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L’ISTANTE PRESENTE di Guillaume Musso (un estratto)

gennaio 13, 2020

Pubblichiamo un estratto del romanzo L’ISTANTE PRESENTE di Guillaume Musso (La nave di Teseo – traduzione di Sergio Arecco)

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Romanzo dopo romanzo, Guillaume Musso ha costruito un legame unico con i suoi lettori. Nato ad Antibes nel 1974, ha iniziato a scrivere dopo gli studi e non si è più fermato, nemmeno quando è diventato professore di Economia. I suoi libri, tradotti in 40 lingue, e più volte adattati per il cinema, lo hanno consacrato come uno dei più importanti scrittori di noir, grazie al successo di romanzi come Il richiamo dell’angelo, Central Park, La ragazza di Brooklyn, Un appartamento a Parigi (questi ultimi pubblicati da La nave di Teseo).

Il nuovo romanzo di Musso, tradotto da Sergio Arecco, si intitola “L’istante presente” e come i due precedenti in Italia la pubblica La nave di Teseo. Di seguito, proponiamo un estratto del romanzo.

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Pubblicato in oltre dieci paesi, con due milioni di copie vendute, uno dei thriller più vertiginosi di Guillaume Musso, un romanzo dalla suspense affilatissima che catapulta il lettore verso un finale stupefacente.

Per pagarsi gli studi di recitazione, Lisa lavora in un bar di Manhattan. Una sera conosce Arthur, un giovane medico di pronto soccorso che sembra avere tutte le carte in regola per piacerle, e Lisa in effetti ne rimane subito affascinata. Ma Arthur nasconde una storia che lo rende diverso da chiunque abbia incontrato prima d’ora: possiede un faro, ricevuto in eredità dal padre, una torre battuta dai venti in riva all’oceano nelle cui acque suo nonno è misteriosamente scomparso alcuni decenni prima. Il dono gli è stato fatto a una condizione: Arthur non deve aprire la porta metallica della cantina. Malgrado la promessa fatta al padre, il giovane non trattiene la sua curiosità, spalancando la porta su un terribile segreto da cui sembra impossibile poter tornare indietro. Riuscirà l’amore per Lisa a dargli la forza necessaria per superare le insidie di una folle corsa contro il tempo?

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Un estratto del romanzo: “L’istante presente” di Guillaume Musso (La nave di Teseo – traduzione di Sergio Arecco)

Lighthouse

Mi domando che cosa ci riservi il passato.
Françoise Sagan

1.

Boston, primavera 1991
Il primo sabato di giugno, mio padre si presentò a casa mia
all’improvviso, alle dieci del mattino in punto. Portava con
sé del pane di Genova e dei cannoli al limone che sua moglie
aveva preparato per me.
“Sai cosa, Arthur? Potremmo passare la giornata insieme,”
propose azionando la macchinetta del caffè espresso
come se fosse a casa propria.
Non lo vedevo da Natale. Seduto al tavolo della cucina,
contemplavo il mio riflesso sulla cromatura del tostapane.
Avevo la barba lunga, i capelli incolti, lo sguardo scavato
dalle occhiaie, dalla mancanza di sonno e dall’abuso di Apple
Martini. Indossavo una vecchia t-shirt dei Blue Öyster Cult
risalente agli anni del liceo e pantaloni Bart Simpson slavati.
La sera prima, dopo quarantotto ore di guardia, avevo ingollato
qualche bicchiere di troppo allo Zanzi Bar in compagnia
di Veronika Jelenski, l’infermiera più sexy e socievole del
Massachusetts General Hospital.
La bella polacca aveva trascorso con me parte della notte,
ma aveva avuto la buona idea di eclissarsi due ore prima, portandosi
via la sua bustina di hashish e le cartine, in modo da
evitare uno scontro fastidioso con mio padre, uno dei pezzi
grossi del reparto di chirurgia dell’ospedale in cui entrambi lavoravamo.
“Un doppio espresso, la migliore frustata per cominciare
la giornata,” dichiarò Frank Costello posandomi davanti una
tazza di caffè ristretto.
Poi aprì le finestre per aerare la stanza, nella quale persisteva
un forte odore di fumo, astenendosi però da qualsiasi
commento. Addentai una tartina, studiandolo con la coda
dell’occhio. Aveva festeggiato i cinquanta due mesi prima,
anche se, per via dei capelli bianchi e delle rughe che gli solcavano
il viso, dimostrava dieci o quindici anni di più. Con ciò,
aveva mantenuto un bell’aspetto, tratti regolari e uno sguardo
azzurro limpido alla Paul Newman. Quel mattino aveva rinunciato
agli abiti di marca e ai mocassini su misura e aveva optato
per un paio di pantaloni kaki, un maglione liso da camionista e
scarpe pesanti da cantiere, di cuoio pesante.
“Le canne e le esche sono nel pick-up,” annunciò, inghiottendo
il suo caffè nero. “Se partiamo subito, saremo al
faro prima di mezzogiorno. Mangeremo qualcosa in fretta e
potremo cacciare le orate per l’intero pomeriggio. Se la pesca
è buona, al ritorno ci fermeremo qui e cucineremo il pesce alla
griglia con pomodori, aglio e olio d’oliva.”
Mi parlava come se ci fossimo lasciati il giorno prima. Il
che suonava un po’ falso ma non sgradevole. Mentre sorseggiavo
il caffè, mi chiedevo da dove gli fosse venuta quella voglia
improvvisa di passare del tempo con me.
agenzia di pubblicità a Manhattan – e l’avevano
fatta prosperare a sufficienza per sperare di rivenderla nelle
settimane a venire a un grande gruppo del settore delle comunicazioni.
Io mi ero sempre tenuto lontano dagli affari. Facevo sì
parte della famiglia, ma “da lontano”, un po’ come un vecchio
zio bohémien andato a vivere all’estero che si rincontra con
piacere per festeggiare a tavola il giorno del Ringraziamento.
In verità, appena mi si era presentata l’occasione, ero andato
a studiare il più lontano possibile da Boston: un pre-med a
Duke, North Carolina, quattro anni di corso di medicina a
Berkeley e un anno di specializzazione a Chicago. Ero rientrato
a Boston solo da pochi mesi, giusto per frequentarvi
il secondo anno di specializzazione in medicina d’urgenza.
Sgobbavo quasi ottanta ore alla settimana, ma il lavoro mi
piaceva e mi piacevano le scariche di adrenalina che mi procurava.
Mi piacevano le persone, mi piaceva lavorare alle
emergenze e misurarmi con la realtà quotidiana, con quanto
poteva esibire di più scioccante. Il resto del tempo, lo passavo
portando a spasso il mio spleen da un bar all’altro del North
End, fumavo erba e scopavo ragazze un po’ schizzate del genere
di Veronika Jelenski.
Per molto tempo mio padre disapprovò il mio stile di vita,
ma io non gli avevo lasciato molti margini per avanzare recriminazioni.
Mi ero autofinanziato gli studi di medicina senza
mai chiedergli un soldo. A diciotto anni, dopo la morte di mia
madre, ebbi il coraggio di lasciare la casa di famiglia e di andarmene
senza aspettarmi più niente da lui. Questo mio allontanamento
non sembrò pesargli molto. Si risposò con una
delle sue amanti, una donna affascinante e intelligente che
aveva il grande merito di sopportarlo. Li andavo a trovare due
o tre volte l’anno, una frequenza che pareva andar bene a tutti
quanti.
Per cui, quel mattino, il mio stupore fu solo un po’ più
forte. Come un diavolo balzato fuori da una scatola, mio padre
ricompariva nella mia vita prendendomi per la manica e proponendomi
un percorso di riconciliazione che proprio non mi aspettavo.

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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