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SENTIMI di Tea Ranno (recensione)

gennaio 8, 2020

Le atmosfere surreali e trasognate di SENTIMI (Frassinelli) di Tea Ranno

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di Emma Di Rao

Oggi, più che mai, perché risulti possibile ‘sentire’ nel suo significato più autentico, appare necessario mettere tra parentesi il mondo con il suo frastuono, adottare una desueta lentezza, porsi in ascolto e attendere. Se poi subentrasse la notte, spettrale e nebbiosa, l’atteso disvelamento assumerebbe i tratti di un’atmosfera surreale quale si respira in “Sentimi” (edito da Frassinelli) di Tea Ranno, autrice il cui sguardo simpatetico su tutte le creature si coniuga con un impeto inesausto di trascrivere la vita.
Già nell’incipit del romanzo risulta evidente che l’io narrante coincide con l’io personaggio che è protagonista della vicenda, una giovane scrittrice la quale, tornata nel suo paese nativo, viene sorpresa, in una piazza deserta e buia per il subentrare della notte, da un tumultuoso intrecciarsi di voci femminili che, simile a una caotica onda polifonica, si acquieta nell’invito ad ascoltare. Sono voci dolenti, a volte appena sussurrate, a volte ferme e risolute, di donne ormai morte che, aprendosi un varco nella nebbia, mescolano alle parole le lacrime e il sangue di cui fu intessuta la loro vicenda terrena. Molte, infatti, furono strappate tanto crudelmente alla vita che ognuna avrebbe potuto dire di sé: “e ‘l modo ancor m’offende”; altre dovettero, invece, confrontarsi così a lungo con il dolore da rimanere chiuse in esso, in una condizione di indicibile sofferenza. Muovendosi in un’atmosfera trasognata, le figure evanescenti manifestano, con “sentimi, signora”, un esplicito segno verbale del proprio desiderio di avviare un dialogo con la protagonista; inizia così per quest’ultima una sorta di catabasi in un mondo fino a quel momento inascoltato e in un contesto in cui il tempo umano si insinua nella dimensione dell’eterno, che non appare mai un ‘altrove’ indistinto e lontano, ma il cuore vivo e pulsante del tempo stesso. L’eternità è infatti, in “Sentimi”, il prosieguo del tempo e fissa in modo definitivo i contorni delle tragiche vicende che le fluttuanti larve si accingono a raccontare. Questo insolito universo femminile continua, per qualche misteriosa ragione, ad amare e odiare, e non rinunzia a interferire, seppure in casi estremi, con il mondo dei vivi, da cui inspiegabilmente non avverte alcuna separazione, come apprendiamo dalla voce di Brigida: “Sempre dentro il vostro mondo siamo, che credi?”.
Tale dispositivo narrativo e la costante interazione dialogica fra le anime e l’io personaggio rimandano, pur nella innegabile diversità, alla Commedia dantesca, che sembra esercitare sull’autrice la seduzione proveniente da una fonte esemplare, configurandosi come un’eco intensamente vagheggiata. Basti pensare che anche in “Sentimi” il fulcro del dialogo è sempre la rivelazione del nome con cui ogni voce recupera a pieno la propria individualità prima di esporre gli eventi di cui fu protagonista nella vita terrena. Un’ulteriore analogia può rinvenirsi nel fatto che la protagonista promette alle sue interlocutrici di sottrarle alla dimenticanza e di rivelare finalmente verità troppo a lungo sepolte sotto la menzogna. Risultati immagini per sentimi tea ranno letteratitudineEd ancora, come nel poema dantesco, ciò che rende eccezionale l’interagire dell’io personaggio con le anime è la sua corporeità, il suo essere un individuo in carne ed ossa che, rispetto agli altri esseri umani, possiede, però, un dono quasi magico: accendere stelle nelle menti degli uomini, servendosi di “parole di poesia”. Per questo motivo è a lei che le ombre chiedono, ora con sospiri malinconici ora con toni quasi imperiosi, di farsi portavoce di quella verità che, sola, è in grado di concedere loro la pace tanto desiderata. Tuttavia, la proliferazione dei piani narrativi che ne consegue è testimonianza di un evidente pluralismo prospettico: ogni racconto è esplorazione di una possibile verità e ogni vicenda può essere declinata nelle molteplici direzioni tracciate dall’alternarsi dei punti di vista delle voci narranti. Talvolta, il racconto è anche discolpa, giustificazione di un comportamento crudele, come quello di donna Nunziata, che con l’inviare lettere anonime ha voluto indurre negli altri la medesima amarezza di cui era pervasa la sua arida esistenza, o come il racconto di Rosa, che lascia affiorare un’ancestrale gelosia nei confronti della sorella Pietra, ritenuta oggetto di maggiori attenzioni da parte della loro madre; l’adulterio commesso con il cognato può leggersi pertanto come il risarcimento di un vuoto affettivo spintosi fino al punto di cancellare in lei ogni residuo sentimento materno verso i figli. L’addurre tali giustificazioni non è di certo sufficiente ad assolvere il peccato commesso, ma consente al lettore di accostarsi alla vicenda raccontata con un senso di umana compassione e, in alcuni casi, perfino di comprensione.
Nonostante l’intersecarsi di vari piani narrativi, tutte le voci convergono verso un unico obiettivo che funge da elemento aggregante della molteplicità: sottrarre Adele, frutto dell’adulterio commesso da Rosa, al progetto delittuoso di Rosario, che vorrebbe così cancellare il segno del tradimento. Peraltro, nel contribuire a salvare la “bella, gioiosa” fanciulla, su cui Pietra ha riversato quell’amore materno che le era stato negato, ognuna di loro rinviene la possibilità di recuperare il proprio vissuto affettivo e di riscrivere la propria storia se non nella vita reale, almeno in quella che è affidata al desiderio, alla possibilità, alla speranza.
Se a supportare la scrittura è il procedimento del flusso continuo di prospettive, lo scenario è pur sempre quello dell’io narrante, inteso come prospettiva individuale dello sguardo e dell’ascolto, nonché come contenitore delle svariate esperienze umane, oggetto della narrazione. Inoltre, non ci si allontana dal vero ritenendo che le ombre che si raccontano contribuiscano a rinsaldare l’identità della protagonista, la sua consapevolezza di sé e della sua inclinazione letteraria, come si evince anche da “..tacque. L’improvviso spegnersi della sua voce mi procurò un senso di perdita”.
Ad accomunare le donne morte e l’io personaggio è, di sicuro, la parola, utilizzata nelle sue molteplici potenzialità: parola che, caduta a volte in seno a una vicenda prossima a una conclusione tragica, crea un esito inaspettato, come quando Rosario risparmia il figlio perché lo ha sentito pronunciare le brevi sillabe che compongono ‘papà’; parola che, annotata su un taccuino sbiadito dalla pioggia, rende eterno ciò che sarebbe destinato all’oblio; parola che allevia la pena e il rancore di anime la cui esistenza non può non considerarsi irrisolta; parola che può intendersi come risarcimento e riparazione delle offese ricevute; parola a cui si affidano le “storie che non finiscono mai, neppure quando muori, perché c’è sempre qualcuno che ne aggiunge un pezzetto, che dà una spiegazione”. Parole che rischierebbero, però, di rimanere “sole e sperse nella carta” se la poesia non intervenisse a cucirle insieme, come afferma orgogliosamente Angelina Ornamento, pescivendola e poeta in vita, la quale, in virtù di questo suo dono, è oggetto di grande rispetto nell’aldilà, lo stesso rispetto nutrito da quelle donne verso la protagonista, meritevole, a loro avviso, di “scrivere le storie dei paesi nostri”. Ed è la stessa Angelina ad esprimere, con un registro del tutto immaginifico, una definizione della poesia come un quid che prende le mosse da un’ispirazione onirica e che “odora di madre… e ci porta dentro una conca scavata nella cenere e ci sazia”. Queste parole sortiscono nell’io personaggio un mutamento che concerne non solo il piano narrativo, ma anche la sua condizione interiore: il rabbioso latrare dei cani cessa di impaurire la protagonista, poiché l’aver acquisito maggiore consapevolezza della propria vocazione letteraria contribuisce a dissipare ogni timore, termine ultimo di un inquietante processo che infine, grazie alle rivelazioni ascoltate e alle sofferenze condivise, approda ad una vera e propria catarsi. D’altronde, ogni voce che si racconta rappresenta verosimilmente l’alter ego dell’io personaggio -dietro cui si cela, naturalmente, l’io letterario-, ed è dunque irrinunciabile occasione perché quest’ultimo comprenda “i pensieri e i sentimenti degli altri”, ma anche, e soprattutto, i propri. Ne è suggestivo esempio la figura di Lietta che, già personaggio amatissimo del precedente romanzo “Viola Foscari”, è qui definita dall’io narrante “un pezzo di me, un’altra parte di me… il mio doppio” a tal punto che, pur costituita di aria e di nebbia, “prese il taccuino e la penna e al posto mio cominciò a scrivere”. In tal modo, “il tempo delle storie” e il tempo reale non appaiono piani separati, ma intercambiabili, e la finzione letteraria assume la concretezza piena del reale, come si deduce dal seguente passo del romanzo: “Tutti ricordavo… perché tutti continuavano a vivermi dentro, tutti, come se la loro storia non si fosse esaurita nel libri che li contenevano, ma continuasse a scriversi in un continuo presente”.
Un vero e proprio leitmotiv attraversa “Sentimi” ed è il sentimento amoroso, declinato in ogni sua accezione: desiderio, annientamento di sé, fuoco che arde e consuma, ma anche affetto puro e spirituale, come quello coltivato in segreto dalla monaca Maria per la sfortunata Stella. Sentimenti variegati, a volte primordiali nella loro istintività, a volte complessi e riconducibili a diramazioni profonde, si inscrivono tutti in un’atmosfera dominante: la comune consapevolezza della fugacità della vita e del brevissimo spazio che intercorre tra il nascere e il morire. Più che dalla morte, tuttavia, queste figure femminili sono offese dall’oblio a cui intendono sottrarsi con una richiesta che suona quasi come un’invocazione: “sentimi, signora”. La loro salvezza, comunque, non è affidata soltanto alla modalità dell’ascolto, come il titolo potrebbe suggerire: si sperimentano infatti, in “Sentimi”, le possibilità della parola scritta che fissa pensieri suscettibili di “svaporare dalla mente” e conserva quanto è inevitabilmente soggetto a perire. Anche in questo caso sorge spontaneo il confronto con il poema dantesco e, in particolare, con l’Inferno, le cui suggestioni investono, peraltro, situazioni narrative e stati d’animo, come i frequenti smarrimenti e la perdita dei sensi della protagonista, ascrivibili alla memoria, involontaria o consapevole, di quella ben nota condizione di turbamento da cui scaturisce il celebre verso “e caddi come corpo morto cade”. Allo stesso modo, la presenza, nel romanzo, di un mondo animale dalle connotazioni fortemente negative in termini di aggressiva ostilità è di certo metafora del male e della degradazione della natura umana, quale sovente si riscontra nel ‘mostruoso’ infernale della prima cantica.
E come escludere, inoltre, una connessione tematica con la “Spoon River Anthology” il cui autore, Edgar Lee Masters, dà voce ai morti e al non detto di questi ultimi? D’altronde, quella di Tea Ranno è scrittura colta e non ignara del substrato delle forme letterarie, ma è scrittura che procede lungo sentieri personalissimi e originali e che rinviene la propria cifra stilistica in un felice connubio fra istanze realistiche ed estrema visionarietà, tra accensioni liriche e sviluppo narrativo. Basti, al riguardo, un solo esempio tra i molti che ci vengono offerti dall’autrice di “Sentimi”: “..vidi in quella pozzanghera un cielo riverso, azzurro come un giorno d’estate… vidi pure una mela, rossa e tonda, che se ne stava lì come un desiderio da mordere”. In questo brano di rara suggestione poetica e di indubbia allusività, l’azzurro cielo rovesciato rimanda all’idea del bene e dell’innocenza; di contro, l’immagine della pozzanghera si connette a una dimensione priva di slancio tensivo per la presenza del peccato, cui il desiderio del frutto proibito sembra riferirsi. A prevalere è comunque la verticalità, il guardare dall’alto, ed è questa la prospettiva che gradualmente assume la protagonista di “Sentimi”: abbandonando l’orizzontalità dove i fatti rimangono schiacciati al suolo, privi di significato, la protagonista-scrittrice sceglie, al pari delle colline, “una visione tutta fatta di cieli e di mari”, ormai consapevole del fatto che “il tempo delle colline confluiva davvero nel tempo delle storie”, in cui la persona, divenuta personaggio, si consegna, grazie alla scrittura, a quella vita autentica e non fittizia che è propria di una dimensione atemporale.
Terminata la sua catabasi, che, in realtà, è una lenta, progressiva anabasi, la protagonista vede la nebbia dissiparsi e il mondo riapparire nel suo chiarore, proprio come Dante torna “a riveder la stelle”, presagio di luce e di speranza.
All’incipit drammatico e inquietante del romanzo fa ora da contraltare una chiusa distesa e rasserenante: non più una notte tenebrosa, ma un cielo quasi estivo; non più figure spettrali e tese fino allo spasimo, ma una folla indaffarata e gioiosa; non più efferate e devastanti vicende, ma il comune e rassicurante susseguirsi di azioni quotidiane, su cui splende “un sole glorioso”. “La vita, appunto”, che possiamo vivere così come ci viene data o possiamo trascrivere, sublimandola e rendendola, in qualche modo, eterna.

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Sentimi - Tea Ranno - copertinaLa scheda del libro: “Sentimi” di Tea Ranno (Frassinelli)

Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, nella piazza dove passeggiava bambina, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall’oblio al quale sono destinate. Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l’umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere, insomma, tutto viene sempre e inesorabilmente annullato nella dicotomia maschile della donna «santa o buttana». Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all’autrice: c’è anche un’altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile del tradimento, della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese, le stesse donne che si raccontano, faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.

 

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Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa, nel 1963. Dal 1995 vive a Roma. È laureata in giurisprudenza e si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista ai Premi Calvino e Berto, vincitore del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007). Nel 2012 per Mondadori è uscita La sposa vermiglia, romanzo vincitore del Premio Rea, e nel 2014, sempre per Mondadori, Viola Fòscari. Nel 2018 ha pubblicato Sentimi (Frassinelli) e, per Curcio editore, i libri per bambini e ragazzi: Le ore della contentezza, I vestiti di Babbo Natale, La befana e il colpo della strega.
Nel 2019 sono usciti i romanzi “L’amurusanza” (Mondadori) e “Saura. Le stanze del cuore” (Risfoglia Editore).

 

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