straniato gettato sul mondo che egli percepisce al contrario come in un incantesimo. Antonno, creatura melancolica e umbratile, intaglia pezzetti di legno trasformandoli in figure di un mondo tutto suo, i suoi  «lupiceddi» che popolano quel  mondo altro,  e avverte il rovescio che si annida nella trama della realtà: quel rovescio  per cui all’orlo di ogni fine si scorge l’inizio e da cui scocca l’incanto della poesia.
Antonno è la guida che accompagna «Giuseppuzzu» durante un viaggio di conoscenza e di trasformazione sino alla soglia attraverso la quale si passa dalla eternità dell’infanzia alla consapevolezza della giovinezza, come in un ancestrale rito di agnizione. Personaggio che appare e dispare, ad Antonno Simona Lo Iacono affida il destino e l’essenza stessa del fare poesia e dello scrivere, che per la scrittrice è un destino di verità e di «resistenza» all’eterna vicenda di metamorfosi ineluttabile e al destino di inconsistenza che governa le cose: «Delle parole le dissi subito ciò che pensavo. Che servono a resistere, ancor prima che a rivelare».
Nella personale, intima assiologia della scrittrice la  verità occupa un posto di primo piano individuabile trasversalmente tanto nella produzione letteraria, dalle prime attestazioni (I semi delle fave, 2006; Tu non dici parole, 2008; La coda di pesce che inseguiva l’amore, 2010; Il Cancello, 2012) sino a quelle mature  (Effatà, 2013; Il Morso, 2017), quanto nel suo lavoro di magistrato e  nell’engagement civile e che consiste e si concretizza nell’attenzione verso gli ultimi, nel loro ascolto, nel prendersi carico del loro fardello e della loro storia come risarcimento di quella ferita che ha inferto loro l’esistenza.
Simona Lo Iacono è una scrittrice di parole e di trame. Attraverso la parola crea e definisce un mondo, soffiandogli dentro l’anima, la poesia, la vita; attraverso la trama intreccia destini, mette ordine al disordine della realtà, dà scacco al tempo ricucendo la ferita di ogni esistenza che convoca nelle stanze della sua scrittura trasmutandola in personaggio.
Il compito di uno scrittore, per Simona Lo Iacono, è quello di fare emergere il dritto della verità dal rovescio delle cose attraverso la scrittura, senza compromessi e senza banalizzazioni, affidandola alla letteratura che la manifesta al mondo nel “dritto del suo rovescio”, ovvero nel paradosso irriducibile della sua contraddizione, come atto di risarcimento e di misericordia. In tal senso, la verità diviene all’interno dell’universo narrativo di Simona Lo Iacono non soltanto una pratica gnoseologica, ma anche, ed essenzialmente, un atteggiamento morale, una condizione. È l’avvertimento di questa condizione comune ad affratellare la scrittrice a un altro illustre conterraneo, Leonardo Sciascia, il cui romanzo A ciascuno il suo, pubblicato nel 1966, suggerisce la frase che compare nell’esergo del romanzo: «L’indizio della verità è sempre nel rovescio di ogni parola». Frase che assume, più che una mera funzione epitestuale, un valore di testimonianza e, oserei dire, una dichiarazione di metodo. A ciascuno il suo è un romanzo in cui l’ingenuo e sciagurato protagonista, il professore Laurana, scoprirà la verità a costo della vita “rileggendo” il rovescio delle parole, dei fatti e degli avvenimenti legati a un delitto di mafia.
Il “rileggere” del professore Laurana, in tal senso, come spiega lucidamente Sciascia in Cruciverba, è un nuovo leggere, perché getta nuova luce sulla realtà e sul mondo assumendo così il valore di atto gnoseologico di altissimo valore ermeneutico. È lo stesso valore che Simona Lo Iacono ha assunto nel suo romanzo “rileggendo” la vita del Principe contemplativo attraverso la rilettura della sua scrittura, in un gioco di riflessi dal sapore borgesiano attraverso il quale giunge a noi lettori, viva e cocente, la storia di un destino e di una vocazione.
Gli affratellamenti si danno, dunque, nel farsi carico di una condizione che accomuna.
La giovane scrittrice si riconosce in Tomasi di Lampedusa e in Sciascia, nel loro destino di resistenza e di ricerca della verità attraverso la letteratura, a qualsiasi costo.  Il Gattopardo e A ciascuno il suo sono, così, inevitabilmente implicati all’Albatro nel dritto e nel rovescio delle loro trame e in quelle di altri libri e di altri romanzi che soggiacciono alle rispettive istanze narrative. Sicché,  lontani, serpentini e  in agguato nel sottobosco della narrazione, si annidano storie e personaggi di altri libri che affiorano e si danno convito tra le pagine dell’Albatro, convocati in udienza dalla scrittrice, richiamandosi, intrecciandosi e risuonando nella cassa armonica di una scrittura tersa, vibrante, felice, fluviale, curatissima e nutrita da quelle risonanze nascoste che, come soleva dire Stendhal a proposito della Chartreuse, deliziano i pochi esperti e seducono i molti inesperti e audaci (lettori).
L’Albatro è, così, anche una storia di libri salvati dall’ignominia della bêtise umana e dall’oblio del tempo.
Giuseppe e la moglie Licy salvano i libri scampati alla distruzione dei bombardamenti nel palazzo avito di Palermo, mettendoli al riparo in un atto di misericordia e di amore che richiama alla memoria la vicenda di altre biblioteche smembrate, disperse, naufragate e salvate nel cui destino si compie il sortilegio dell’incontro tra parola e mondo.
È nella biblioteca arsa dal rogo degli inquisitori che, nel Don Chisciotte, il cavaliere dalla triste figura concepisce il suo progetto di riconciliazione tra l’immaginazione e l’esistenza.  È nei «muriccioli» dei Navigli che si disperde la biblioteca appestata di Don Ferrante ne I promessi sposi ed è nel mare che naufraga dentro un galeone la biblioteca del gesuita Caspar ne L’isola del giorno prima di Umberto Eco.
Nella biblioteca del Gattopardo per Simona Lo Iacono convergono salvandosi tutte le biblioteche che galleggiano nel continente inquieto e ammaliante della letteratura; biblioteche che non sono mai di ieri, ma che sono sempre di oggi. Essa rappresenta uno sguardo che muove dall’opera verso il mondo, ma, anche, uno sguardo che dall’esterno converge sull’opera, deformandola attraverso il confronto con ciò che la precede e la affianca.
Soltanto la parola sopravvive alle beffarde sortite del tempo, in un mondo, quello dei Gattopardi, ultimo dei casati principeschi di Sicilia, che si muove come una «scorrente parete dipinta», come un «mobile universo di folate», che Simona Lo Iacono è riuscita a destare nel suo romanzo, nutrito di storia e di memoria, popolato da personaggi disincarnati custodi di segreti e di ombre, cifra intensa di un accordo a un respiro poetico governato dal senso della labilità dell’esistere, dal fuggire da ogni condizione della storia verso l’inconsistenza, mentre in un sospeso stato di attonita attesa e di meravigliosa scoperta si levano i miti eterni dell’infanzia del mondo che rivivono in Antonno, creatura labile eppure eterna, scolpita per sempre come i suoi «lupiceddi» nell’eternità degli spazi bianchi della letteratura, luogo di destino e di scelta nel succedersi irriguardoso e sfrontato delle stagioni della vita e del mondo.
Quale creatura incendiata e trasfigurata dal fuoco dell’innocenza e della purezza, Antonno rappresenta l’«infanzia del mondo» e dei popoli ignara dei mali, fantastica, di cui parla Giambattista Vico ne La scienza nuova, appartenente a un mundus imaginalis primevo, prossima alla divinità, portatrice di messaggio salvifico di redenzione e di grazia, evocata anche da Leopardi nella canzone Alla primavera o delle favole antiche e da Pascoli nella sua teoria del Fanciullino.
Antonno è l’altro figlio, colui che si è imbibito dell’acqua del fiume Lete, poiché pertiene alla dimensione dell’infanzia quella di essere inconsapevole e obliata. Antonno è il figlio diverso, rubato,  affatato, mutato dalla sorte della Favola del figlio cambiato di Pirandello; il figlio e il «giovinetto» per il quale piange e si consuma la Contessa Ilse Paulsen ne I giganti della montagna e si disperano di dolore e di follia la Madre e la Figliastra ne I sei personaggi in cerca d’autore.
Antonno è, infine, Lighea, la Sirena. Quella sirena che il professore Rosario La Ciura amò nella sua giovinezza perduta siracusana «in quel golfettino interno, più in su di punta Izzo» e a cui tornò nel momento estremo della vita cedendo al suo richiamo tra i flutti del mare napoletano: “Torna!”. Antonno-Lighea, l’albatro-sirena, appare l’ultima volta al Principe nel suo domestico Ade romano prima di esalare l’ultimo respiro. Il suo “Torna!” è un richiamo d’amore, un invito a perdersi negli abissi della letteratura per tornare a rinascere nel suo «sonno di sogno» dove la vita trova il suo riscatto e dove perenne «sale la delizia del sangue dà fili/di porpora a le foglie, batte/nei petali e la corolla/s’apre al verace respiro;/ma si ferisce la mano/che la coglie e gioia e dolore/chiude l’istesso cerchio» (Lucio Piccolo, Terza Esperide).

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La scheda del libro: “L’albatro” di Simona Lo Iacono (Neri Pozza)

L' albatro - Simona Lo Iacono - copertinaFacendo propria l’idea che il destino di ogni adulto vada cercato nei suoi sogni di bambino, Simona Lo Iacono tratteggia, con sontuosa eleganza, il ritratto di una delle più importanti figure della letteratura italiana, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, scrittore dalla complessa personalità e autore del celeberrimo «Il Gattopardo».

Palermo, 1903. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un bambino solitario e contemplativo, uno di quelli che preferiscono «la stranezza delle cose alle persone», avendo «per compagnia solo il silenzio». Figlio unico di una nobile famiglia siciliana, vive nello sfarzoso palazzo di via Lampedusa, circondato unicamente da adulti, dei cui discorsi, tuttavia, capisce ben poco. Un giorno, nella sua vita, arriva Antonno: nessuno si prende la briga di presentarli e i due bambini si ritrovano all’improvviso l’uno dinnanzi all’altro, Giuseppe con il completo all’inglese in gabardine blu, i pantaloni sotto il ginocchio e il gilet bordato di seta. Antonno con la camicia arrotolata, di due misure più grande, le scarpe estive, i calzettoni invernali e in testa una paglietta bucata sulla punta. È un misto di stagioni e taglie sbagliate, Antonno, un bambino «tutto al contrario»: se sfoglia un libro comincia dall’ultima pagina, se vuole andare avanti cammina all’indietro e non c’è verso di fargli iniziare la settimana di lunedì o di togliergli dalla testa che si nasce morendo. Giuseppe non sa nulla del passato di Antonno, né tantomeno i motivi per i quali gli sia stato messo accanto. Sa però che Antonno non è come gli altri bambini e che la fedeltà che dimostra nei suoi confronti è pari solo a quella dell’albatro: tenacissimo, l’albatro non abbandona il capitano nemmeno nella disgrazia, seguendolo nella buona e nella cattiva sorte. Da quel momento, non c’è avventura, per quanto discutibile, in cui Antonno non lo affianchi. E non c’è notte in cui non vegli su di lui, come un fedele custode. Fino al giorno in cui, all’improvviso, così come è arrivato, Antonno svanisce. Divenuto adulto, Giuseppe partecipa ai due conflitti mondiali; dopodiché si ritira a vita privata, viaggiando e dimorando per lunghi periodi all’estero, dove conosce Alexandra Wolff, detta Licy, che diverrà sua moglie, e dove inizia a confrontarsi con i grandi della letteratura europea. Saranno questi viaggi a portarlo a cimentarsi, quasi alla fine della sua vita, nella stesura di un romanzo ispirato alla figura del bisnonno paterno Giulio Fabrizio, l’astronomo, il sognatore. Un romanzo che avrà per protagonista un personaggio fugace, un nobiluomo colto e malinconico che perde il suo sguardo nel cielo per fuggire la terra: si intitolerà Il Gattopardo e, dopo lunghi anni, ricondurrà da lui Antonno e la sua visione rovesciata del mondo.

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Simona Lo Iacono, scritrice e magistrato, presta servizio presso il Tribunale di Catania.
Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo scritto a quattro mani con Massimo Maugeri La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi, 2010 – Premio Più a Sud di Tunisi). Nel 2011 ha pubblicato il romanzo intitolato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande).
Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà (con cui ha vinto il Premio Martoglio). Nel 2016 Le streghe di Lenzavacche (E/O) viene presentato al Premio Strega 2016 da Paolo Di Stefano e Romana Petri.
Collabora come volontaria con diversi istituti carcerari dove tiene corsi di letteratura e teatro per i detenuti, onde dare attuazione all’art. 27 della Costituzione che prevede il principio rieducativo della pena. Nel 2019 esce per Neri Pozza il nuovo romanzo L’albatro.

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