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IL BAMBINO NASCOSTO di Roberto Andò (recensione)

gennaio 20, 2020

IL BAMBINO NASCOSTO di Roberto Andò (La nave di Teseo)

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“Il bambino nascosto”: Roberto Andò spacca Napoli di poesia

di Daniela Sessa

A un certo punto fa capolino Totò. Si avvita, si contorce, fa il tacchino. Spunta tra le pagine intrise di poesia e di pietà di “Il bambino nascosto” di Roberto Andò e dà segno e senso a quella patina impalpabile di ironia che il romanzo si porta addosso. Romanzo. Si fa presto a chiamarlo così. Sceneggiatura? Di certo Roberto Andò ha scritto un’opera portatrice sana di cinematografia: non sorprende che ad aprile cominceranno le riprese per farne un film, ma il libro è già cinema nelle movenze del buio-luce, interno- esterno, personaggi in primi piani- Napoli in campi lunghi. Curioso pensarlo un prosimetro, antico nome dato a opere incerte tra verso e rigo, tra slancio lirico e narrazione: il racconto del rapporto prima imprevisto poi necessario tra un professore di musica e un bambino divide lo spazio della pagina con gli intermezzi poetici di Kostantinos Kavafis e di Anna Maria Ortese, con tutto un repertorio raffinato di musica classica e un guizzo dei Doors, con la tavolozza di una Napoli riflessiva, introversa, moralmente decapitata. Oppure è solo una diversa Itaca, un viaggio lontano dall’angustia inesorabile della vita. Un canovaccio di parole e immagini che si prende carico dei tempi e li scioglie in speranza e pietà e bellezza. In poesia. Delicato e coriaceo nello stesso tempo, “Il bambino nascosto” svela un’esigenza: tornare all’uomo. Un umanesimo fatto di cura e di riscatto, di coraggio e di rischio, di ribellione e di salvezza. Un umanesimo con la barba di Gabriele Santoro, musicista fallito e stimato professore del Conservatorio di Napoli, omosessuale e solitario che decide di rompere l’esilio volontario a Forcella con un gesto di affetto. Un umanesimo con gli occhi azzurri e la grazia rallentata del decenne Ciro, figlio di un camorrista, autore di uno sgarbo al boss del quartiere, con il terrore di essere ammazzato, esiliatosi anche lui dalla volgarità atroce della sua famiglia e che decide di intrufolarsi a casa del maestro in cerca di un rifugio e della salvezza. Intorno a loro personaggi più o meno mediocri, più o meno feroci, più o meno magnanimi. Dentro di loro Napoli, la città che sa essere beffarda come Totò, malinconica come Scarpetta e i De Filippo, violenta come Cutolo e grottesca come i camorristi raccontati nel romanzo, bella e ingrata come quella di Ortese. Napoli, la città dei presepari e delle stese, dei malocchi e dei sofismi, della musica neomelodica e della lezione di Pino Daniele, di san Gennaro e della Sibilla, la città luminosa sul Golfo e rumorosa di Spaccanapoli, la città sotterranea con i cunicoli e i monacielli. A questa Napoli e a tutte le sue irrinunciabili contraddizioni Andò rende omaggio con gli stessi intenti con cui ha reso omaggio alla sua Palermo: svelarne la bruttezza per salvarne la bellezza. La lezione artistica di Roberto Andò torna in questa storia dove il plot è una premessa e un pretesto per riflettere sulla noia di lasciarsi crogiolare nell’indifferenza, nella separatezza, nell’inazione, mentre fuori ci sono strade, quartieri, città, cuori, corpi, anime che chiedono giustizia. E se Kavafis (o è lo stesso Andò?) insegna a veleggiare oltre il “controllo dei guardiani del tempo” e dei tempi, Antigone insegna a scegliere la giustizia come superiore forma di etica umana. Dirà a Gabriele il fratello Renato, in uno dei passi più significativi del libro, ribellandosi alla morale di Antigone “È questa la giustizia, cercare umilmente di fare ordine nel caos, rischiarare le tenebre in cui siamo immersi con la debole luce di cui disponiamo, non con la luce dell’assoluto. Quella è letteratura”.  La letteratura appunto, la cultura e dunque la bellezza con cui Andò suggerisce di salvare l’uomo. La poesia (i versi inseriti nel testo e gli eserghi tutti di Kavafis ai capitoli) come negotium, come spunto per agire. Nei versi del poeta greco, fantasma e alone di Gabriele Santoro con cui condivide lo scandalo della sensualità, nel ricordo di Anna Maria Ortese con la sua lucida passione per Napoli, Andò innesta un racconto denso di eventi (tutto accade in quindici giorni) e di riflessioni sulla vita e sulla morte, sui legami familiari, sulla ricerca dell’identità, sulla necessità di inseguire sogni e desideri, mentre sullo sfondo emerge apparentemente distante un barcone di sconfitti dalla vita come il piccolo Ciro. Gabriele e Ciro sono due personaggi potentemente tratteggiati. Il maestro ha languore, rammarico, diffidenza: si fa coinvolgere dall’imprevisto come fosse il segno atteso per riscattare una vita intera. Ciro è straordinariamente vero nel suo caos fatto di ingenuità e malizia, di paura e goffa guapperia e di tutta la sua fame di affetto. Messi uno accanto all’altro sembrano le due tessere di un puzzle impossibile, due gradazioni opposte di luce in un quadro caravaggesco, l’arrangiamento elettronico di un brano operistico. All’intensità della costruzione dei protagonisti corrisponde il ritmo della prosa, rapido nel susseguirsi degli eventi e disteso nelle riflessioni di Gabriele. C’è un passaggio in “Il bambino nascosto” che rende il senso del ritmo poetico della prosa di Andò “…da sentire c’erano solo il silenzio della notte e gli scricchiolii delle cose, il rumore del loro dilatarsi, restringersi, corrompersi”.  Infine c’è il ritmo di Napoli squarciata anch’essa tra il fuori del cortile, dell’androne e delle scale di un palazzo corrotto di Forcella e il dentro di un appartamento in quello stesso palazzo dove si fa un’altra storia. La storia.

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La scheda del libro: “Il bambino nascosto” di Roberto Andò (La nave di Teseo)

Il bambino nascosto - Roberto Andò - copertinaDopo Il trono vuoto (Premio Campiello Opera Prima), Roberto Andò torna con un romanzo di ribellione e riscatto, incentrato sull’incontro folgorante tra un bambino e un maestro di pianoforte. Ambientata in una Napoli ritrosa e segreta, una storia di iniziazione alla vita adulta, che ha lo sguardo luminoso di due personaggi indimenticabili.

Gabriele Santoro è titolare della cattedra di pianoforte al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e abita a Forcella. Una mattina, mentre sta radendosi la barba, il postino suona al citofono per avvertirlo che c’è un pacco, lui apre la porta e, prima di accoglierlo, corre a lavarsi la faccia. In quel breve lasso di tempo, un bambino di dieci anni si insinua nel suo appartamento e vi si nasconde. Il maestro – così lo chiamano nel quartiere – se ne accorgerà solo a tarda sera. Quando accade, riconosce nell’intruso Ciro, un bambino che abita con i genitori e con i fratelli nell’attico del suo stesso palazzo. Interrogato sul perché della fuga Ciro non parla. Il maestro di piano, d’istinto, decide comunque di nasconderlo in casa e così facendo avvia la sua sfida solitaria ai nemici di Ciro. Il bambino viene da un mondo in cui non è prevista alcuna educazione sentimentale, ma solo criminale. È figlio di un camorrista. Come accade quando l’infanzia è negata, o violata, Ciro ignora l’alfabeto della propria interiorità. Il maestro di pianoforte è un uomo silenzioso, colto, solitario. Un uomo di passioni nascoste, segrete. Toccherà a lui lo svezzamento affettivo di questo bambino difficile, ribelle a un destino già scritto. Una partita rischiosa in cui, dopo una iniziale esitazione, Gabriele Santoro si getterà senza freni. Alla fine, come tutte le vere storie d’amore, anche quella del maestro di piano con Ciro diventa possibile, una storia di filiazione o di paternità in cui entrambi sembrano riacciuffare il senso della loro vita. Sino a un esito drammatico in cui, fatalmente, imprevedibilmente, a saldarsi è il conto tra la legge e l’amore.

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Roberto Andò è nato a Palermo nel 1959. Regista di teatro di prosa, lirica e cinema, tra i suoi film, premiati con importanti riconoscimenti, ricordiamo Sotto falso nome con Daniel Auteuil, Le confessioni con Toni Servillo e Pierfrancesco Favino, Una storia senza nome con Micaela Ramazzotti e Laura Morante. Dal suo romanzo Il trono vuoto, vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2012, ha tratto il film Viva la libertà con Toni Servillo e Valerio Mastrandrea.

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