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THE IRISHMAN di Charles Brandt (un estratto)

dicembre 18, 2019

Pubblichiamo un brano del volume “The Irishman” di Charles Brandt (Fazi editore – traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini). Il libro da cui è stato tratto il film “The Irishman”.
Regia di Martin Scorsese, cast d’eccezione: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel finalmente riuniti. Sceneggiatura di Steven Zaillian (Schindler’s List, Gangs of New York).

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Non oseranno

«Chiesi al mio capo, Russell “McGee” Bufalino, di farmi telefonare a Jimmy, a casa sua sul lago. La mia era una missione di pace. Cercavo di evitare che a Jimmy capitasse quello che poi sarebbe accaduto.
Chiamai Jimmy la domenica pomeriggio del 27 luglio 1975. Mercoledì 30 luglio Jimmy sarebbe scomparso. Purtroppo era andato laggiù, “in Australia”, come si dice da noi. Il mio amico mi mancherà fino a quando non lo raggiungerò. Ero nel mio appartamento a Filadelfia e usai il telefono di casa per fare un’interurbana a Jimmy, al cottage sul lago Orion, vicino a Detroit. Se avessi saputo, quella domenica avrei usato un telefono a gettoni, non il mio privato. Non vivi quanto ho vissuto io se parli di cose importanti dal tuo telefono personale. Non sono stato fatto con un dito. Mio padre ha usato lo strumento giusto per mettere incinta mia madre.
Mentre ero in cucina, in piedi vicino al telefono a muro, prima di fare quel numero che conoscevo a memoria, pensai a come affrontare Jimmy. Gli anni di trattative sindacali mi avevano insegnato che è sempre meglio valutare bene le cose prima di aprire bocca. Quella, poi, non era certo una telefonata facile.
Da quando era uscito dal carcere per la grazia concessagli dal presidente Nixon nel 1971 e aveva cominciato a lottare per rivendicare la presidenza dei Teamsters, Jimmy era diventato una persona con cui era molto difficile parlare. È una cosa che a volte succede ai ragazzi appena usciti. Jimmy era diventato imprudente con la lingua: alla radio, sui giornali, in televisione. Tutte le volte che apriva bocca dichiarava che avrebbe denunciato il crimine organizzato e che l’avrebbe sradicato dal sindacato. Sosteneva anche che avrebbe impedito alla mafia di usufruire del fondo pensioni. Posso immaginare che a certa gente non piacesse sentire che la loro gallina dalle uova d’oro sarebbe stata eliminata se Jimmy fosse tornato al comando. Quelle spacconate erano a dir poco ipocrite da parte di Jimmy, visto che era stato proprio lui a portare la cosiddetta mafia nel sindacato e a permetterle di accedere al fondo pensioni. Jimmy mi aveva introdotto nel sindacato tramite Russell. Avevo motivi più che validi di essere preoccupato per il mio amico.
Avevo cominciato a preoccuparmi circa nove mesi prima di quella telefonata che Russell mi aveva permesso di fare. Jimmy era volato a Philly per partecipare alla Frank Sheeran Appreciation Night, la serata di festeggiamenti in mio onore organizzata al Latin Casino. Tra amici e parenti c’erano tremila persone, compresi il sindaco, il procuratore distrettuale, i ragazzi con cui avevo combattuto in guerra, il cantante Jerry Vale, le Golddigger Dancers con delle gambe che non finivano mai, e certi altri tizi che l’FBI avrebbe definito “appartenenti a Cosa Nostra”. Jimmy mi regalò un orologio d’oro tempestato di diamanti. Poi guardò gli invitati sul palco e mi disse: “Non mi ero mai reso conto di quanto fossi importante”. Non era un complimento da poco, perché Jimmy Hoffa era uno dei due uomini più in gamba che avessi mai incontrato.
Prima che fosse servita la cena a base di bistecca, mentre ci scattavano delle foto, un signor nessuno che Jimmy aveva conosciuto in carcere gli si avvicinò per chiedergli dieci testoni per iniziare un’attività commerciale. Jimmy si mise una mano in tasca e gli diede 2.500 dollari. Quello era Jimmy: un vero signore.
Naturalmente c’era anche Russell Bufalino. Era lui l’altro dei due uomini più in gamba che avessi mai incontrato. Jerry Vale cantò per lui la sua canzone preferita, Spanish Eyes. Russell era a capo della famiglia Bufalino, che controllava la Pennsylvania del Nord e vaste zone dello Stato di New York, del New Jersey e della Florida. Dato che la sua base non era all’interno di New York City, Russell non apparteneva alla ristretta cerchia delle cinque famiglie, ma tutte le famiglie lo consultavano prima di ogni decisione importante. Se c’era un problema urgente da risolvere, si rivolgevano a lui. Era rispettato in tutta la nazione. Quando spararono ad Albert Anastasia, sulla poltrona del suo barbiere a New York, Russell fu nominato capo reggente della famiglia fino a quando le cose non furono sistemate. Nessuno era più rispettato di lui. Era veramente potente. L’opinione pubblica non ne aveva mai sentito parlare, ma le famiglie e i federali conoscevano il suo potere.
Russell mi regalò un anello d’oro che aveva fatto fare solo per tre persone: per se stesso, per il suo vice e per me. Sull’anello c’era una grossa moneta d’oro da 3 dollari circondata da diamanti. Russ era potente nel giro della ricettazione dei gioielli e dei ladri d’appartamento. A New York era socio occulto di diverse gioiellerie di Jeweler’s Row.
Porto ancora al polso l’orologio regalatomi da Jimmy e al dito l’anello donatomi da Russell, anche ora qui, nella casa di riposo in cui mi trovo. Sull’altra mano ho un anello con la pietra zodiacale di ognuna delle mie figlie.
Jimmy e Russell erano molto simili. Erano forza allo stato puro dalla testa ai piedi. Erano entrambi piuttosto bassi, anche per quegli anni. Russ non arrivava a un metro e settanta, mentre Jimmy superava appena il metro e sessanta di altezza. Io ero alto più di un metro e novanta e per le conversazioni private mi dovevo chinare verso di loro. Erano entrambi molto scaltri. Erano dei duri, sia fisicamente che mentalmente. Ma erano diversi in una questione essenziale. Russ era molto tranquillo e pacato, parlava a voce bassa anche quando era arrabbiato. Jimmy esplodeva continuamente, tanto per mantenere in esercizio la sua collera, e adorava la pubblicità.
La sera prima della cena in mio onore, Russ e io ci eravamo incontrati con Jimmy. Eravamo seduti a un tavolo al Broadway Eddie’s e Russell Bufalino disse chiaramente a Jimmy Hoffa che doveva smettere di insistere per riavere la presidenza del sindacato. Gli disse che certe persone erano contente di Frank Fitzsimmons, quello che aveva preso il posto di Jimmy quando era andato in carcere. Nessuno a quel tavolo lo disse, ma tutti sapevano che quelle persone erano contente dei grossi prestiti che potevano ottenere facilmente, attingendo al fondo pensioni dei Teamsters, da quell’idiota di Fitz. Potevano ottenere i finanziamenti anche quando era in carica Jimmy, che prendeva la sua parte sottobanco. Ma era sempre lui a stabilire i termini. Di fronte a quella gente, Fitz si inchinava. Tutto quello che gli interessava era bere e giocare a golf. Non è necessario che vi dica quanto succo si può spremere da un fondo pensioni di miliardi di dollari.
Russell gli disse: “Che ti candidi a fare? Non ti servono i soldi”.
Jimmy rispose: “Non è una questione di soldi. Non lascerò che Fitz si prenda il sindacato”.
Dopo l’incontro, mentre mi preparavo a riaccompagnare Jimmy al Warwick Hotel, Russell mi prese da parte e mi disse: “Parla al tuo amico. Spiegagli come stanno le cose”. Nel nostro linguaggio, anche se non sembra, quella era una minaccia di morte.
Arrivati al Warwick Hotel, dissi a Jimmy che, se non cambiava idea a proposito della presidenza del sindacato, avrebbe fatto meglio a farsi proteggere da un muro di corpi.
“Non ho intenzione di farlo. Se la prenderebbero con la mia famiglia”.
“Non dovresti comunque girare da solo per strada”.
“Nessuno spaventa Hoffa. Starò addosso a Fitz e vincerò le elezioni”.
“Sai cosa significa questo”, gli dissi. “Russ in persona mi ha chiesto di dirti come stanno le cose”.
“Non oseranno”, grugnì Jimmy Hoffa, guardandomi negli occhi.

(Riproduzione riservata)

© Fazi editore

 

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La scheda del libro: “The Irishman” di Charles Brandt (Fazi editore – traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini)

The Irishman - Charles Brandt - copertinaLa scomparsa di Jimmy Hoffa, leggendario leader sindacale, definito «l’uomo più potente degli Stati Uniti dopo il presidente» dal suo oppositore Robert Kennedy, è uno dei più grandi misteri della storia americana e ha ossessionato l’opinione pubblica del paese per decenni. Arrivato talmente in alto da intrattenere rapporti con la mafia e con le più importanti cariche dello Stato, Hoffa era un personaggio scomodo a molti uomini, politici e criminali. Fu visto l’ultima volta il 30 luglio 1975 e il suo corpo non fu mai ritrovato. Frank Sheeran, detto l’Irlandese – uno degli unici due non italiani nella lista dei ventisei personaggi di maggior spicco della criminalità organizzata americana stilata da Rudy Giuliani –, prima di morire chiede di confessare tutti i suoi crimini. Nel corso di svariati anni di interviste rilasciate a Charles Brandt, noto procuratore che ha condotto innumerevoli inchieste sulla malavita americana, l’Irlandese rivela il suo coinvolgimento in più di venticinque omicidi, tra cui quello di Jimmy Hoffa. Racconta anche la storia della sua vita: figlio della Grande Depressione, fu soldato in Italia durante la seconda guerra mondiale e, una volta tornato in patria, divenne uno dei più fidati sicari della Cupola di Cosa Nostra. Basandosi sulle sue parole, la penna di Brandt dà vita a un racconto epico, che si conclude con delle scottanti rivelazioni inedite sul coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy.
Narrazione di grande potenza, “The Irishman” è un viaggio monumentale attraverso i corridoi nascosti del crimine organizzato, le sue dinamiche interne, le rivalità e le connessioni con le alte sfere della politica: un grande classico della letteratura americana sulla mafia.

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Charles Brandt è nato a New York. Già insegnante d’inglese, dal 1976 lavora come avvocato e investigatore privato. Considerato tra i più brillanti legali d’America, è stato procuratore generale dello Stato del Delaware. È spesso richiesto il suo intervento per interrogare criminali particolarmente reticenti, ed è autore di diversi libri nati dalla sua esperienza professionale.

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