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ABBRONZATI A SINISTRA di Elio Paoloni

gennaio 13, 2020

ABBRONZATI A SINISTRA (Melville) di Elio Paoloni: incontro con l’autore e un ampio brano estratto dal libro

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Elio Paoloni, salentino, ha pubblicato Sostanze (Manni) e Piramidi (Sironi, riedito di recente in versione digitale da Laurana). Ha collaborato a Nuovi Argomenti, Il Domenicale, Tempi, Stilos, L’Immaginazione, Alceo, FernandelVia Po, Corriere della Sera – dorso Puglia. Scrive su italiaeilmondo.com. Il suo blog è eliopaoloni.jimdo.com

L’ultimo romanzo di Elio Paoloni ha un titolo enigmatico. Chiediamo all’autore di chiarircelo.

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Non è una guida turistica di Capalbio – ci rassicura Paoloni – ma un diario di viaggio sul Camino di Santiago: dato che nel nostro emisfero il percorso del sole è sempre spostato a sud, i pellegrini, avanzando verso Occidente, lo hanno costantemente sul lato sinistro.
Questo libro non doveva nascere – confessa l’autore – volevo che il mio pellegrinaggio restasse una faccenda privata. Dopo diverso tempo però lo scrittore in me ha preso il sopravvento. Prima di tutto, per me stesso: nessuna esperienza mi è davvero chiara se non ne scrivo; non riesco ad elaborarla, a far sì che mi arricchisca davvero, e soprattutto non riesco a lasciarmela alle spalle. Una volta descritta, poi, mi sono reso conto che per quanto intima, quell’esperienza – e le riflessioni che ne scaturivano – rispecchiavano le inquietudini spirituali di molti e che portarlo al pubblico diveniva doveroso.
Ma era davvero necessario? un altro risulta superfluo.
L'immagine può contenere: 1 persona, occhialiSì, è vero, può sembrare superfluo: ci sono fin troppi libri sul Camino, tutti simili, spesso melensi. Quelli dei nipotini di Coelho, poi, sono ancor più melensi e non mette conto di parlare di quelli fieramente atei ma qui lo sguardo del narratore è diverso, sempre in bilico tra fede e scetticismo. La scrittura è spiazzante, ironica, spesso sarcastica, ma anche commossa e profonda. Un critico scrisse che io “tendo agguati”. In effetti usavo pescare in apnea, “all’agguato”. E sono convinto che questo libro non annoierà.
Come spesso succede la postura iniziale è svagata, inconsapevole, più che altro un prurito primaverile. Le motivazioni non sembrano chiare; non ce ne è mai una sola, del resto: spesso ne dichiariamo – ce ne dichiariamo – una a caso ma di sicuro c’è dell’altro sottotraccia. Magari divengono chiare solo alla fine del Camino; o qualche tempo dopo. Come scrivevo Il Camino non dà risposte: ti aiuta a formulare la domanda. Quasi certamente, nel campo delle stelle, ti saranno chiariti i tuoi moventi. Almeno quelli.
In conclusione, potremmo dire che si compie il cammino per capire perché lo si sta compiendo.
E non si può escludere che a volte vi sia una componente di sfida: acchiappami, se ne sei capace, portami a Te.
Poi, durante il cammino, vengono fuori tutte quelle inquietudini che avevamo ignorato, rimosso, sottaciuto, le domande alle quali nessun pellegrinaggio può assicurare risposte inequivocabili. Ma sul Camino si impara, come dire, a Leggere: ogni evento è un Segno, devi essere di coccio per non avvertirlo. Una caratteristica del Camino, per la varietà di situazioni incontrate, è quella di consentire a chiunque di vedere Segni. Se uno li cerca li trova. Se no ti trovano loro. Si è predisposti all’interpretazione, ecco. Tutta la potenza del Camino è racchiusa in questo brano: “Perché qui, sia ben chiaro, non impari niente di nuovo; tutto è già noto, cerebralmente: sono idee che accarezzi di tanto in tanto quando ti ritrovi a filosofeggiare, precetti che abbandoni appena rientrato nella diabolica routine. Il Camino però è una vita condensata, un Bignami d’acciaio: ti ripropone in breve tutte le lezioni già impartite dalle quali non hai tratto beneficio. Te le imprime così velocemente, te le impartisce così fisiologicamente che proprio non puoi fare a meno di ‘capire’. Non col cervello ma con ogni fibra muscolare, con ogni organo. Col midollo. E’ una marchiatura: i timbri sono sul corpo, non solo sulla Credenziale”.
L’episodio centrale del libro è un’epifania che il narratore si rifiuta di accogliere, mettendo subito in opera dei tentativi di ridimensionamento, di razionalizzazione, che però non riescono a scalfire la forza della visione. E il libro procede in questa dimensione sospesa”.

 

Un viaggio raccontato con contemporaneo disincanto e un sentimento antico del sacro, o forse, al contrario, nuovi sentimenti e antico disincanto. Il libro giusto per chi il viaggio lo ha già fatto, forse senza comprenderlo fino in fondo; per chi vuole farlo e cerca una spinta – o una guida, una guida vera, non una mappa; per chi non lo farà mai ma ama i racconti di viaggio – o semplicemente la buona letteratura – e per ogni individuo che si interroga sulla Fede.

 

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Un estratto del romanzo: “Abbronzati a sinistra” di Elio Paoloni (Melville edizioni)

Viatico

Abbronzati a sinistra - Elio Paoloni - copertinaTonda, sonora, sillabata: è con una sacrosanta bestemmia che comincia il santo viaggio. Tiro un calcio allo zaino. Per cosa? Per un ritardo nello spostare una valigia, un piede, una mantella. È stata Vera a spazientirsi ma sono io quello che alza la voce. Scivolando nel dialetto, pessimo segno: non mi controllo più, anche se avverto presenze intorno, sul marciapiede dell’autobus, davanti al portellone dei bagagli. Siamo stanchi (aereo, treni, bus) e me la prendo con lei.
Marco e Marta mi guardano sconcertati, sto rovinando anche il loro pellegrinaggio e questo mi irrita ancora di più. Indossiamo i poncho e ci inoltriamo nella città quasi deserta. Le mantelle nere svolazzano al vento scoprendo i polpacci, che lasciano scivolare l’acqua fin dentro le scarpe. Negozi chiusi, nessuno a cui chiedere. Mi ci divertirei se non fosse per l’amarezza dello scazzo fuori luogo. Ci fermiamo al riparo di una balconata per fotografarci nella divisa da corvacci. Da sotto il poncho di Vera spunta un ciuffo biondo, unica nota di colore dell’inquadratura. Foto ne ho già fatte parecchie ma questa è forse la prima foto da pellegrini in divisa d’ordinanza.
Indoviniamo il percorso (l’avevamo visualizzato su google maps: niente sorprese al primo – e notturno – arrivo) e troviamo il posto. Grande, pulito, organizzato, in una zona moderna. Sarebbe stato più in carattere il Monasterio de las Benedictinas, ma quando Marco ha telefonato per implorare una deroga all’orario d’ingresso la religiosa all’altro capo è rimasta rigida, così abbiamo ripiegato sul laico, più elastico, Ciudad de León. Saliamo al primo piano e, finalmente, la cerimonia ha inizio: l’hospitalero alto, con barbetta brizzolata e occhiali, inchiostra per primo le credenziali. Ce le eravamo fatte mandare da Perugia, pare siano le più belle. Grandi, anche. È ufficiale, dunque: siamo in cammino. Ufficiale e falso: che ci fanno le imprecazioni sulla Via Lattea? Non mi angustia la bestemmia in sé: è più un intercalare assorbito da giovane al paesone e se i miei moccoli fosse davvero intenzionali avrei già dovuto essere incenerito da tempo. Ma al momento del decollo avremmo dovuto abbandonare al suolo l’irritabilità. Le liti non dovrebbero avere spazio. O sì? Non mi è del tutto ignoto che il camino medioevale fosse costellato di sangue, teatro di furibonde risse, accoltellamenti, assassinii.
Quando c’è di mezzo la religione, o, peggio ancora, la new age, di solito viene a galla solo l’arcadia. Ma anche a non voler esagerare con le ricerche si può comprendere che accapigliarsi tra compagni è tappa fondamentale del percorso, iniziazione più efficace della benedizione in cattedrale.
Queste considerazioni non mi confortano, provo solo avvilimento. Sì, in vacanza si litiga, ma questa non è una vacanza, a rigor di termini; difficoltà e incomprensioni, d’accordo, si mettono in conto, ma non così presto. Il viaggio non è neppure iniziato. O sì? Quando incomincia davvero un viaggio? Già quando si inizia a vagheggiarlo? Quando io e Marco abbiamo cominciato a parlarne non era una moda così diffusa. “Sì, dobbiamo farlo, prima o poi”. Una vacanza come un’altra, in fondo, turismo alternativo, un po’ di moto. Ma riservato ai pensionati: più di un mese per completarlo, di più per collezionare mete limitrofe. Abbiamo cincischiato, rimandato. Trenta giorni di ferie nello stesso periodo non li avremmo mai trovati e non li volevamo neanche: perché precludersi la nostra stagione di mare? Poi il lutto. I gemelli sono ormai grandi. E il Camino è sembrato inevitabile.
– Se ne fa metà, due settimane.
Il Francés naturalmente, il classico, il Camino per antonomasia.
Mai una volta abbiamo ammesso, forse neppure a noi stessi, la motivazione reale. Lo abbiamo programmato come uno qualsiasi dei nostri viaggi insieme a loro, senza mai accennare a nulla di intimo o di spirituale.
In quanto a Marco, al pudore di tutti noi, gente del sud, gente di campagna, si associa la volontà di attenersi ai nudi fatti, alla prosaicità della vita quotidiana. Ogni volo pindarico
è per lui un’impostura. Ogni riflessione troppo profonda, ogni espressione di emozioni non elementari, gli sembra una posa. La corazza degli uomini pratici è molto spessa. Per loro porsi troppe domande di tipo metafisico non è solo una perdita di tempo: è pericoloso. Hic sunt leones.
Marta è molto spirituale e molto inquieta: ama il rigore, la semplicità, la purezza. Naturale che abbia rifiutato in blocco il clero e la paccottiglia religiosa cattolica, spinta anche, forse, dal pregiudizio anticlericale di certe frange di sinistra. Il buddismo l’ha attratta per lungo tempo, poi, non potendo, come tutti noi, fare a meno di Cristo, si è avvicinata ai protestanti. Mi ha anche portato a degli incontri interconfessionali, con valdesi, cattolici e ortodossi. Gli ortodossi sembrano avere una fede profonda, sincera, ma anche loro hanno un clero, e piuttosto rigido. Approfittai di questi incontri per chiedere a Colette, greca di padre svizzero impiegata in un’azienda che esporta in Grecia, un parere linguistico, da sollecitare anche al suo pope, su alcune opinabili traduzioni di passi delle sacre scritture di Igor Sibaldi. Non ebbi la risposta filologica che mi attendevo bensì un veemente anatema.
Insomma, pur di non accettare il Papa, Marta si sorbiva i pastori valdesi, o le pastore, che danno pure quel tocco di rivincita femminista. Gli piacciono gli incontri in cui discute delle scritture. Mi ha fatto scoprire Simone Weil e altri mistici di cui non mi occupavo. E ama del Cammino proprio ciò che a me dispiace: lo spiritualismo vago che vede tutti intruppati in questa sorta di marcia della pace che snatura il pellegrinaggio.
Tutti noi, in realtà, siamo perfetti esemplari di vittime dello scetticismo odierno. Io ne farei volentieri a meno, Vera lo sconfigge spesso con naturalezza: percorre il crinale tra fede e incredulità senza porsi troppe domande, com’è nel suo stile; Marco ci tiene a conservarlo e Marta, che sembra la più religiosa di tutti, ha tante di quelle opzioni di fede che finisce per non credere a niente di preciso.

 

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