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LA VESTAGLIA DEL PADRE di Alessandro Moscè (recensione)

dicembre 9, 2019

imageLA VESTAGLIA DEL PADRE di Alessandro Moscè (Aragno)

di Gianni Bonina

Alessandro Moscè è un poeta antinovecentista, della linea di Saba e Penna, passando per Montale e Pasolini. La sua è una poesia realista sorretta da uno sguardo topografico di cui dà prova anche la sua ultima silloge, La vestaglia del padre (Aragno, 12 euro). Sono i luoghi marchigiani e umbri ad alimentarla entro una cosmologia che comprende con i tópoi anche i lógoi, gli episodi della vita, i ricordi, quel mito dell’infanzia e dell’adolescenza che ha scaldato la letteratura del secondo Novecento e che Moscè fa proprio come un credo laico. Sennonché, tra drómenon e legómenon, il fatto e la sua rappresentazione, Moscè si muove anche nel campo che realista non è, dove la memoria agisce come strumento del cuore per fare della ragione un’elegia dei sentimenti.
In questo continuo scambio di forze, reale e mentale, tra vista e visione, l’autore anconetano ritrova il modo per orchestrare un gioco di rimandi che porta non solo il passato a confrontarsi con il futuro, ma altri poli a trasmettersi echi: Roma e Ancona per esempio, sé stesso e il padre, i treni come elemento in movimento e sembiante della vita contrapposti agli ospedali, simulacro di fissità e ambulacro della morte. Moscè guarda e coglie la sua circostanza – anche dal finestrino di un treno: un bidone ricolmo di spazzatura alla stazione, un maghrebino compagno di viaggio con il volto sfregiato, un capostazione con le maniche della giacca a tubo – reinterpretandola nella chiave di un’educazione sentimentale alla vita che assume il senso di un’accettazione di essa e delle sue imposture se non di una rassegnazione al suo imperio volto all’affermazione del suo ineluttabile annichilimento.
Per questo non c’è colpa nel confronto personale con la vita, ma nemmeno c’è luce. Nessun rimorso, ma molto rimpianto traluce nella nostalgia degli anni Settanta, dei giorni felici tra le bandiere della Lazio che garrivano allo stadio, dei nonni in piena vitalità, del padre solare e vivissimo in una Roma d’antan e catafratta. Conosciamo questo modello di espressione poetica, comune a chiunque oltre la linea d’ombra scopre che la via del ritorno è preclusa. Meno nota è l’inclinazione del poeta a rivolgersi al passato, che pure rimpiange, non per riviverlo ma per rivederlo: e rivederlo nei più minuscoli dettagli, con sguardo acribitico e puntato su un bottone della giacca, sulla coincidenza dei treni locali, su una coperta a scacchi e su altri mille particolari chiamati a ricostruire un mondo intimo e privato che non c’è più.
imageEd è proprio il “non più” il segnatempo della poetica di Moscè, montaliano nella negazione di un possibile riflusso del passato nel presente e dunque più contemplativo che evocativo. Non più torneranno i nonni in vita, non più il padre guiderà una Fiat 850 rossa. Ma restano nel presente i loro oggetti, le cose inanimate come simulacro della vita, sicché il poeta può intonare in un rito propiziatorio: “La giacca a quadretti mi sembra indifesa / e la prendo in mano con uno slancio imperioso, / la indosso per assomigliarti / nel cammino da vivo aprendo porte su porte / da una stanza al garage, alla cantina, / stringendo il tempo smisurato / dei polsi e delle tasche”. C’è tutto Moscè in questi versi liberi che frammezzano irrealtà e contingenza, il tempo impalpabile e una tasca, il cammino da vivo in giro per casa e una vestaglia indifesa.
L’occasione per tornare alla poesia è offerta a Moscé (dopo il bel romanzo, anch’esso di stretto registro realistico, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg) dalla scomparsa del padre, sofferta in un macerante processo di preparazione alla morte per lunga malattia che, se nel genitore spegne via via la vita, nell’autore mina la fede in essa. Perso il padre, quel che Moscè sente di fare è di testimoniare il proprio dolore, nel tentativo di lenirlo elaborandolo in un canto lirico che è un epicedio, accorato, struggente, lamentoso e tutto pervaso com’è da un sentimento della perdita che come accompagna i giorni successivi alla morte, fino a che il figlio non indossa la vestaglia del padre per rianimarlo in sé stesso, così scandisce quelli della memoria e del suo recupero attraverso i momenti che hanno felicitato la vita e il rapporto padre-figlio.
Una morte che si consumi lentamente dà motivo a chi assiste ad essa di ripeterla in sé. E questa esperienza Moscè mostra di vivere affrontando l’agonia del padre, come fosse essa stessa una malattia di cui è stato colpito, sovrapponendo alla sua figura emaciata quella che la sua memoria infantile e giovanile gli restituisce, così curandosi e nello stesso tempo ammalandosi di ricordi come Bufalino. Un poeta ha dunque più mezzi per superare un lutto stretto? E la poesia può essere un elleboro? Può darsi, se si vuole renderlo pubblico e condividerlo. Moscè l’ha fatto, non solo documentando la propria condizione di orfano, ma anche dimostrando il teorema di Ovidio sull’utilità futura di un attuale dolore. Una dimostrazione che si serve di apporti eterogenei, ma pur sempre ripescati dalla memoria autobiografica: la vita in un ex manicomio psichiatrico, i Natali trascorsi in casa, i giorni della degenza. Tutti momenti deliberatamente fissati nel tempo e distinti in ordine progressivo, dal primo al quarto, salvo quello chiamato antifrasticamente “senza tempo” che è quello che riguarda la morte del padre. Senza tempo, come per indicare che la morte non esiste. “Sei qui e in uno splendore di anima e corpo indivisi, / libero di andare al di là delle abitudini / lambendo la terra, con un occhio al televisore spento / e un altro alla vestaglia, la più elegante, / lasciata con una macchia di sugo nel colletto”.

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LA VESTAGLIA DEL PADRELa scheda del libro: “La vestaglia del padre” di Alessandro Moscè (Aragno)

Questa raccolta poetica nasce specialmente da un fatto cruciale: la morte di un genitore e la conseguente ricaduta sull’esistenza del figlio, che rivede, come in un film muto, gli episodi salienti del padre specie durante la sua permanenza a Roma, da giovane, per motivi di lavoro. La rara intensità ed emozionalità unisce i due non solo nel legame di sangue, ma anche, soprattutto, nel ricordo e nella passione comune per la Lazio, la squadra di calcio che rappresenta una vicinanza ideale che non avrà fine, il punto d’incontro tra passato e futuro che si muove nelle maglie bianco-celesti della squadra durante le partite domenicali. E inoltre le vicissitudini e l’eco della quotidianità, il mito dell’infanzia e dell’adolescenza (altro punto forte, da sempre, della poetica di Alessandro Moscè), l’appartenenza ad un luogo identitario, l’incontro con i malati psichici di un ex manicomio.

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