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AH! MUSSOLINI! di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (recensione)

gennaio 2, 2020

“Ah! Mussolini!” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (De Piante Editore – Postfazione di Gioacchino Lanza Tomasi – Sovraccoperta d’artista di Giovanni Maranghi)

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“Ah!” Mussolini!”: l’esclamazione di Tomasi di Lampedusa e il racconto di un’epoca

di Daniela Sessa

Pensa di vivere cent’anni solo per vedere tra i reperti museali “un uomo che avrà commercio carnale con una donna”. Ha fatto accurate indagini per assicurarsi che una tal Mimì è di “sesso indubbiamente femminile”, assaporandola probabilmente come quelle non eteree donnette parigine. Non dorme due notti nello stesso letto perché ha percorso in treno e in auto nel giro di due mesi 1500 Km e ha visitato diciassette città. Ha mancato una cravatta londinese. Augura a un amico una cospicua rendita di lire e di fanciulle dai dieci ai sedici anni. Ma il rapporto più bello, per lessico “dismisurato”, c’è l’ha col denaro che gli causa “deflazione” e “convalescenza” monetarie. Poi c’è quell’assillante cugino con le sue poesie. E la madre da inseguire in mezza Italia e lo zio sfuggente. C’è da spostarsi fino a Barcellona e intanto bisogna consegnare gli articoli a Mario Maria Martini e a Capocaccia. Poi, occorre mettere da parte i “ventini” per il regalo all’amico che si sposa mentre lui è “di tendenze troppo vagabonde e di umore troppo mutevole per costringere una infelice creatura a tenere dietro alle mie fantasie”. Un così girovago, insolente, beffardo, donnaiolo, squattrinato potrebbe celare un giovane D’Annunzio, che pure appare in controluce con l’accenno al romanzo mantovano del Vate. In effetti, qualcosa di dannunziano c’è nel giovane Giuseppe Tomasi di Lampedusa che scrive all’amico Massimo Erede. Fulvo, come lo dice Salvatore Silvano Nigro che dello scrittore siciliano è raffinato e colto studioso, è proprio il principe di Lampedusa nell’inquieto suo viaggiare da una città all’altra d’Europa. Di quel “piacevolissimo inferno” da pescecane “Superbamente alloggiato, squisitamente nutrito, perennemente trasportato in automobile” sono resoconto le lettere scritte tra il maggio del 1925 e il luglio 1927 a Massimo Erede e pubblicate per la prima volta in italiano da De Piante editore, in limitata tiratura e con copertina d’autore, affidata all’estro della sottile e venusta matita di Giovanni Maranghi. Veste editoriale di vera nicchia che sarebbe piaciuta molto all’aristocratico Giuseppe. Lettere trovate dentro la cassapanca che Erede ricevette dal principe come regalo di nozze. Lettere, alcune delle quali probabilmente perdute, in cui Tomasi di Lampedusa racconta all’amico genovese le sue impressioni di Parigi e di Londra, di Venezia, di Mantova e di Vicenza e confessa i timori, a Erede che gli fu tramite, di non vedere pubblicati i suoi articoli sulla prestigiosa “Le Opere e i Giorni” (sulla rivista usciranno tre articoli su Paul Morand, su Yeats e sulla fama di Cesare). Domina nelle missive l’ironia di un Tomasi di Lampedusa ventinovenne, arioso nei pensieri, dimentico dell’esperienza come prigioniero al fronte (del compagno Guido Lajolo chiede distratte informazioni), in tralice quasi desideroso di affrancarsi almeno economicamente dall’amata madre. Lontanissima è la scrittura del capolavoro “Il Gattopardo” e dei racconti tra cui l’insuperabile sensuale “Lighea”. Lontanissima è l’idea del ballo della morte che caratterizza la penna disincantata dello scrittore neodecadente. Lontanissima è quella vita malinconica che il principe cominciò negli anni ‘30 in Sicilia da dove osservò la fine di ogni aristocratico sentire e agire. Ma l’aristocrazia per Tomasi di Lampedusa non è un orpello né vuota albagia. E’ piuttosto un corredo esistenziale. Solo così può aver senso la doppia esclamazione “Ah! Mussolini!” che dà il titolo allo sfizioso libriccino.  Interiezione e invocazione contro i bolscevichi- pederasti oltre che sobillatori-  che a Parigi il 25 luglio del 1925 stavano scioperando davanti a una banca. Mussolini per Tomasi di Lampedusa era allora un garante dell’ordine. Un argine contro la dittatura del popolo, quel popolo che nel successivo “Il Gattopardo” farà mettere nel sacco dal primo Sedara di passaggio. Quanta suggestione fa poi quella data, il 25 luglio. Solo diciotto anni dopo quei punti esclamativi sarebbero stati di sollievo per moltissimi italiani, gli stessi che avevano condiviso il sogno maldestro -ed è un eufemismo-  di un duce ambizioso e sorretto più dalla retorica che dalla realtà. Però, quell’esclamazione di Tomasi di Lampedusa va, ancora una volta, a raccontare un’epoca, che non può sbrigativamente liquidarsi come delirio di massa o apodittico Male assoluto. L’aristocratico Tomasi di Lampedusa condivide con la stragrande maggioranza degli italiani del suo tempo l’idea, il bisogno, il desiderio dell’uomo superiore in grado di assorbire gli scontri sociali e di arginare lo spettro comunista. D’altronde Nietzsche fu tra le letture di Tomasi di Lampedusa “Alla fine tutte le cose devono rimanere così come sono e sono sempre state: quelle grandi riservate ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze e i brividi ai raffinati e tutte le cose rare, agli esseri rariTomasi di Lampedusa, che di spettri persino s’intendeva grazie alle manie esoteriche dei cugini Piccolo, vede in più nel fascismo la garanzia contro ogni forma di involgarimento, la difesa di un’idea di superiorità che, nella rievocazione dei fasti imperiali, fondava la civiltà, sottraendola alla barbarie dell’innaturale concetto di uguaglianza e restituendola alla ricerca viva del culto della Bellezza, sia essa Forza sia essa Arte. Un fraintendimento che immediatamente la Storia ha dimostrato e di cui lo stesso principe – come racconta il figlio Gioacchino Lanza Tomasi nella postfazione-  si avvide nel connubio eros-morte che attraversa la sua produzione letteraria, oltre all’ironia tagliente delle formiche baldanzose evocate nel suo romanzo. Ma è proprio la maturata diversa opinione sul fascismo che rende interessante la lettera e tutto questo breve epistolario dal ritmo suadente e dalla lieve parola perché getta luce su un’epoca. Un’epoca antinomica, sussultoria, erratica, gagliarda terminata in controrivoluzione. Senza dimenticare che il ritorno all’ordine fu un desiderio che attraversò molti grandi nomi della letteratura del primo Novecento, desiderio che finito tra l’altro nelle significative pagine di Vitaliano Brancati mostra infine tutta la sua verità. Le lettere a Massimo Erede raccontano un Tomasi di Lampedusa figlio di quel tempo ancora frastornato dalla Belle Époque, incapace ancora, nonostante la prigionia, di rassegnarsi alla tragedia del primo conflitto mondiale, ancora legato a un concetto della vita come espressione artistica e come rivalsa: sentimenti tutti che il Fascismo inizialmente incanalò e non solo nell’immaginario degli italiani. Tomasi di Lampedusa modula nelle lettere la giocosità scherzosa con la preoccupazione di inserirsi nel giornalismo culturale. Un mondo leggero in apparenza. Questa è la chiave di lettura dell’epistolario: apparente leggerezza di un uomo e di un’epoca. L’uomo si consegnerà da lì a poco all’isolamento siciliano, fatto di cinismo e di malinconia (mai troppo citato in questo senso è il film di Roberto Andò “Il manoscritto del principe”) e l’epoca finirà nel buio dei bombardamenti, delle persecuzioni razziali, delle esecuzioni sommarie. L’epoca che trova il suo simbolo proprio nella sorte del soldato medaglia al valore Massimo Erede, arruolato per la campagna di Russia e mai più tornato.

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Ah! Mussolini! - Giuseppe Tomasi di Lampedusa - copertinaLa scheda del libro: “Ah! Mussolini!” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (De Piante Editore)

I viaggi del più eccentrico dei flâneur, un vero “pescecane”, lo scrittore del “Gattopardo”. Nel fascio di lettere, finora inedite, scritte tra il 1925 e il 1927, c’è, in breve, tutto Tomasi di Lampedusa: l’osservatore sagace (“Non puoi immaginare che cosa è di vorticoso e di tremendo e di affascinante Londra. Un piacevolissimo inferno”; al contrario, “Mantova è davvero troppo malinconica”) e viscerale (“Dopo accurate osservazioni compiute a Londra, Bruxelles, Anversa e qui sono in grado di annunziarti gli immensi progressi della pederastia. Se continua di questo passo fra cento anni un uomo che avrà commercio carnale con una donna sarà un pezzo da museo”).

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