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DONNE DI ALTRE DIMENSIONI di Radu Sergiu Ruba (recensione)

dicembre 5, 2019

DONNE DI ALTRE DIMENSIONI di Radu Sergiu Ruba (Marietti)

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di Eva Luna Mascolino

È vero che i grandi gruppi editoriali hanno più possibilità di investire in nuovi talenti o in voci straniere ancora poco note in Italia, ma è altrettanto vero che a volte l’attenzione scrupolosa di una casa editrice indipendente è in grado di trovare un capolavoro non ancora scoperto tra i meandri della letteratura contemporanea e restituirlo in una traduzione a dir poco acrobatica al proprio pubblico. Esempio paradigmatico di questo secondo caso è stato costituito di recente dalla prima edizione italiana di Donne di altre dimensioni dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba, pubblicato nell’ottobre 2019 da Marietti nella collana Le Lampare e a cura di Giuseppe Munarini.
Si tratta di un’opera letteralmente sconosciuta fino a oggi, composta da un intellettuale altrettanto poco noto nel Belpaese, e che tuttavia è famoso in patria, in Europa e oltreoceano per i suoi studi filologici, la sua docenza di letteratura rumena e francese, e la sua collaborazione con diverse riviste e redazioni radiofoniche in tutto il mondo. La sua attività sociale e intellettuale si è svolta al buio dal 1965, anno in cui ha perso la vista senza per questo rinunciare alle sue molteplici vocazioni – anzi, a esse ha aggiunto l’attività di ispettore specializzato presso il Ministero dell’istruzione e delle scienze, all’interno del sottosistema di educazione speciale per i non vedenti, e nel 2006 è stato eletto presidente dell’Associazione rumena dei non vedenti.
Una tale premessa risulta fondamentale di fronte a un romanzo come Donne di altre dimensioni, in cui la dimensione autobiografica e la narrazione in prima persona trasportano chi legge nella Romania degli anni Cinquanta fin dalle prime pagine, con un tono pregnante e delicato che non può non conquistare a prima vista. E proprio la vista, almeno nel primissimo capitolo, diventa il senso discriminante per il protagonista, destinato a farsi via via più debole e a lasciare il posto a un mondo fatto di suoni, odori, contatto fisico e solo parzialmente di una nebulosa percezione di forme e colori.
Attraverso una simile condizione, però, sempre più tangibile appare nel dipanarsi della sua vicenda personali la storia di uno Stato animato dagli ideali comunisti e popolato da una rete di religioni, credenze, lingue, abitudini e speranze mal riposte. È così che prende vita un’opera collettiva, specchio del secondo Novecento e di una famiglia specifica, della quale lo scrittore è un testimone d’eccezione. La sua condizione lo porta, infatti, a osservare con spirito critico le dinamiche in cui sono coinvolti i suoi cari, a cercare qualità e bassezze della natura umana al di là dell’apparenza, e a descrivere situazioni di progresso tecnico e sociale più o meno veritiero da una prospettiva collocata sempre fuori dall’ordinario.
Se, da un lato, ciò si deve alla maniera insolita in cui sa relazionarsi con chi lo circonda, dapprima in un villaggio della Transilvania e poi in diversi luoghi della Romania, dall’altro lato il suo resoconto evocativo è anche frutto di una formazione umanistica di altissimo livello, grazie alla quale i riferimenti a poeti greci o a romanzieri francesi sono spontanei e quasi necessari, nelle riflessioni transgenerazionali e transnazionali che annota con meticolosità. A prendere forma, di conseguenza, è un ritratto sempre più acuto e affascinante di un popolo intero e di un suo erudito in carne e ossa, di un destino comune legato a fabbriche e a membri del Partito unico, e delle leggende tramandate oralmente da mamma Floare su esseri demoniaci e lupi mannari.
Via via che il protagonista si avvicina all’età adulta, il candore del suo registro si evolve in un’espressività sapiente e originale, mediante cui il lettore conosce sempre più da vicino le brutture e le ingenuità di un Paese vicino al nostro, eppure lontanissimo per immaginario collettivo, trascorsi recenti e cicatrici storiche. Merito del traduttore è stato senza dubbio quello di mantenere le peculiarità linguistiche del testo di partenza, con le sue incursioni di ungherese e i suoi realia locali, guidando allo stesso tempo tra i meandri culturali e sacri sottesi all’opera di Radu Sergiu Ruba con un equilibrio magistrale. Il risultato è un’edizione curata nei minimi dettagli, interessante nel tono e sorprendente nei contenuti, che ha molto da raccontare a chiunque sia curioso di conoscere meglio, grazie alla penna di uno scrittore raffinatissimo, una Romania animata e straziata insieme dalle storie e dalla Storia del secolo scorso.

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Donne di altre dimensioni - Radu Sergiu Ruba - copertinaLa scheda del libro: “Donne di altre dimensioni” di Radu Sergiu Ruba (Marietti)

Marietti 1820 propone la prima traduzione italiana del romanzo autobiografico dello scrittore rumeno Radu Sergiu Ruba. Dalle pagine emerge un Novecento inedito, osservato e narrato da un villaggio della Transilvania, pacifico e cosmopolita, in cui si parla rumeno, ungherese e tedesco. Le vicende familiari sono animate da personaggi di grande espressività e si intrecciano con la grande storia, nella memoria di Auschwitz e della fine di Ceauşescu.

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Radu Sergiu Ruba (Ardud, 1954), rumeno, cieco dall’età di undici anni, è giornalista e scrittore. Collabora con quotidiani, riviste ed emittenti radiofoniche e ha tradotto in rumeno Michel Tournier, Gilles Lipovetsky, Olivier Rolin, Nicolas Ancion e Corinne Desarzens. I suoi libri sono tradotti in francese, inglese, bulgaro, tedesco, ungherese, spagnolo e arabo. Nel 1993 è stato premiato per la sua attività di scrittore dal Ministero degli Affari Esteri francese.

 

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