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LA SUBLIME ARTE di Alexandra David-Néel (recensione)

dicembre 18, 2019

“La sublime arte” di Alexandra David-Néel (Voland, 2019 – traduzione di Guia Boni)

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di Eva Luna Mascolino

Venne scritto tra il 1901 e il 1902, quando la sua autrice aveva poco più di trent’anni, e agli editori dell’epoca non piacque al punto da renderlo famoso nel resto del mondo nel giro di pochi anni. Così, è arrivato in Italia soltanto nel 2019 grazie alla traduzione di Guia Boni per Voland, con il titolo La sublime arte (in originale Le Grand Art) e con il nome per il quale la sua creatrice è passata alla storia, ovvero Alexandra David-Néel. Lì per lì, in realtà, il manoscritto era stato proposto sotto lo pseudonimo di ispirazione vedica Mitra, che David-Néel utilizzava per scrivere articoli di stampo femminista e anarchico su diverse riviste francesi.
A distanza di oltre cento anni, fa dunque il suo ingresso nel panorama editoriale italiano restituendo un ritratto romanzato, sebbene realistico, del mondo del belcanto europeo alla fine del XIX secolo. La stessa scrittrice ed esploratrice di religione buddista, infatti, aveva studiato canto e pianoforte al Conservatorio di Bruxelles e si era esibita in patria e in Indocina negli ultimi anni del 1800, mentre intratteneva una relazione amorosa con un giovane pianista nel loro appartamento parigino. Da questa esperienza giovanile nel mondo del teatro, poi abbandonato a vantaggio dei viaggi e della ricerca, nasce per l’appunto un diario rivisitato ma in gran parte autobiografico, che lì per lì la donna non riuscì a pubblicare e al cui successo, una volta sposata con un altro uomo, rinunciò definitivamente.
È affascinante e singolare che sia stato pubblicato nel 2018 dall’editore Le Tripode e che neanche un anno dopo sia giunto nel nostro Paese riscuotendo, mutatis mutandis, la risonanza che con grande probabilità avrebbe meritato già all’epoca della sua prima stesura. Le vicende di Cécile Raynaud, non a caso, sono in grado di catturare il lettore in un vortice esistenziale e artistico pieno di colpi di scena, in cui la dimensione della lirica viene prospettata in tutti i suoi peggiori retroscena, dovuti a una maniera ipocrita e viziosa di interagire con attrici e cantanti prima, durante e dopo il culmine della loro carriera.
Così, la protagonista racconta in prima persona gli anni a partire dalla sua giovinezza, intrecciando però in più di un’occasione i piani temporali e vivendo quindi allo stesso tempo in un presente ormai sfiorito e in un passato gravido di alterne vicende, nel quale i subdoli favori di un mercante si intrecciano al primo amore per un pianista (!) da cui fu poi costretta a separarsi, e l’audizione all’Opéra della capitale francese è vissuta con una tensione pari a quella della replica di un allestimento già apprezzato dalla critica.
A rendere particolarmente gradevole la lettura è il fermo e consapevole distacco della voce narrante dagli intrighi a cui si piega la società del tempo, sebbene la sua condotta e alcune sue scelte di vita siano subordinate alle condizioni in cui versa intanto l’alta borghesia: da una simile contraddizione in termini emerge un personaggio sfaccettato e dall’acuta sensibilità, che non ha peli sulla lingua nel riportare un episodio scabroso o poco consono alla morale imperante, ma che è consapevole di esserne spesso testimone silenziosa o addirittura protagonista involontaria, con tutto il turbamento psicoemotivo che ne deriva.
I suoi toni sono ora intransigenti e ora addolciti da un ricordo piacevole, rivelando pertanto una grande ricchezza di sfumature e restituendo l’immagine di una donna sicura di sé, dalla mentalità senza dubbio progressista e combattiva, che contemporaneamente rivela comunque un’ammaliante fragilità di carattere. D’altronde, la necessità di scendere a patti con una realtà “traviata” ben più di un’opera di Verdi fa di lei un’eroina moderna di grande spessore, che non smette di stupire e di commuovere i destinatari immaginari delle sue memorie più intime, e che finanche nel secondo millennio si rivela attuale e trascinante come poche protagoniste della letteratura francese.

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La sublime arte - Alexandra David-Néel - copertinaLa scheda del libro: La sublime arte” di Alexandra David-Néel (Voland)

Rimasto inedito fino al 2018, il primo romanzo di Alexandra David-Néel, nota per le straordinarie imprese di esploratrice, è una preziosa testimonianza autobiografica della sua esperienza giovanile di cantante.

Attraverso la storia di Cécile, l’autrice – con sguardo spregiudicato e assolutamente moderno – coglie l’occasione per raccontare un’umanità torbida e viziosa, e ci consegna il ritratto di un’epoca con le sue contraddizioni e ipocrisie.
Ci sono sofferenze che trovano voce solo sulla carta, e questo lo sa bene Cécile Raynaud che, costretta da tempo in una vita che non le appartiene, inizia a scrivere un diario in cui alle memorie del suo avventuroso passato di attrice di teatro alterna disperazione e angoscia del presente, ormai lontano dalle scene. Quando la fortuna sembra girare ancora, decide di seders al tavolo da gioco e tentare il tutto per tutto, per riscattare lo spirito e vincere l’unico premio davvero importante: essere ammessi nel tempio dell’arte.

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Louise Eugenie Alexandrine David (1868-1969) nasce a Saint-Mandé, vicino Parigi. Orientalista, conferenziera e instancabile viaggiatrice, nel 1904 sposa Philippe Néel. Nel 1911 l’uscita di Buddismo del Buddha coincide con la sua partenza per l’Asia. Philippe non rivedrà la moglie che nel 1926. Lei intanto si recherà in Nepal, Cina, Corea, Giappone, fino a entrare nel 1925, prima donna europea, a Lhasa, la città proibita agli stranieri. L’impresa è riportata dalla stampa di tutto il mondo e Alexandra, una volta tornata in Europa, pubblica i suoi libri più famosi: Viaggio di una parigina a Lhasa, Il Lama dalle cinque saggezze, Mistici e maghi del Tibet, Nel paese dei briganti gentiluomini (tutti pubblicati da Voland). Morirà ultracentenaria e le sue ceneri verranno disperse nel Gange.

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