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L’ACQUA ALTA E I DENTI DEL LUPO di Emanuele Termini (un estratto)

gennaio 23, 2020

Pubblichiamo un estratto del romanzo “L’acqua alta e i denti del lupo. Josif Dzugasvili a Venezia” di Emanuele Termini (Exòrma)

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Quando entro nella stazione dei treni a Santa Lucia mi sento già sulla terraferma; l’impressione inversa ce l’ho quando esco da Mestre e vedo San Simeon Piccolo, mi sento subito a Venezia. Tornando a casa cerco sempre di sedermi a destra, per salutare le isole di San Secondo e San Giuliano, anche se ormai sono fuori dal “pesce” di Tiziano Scarpa, mi resta per un po’ l’impressione di galleggiare.

Sulla carrozza avevo aperto il sacchetto della libreria e mi ero messo a sfogliare Misteri della laguna e racconti di streghe di Alberto Toso Fei; il libro era composto da una raccolta di storie molto brevi e fotografie in bianco e nero. La stanchezza dopo una giornata passata a camminare me lo aveva fatto apprezzare ancora di più. L’idea di leggere qualcosa di breve, aprendo il libro a caso e senza seguire una cronologia precisa, mi piaceva.
Sfogliavo velocemente le pagine per cercare qualcosa che durasse meno del viaggio in treno, ma arrivato a Marghera avevo finito per guardare solo le fotografie, in una avevo riconosciuto una vista del chiostro di San Lazzaro e in un’altra il volto perplesso di Nemenekhamon, la mummia.

Mestre ingoia le persone. Tutta quella gente che riempie San Marco sale su un treno grande come una sola calle, arriva sulla terraferma e scompare. Mestre e Santa Lucia somigliano a due imbuti attaccati dalla parte stretta, sembra impossibile che tutta quella folla riesca a passare attraverso la Libertà, come sembra impossibile che Venezia riesca a galleggiare dalle otto del mattino alle otto di sera. Mestre invece si mangia tutti; i treni sono colmi di turisti ma al semaforo pedonale su viale Stazione non ho mai visto più di dieci persone.
Salito in macchina, Toso Fei era finito in una borsa insieme ai trucchi di Monica, io guidavo, durante il viaggio parlammo di San Lazzaro e di Venezia.
Vanto il primato di non aver mai fatto un tratto di autostrada senza essermi fermato in un autogrill e lì le tentazioni sono forti: è quasi impossibile non uscire con un grande classico della letteratura. Costano meno di un pacchetto di sigarette e vista la complessità del paragone è quasi scontato comprarne uno, serve anche a lavarsi la coscienza, a fingere di fumare di meno. Dopo la consueta tappa risalii in macchina con Il ramo d’oro di Frazer.
Arrivato a casa Alberto finì in una posizione di tutto rispetto: tra Carlo Sgorlon e E.A. Poe. Frazer andò a occupare uno scaffale insieme ad altri acquisti azzardati. Compro spesso libri che so che non leggerò, ma è anche possibile che con il passare degli anni mi capiti di prenderne in mano uno che non ricordo di aver acquistato; a distanza di tempo si rivelano delle sorprese. Capita anche che qualche libro lasciato troppo a lungo nella libreria sparisca, inspiegabilmente inghiottito da altri magari più grandi o più importanti. Ricordo di aver comprato L’entrata di Cristo a Bruxelles di Amelie Nothomb almeno tre volte: è molto sottile e finiva schiacciato tra altri romanzi; quando mi mettevo a cercarlo, con la sicurezza di chi si ricorda bene in quale posizione ha lasciato un oggetto, non trovandolo subito mi infastidivo e, piuttosto che sfilare tutti i libri uno a uno, preferivo ricomprarlo.
Non è raro che a Natale o per un compleanno prenda una di quelle copie di troppo, la impacchetti e la regali.

Da qualche giorno Alberto si era spostato dall’olimpo al comodino, una sorta di rito di passaggio obbligatorio per non finire nel dimenticatoio.
Prima di addormentarmi leggevo qualche piccola storia veneziana. Toso Fei è sintetico e preciso, profondo conoscitore di Venezia ed esperto di misteri e leggende della laguna. Una sorta di oratore e incantatore di appassionati di storia, e quando con la magia delle parole riesce a insinuare nella mente del lettore il dubbio su un mistero da svelare, si spalancano le porte della fantasia.
In mezzo a quei racconti di fantasmi e dogi c’era una storia che mi aveva colpito perché non riuscivo a collocarla: poteva essere una leggenda tramandata oralmente e nata dal guizzo di fantasia di un buontempone, ma allo stesso tempo era sostenuta da prove oggettive e testimonianze sufficientemente attendibili. In poco più di una pagina Alberto Toso Fei aveva ripercorso il viaggio di un georgiano che nel 1907, partito da Odessa per raggiungere Berlino, era passato da Ancona e aveva soggiornato a San Lazzaro degli Armeni a Venezia. Mi aveva incuriosito abbastanza da spingermi a fare qualche ricerca in più.

Il giorno dopo cercai l’autore del libro, lo rintracciai e un paio di settimane dopo ci sentimmo al telefono. Mi disse che la storia di quel georgiano era sostenuta storicamente da alcuni documenti che davano concretezza alle voci della tradizione orale veneziana. La prima cosa che dovevo procurarmi era una copia del «Candido», la numero 51 del 22 dicembre del 1957, in cui avrei trovato un articolo pubblicato da un certo Gustavo Traglia, un giornalista di cui si erano perse le tracce. Salutai Alberto, con la promessa che mi avrebbe fatto avere il numero di telefono di una persona che ne sapeva qualcosa di più di quel misterioso anarchico arrivato in laguna dal Mar Nero.

Mi sembrava impossibile riuscire a trovare una copia di una rivista che aveva più di cinquant’anni, ma l’articolo apparso su quel settimanale di Giovannino Guareschi era indispensabile per cominciare; era il primo documento che citava la presenza in Italia di quel giovane anarchico georgiano.
Ne trovai una in perfette condizioni da un antiquario di Bologna, a un prezzo irrilevante, come se il suo contenuto fosse senza valore. Mi arrivò per posta e aveva l’odore che hanno i giornali vecchi d’inverno, le pagine erano intatte e le fotografie e il testo al suo interno non avevano mai visto la luce.

(Riproduzione riservata)

© Exòrma

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La scheda del libro: “L’acqua alta e i denti del lupo. Josif Dzugasvili a Venezia” di Emanuele Termini (Exòrma)

L' acqua alta e i denti del lupo. Josif Dzugasvili a Venezia - Emanuele Termini - copertinaTra i turisti che sbarcano dai “mostri bianchi” e i veneziani che si tengono stretta la loro città, riusciremo forse a scoprire se nel 1907 il bolscevico è davvero stato lì.

Nel 1907, un giovane georgiano anarchico, che combatte a suo modo contro l’Impero russo di Nicola II, decide di intraprendere un lungo e tortuoso viaggio clandestino. Obiettivo: arrivare a Berlino per incontrare segretamente Lenin. Nascosto nella sala macchine di un cargo che trasporta grano, parte da Odessa e sbarca ad Ancona. Da lì, con l’aiuto degli anarchici del posto, raggiunge Venezia presentandosi alla soglia del Monastero di San Lazzaro degli Armeni, nella laguna veneta, dove sarà ospite dei padri mechitaristi. È una leggenda? Negli anni Cinquanta il giornalista italiano Gustavo Traglia cercò di scoprire le motivazioni che portarono Josif Dzugasvili in Europa, ma la pubblicazione delle sue ricerche fu ostacolata da chi preferiva tenere segreto quel viaggio. L’autore indaga sulla vicenda, insegue le poche tracce e i tanti pseudonimi che Josif dissemina lungo il suo cammino, raccoglie indizi e rintraccia le fonti. Assieme a lui torniamo ad ammirare la Venezia delle calli, dei sotoporteghi, dei ponti, dei tramonti in laguna.

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Emanuele Termini è nato, vive e lavora in Friuli Venezia Giulia. Grande viaggiatore, si è laureato in Lettere all’Università degli studi di Udine ma fra le sue tante e varie attività ce n’è solo una, per ora, che riguarda la letteratura, infatti questa è la sua prima opera ed è un ottimo inizio.

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