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POLENE di Claudio Magris (recensione)

gennaio 27, 2020

“Polene. Occhi del mare” di Claudio Magris (La nave di Teseo)

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di Giovanni Parrini

Nell’ipertrofica, quanto piuttosto piatta, produzione letteraria contemporanea, ci solleva trovare un’opera originale come Polene, ultima fatica di Claudio Magris, autore e intellettuale di vaglia, che non ha certo bisogno di presentazioni. Appare evidente, in questo lavoro – pubblicato nel 2019, dall’editore La nave di Teseo, nella collana “I fari” e definibile forse un saggio che sollecita alla riflessione sul rapporto tra Storia e Natura – la continuità di uno stile che da decenni dimostra, con sapienza e leggerezza l’una dell’altra sempre ineffabilmente nutrite, cos’è fare vera letteratura e che un’operazione di scrittura è autentica se nasce da un’irrefrenabile, incomprensibile, necessità naturale d’esserci prima di tutto per se stessa. Ed è proprio la scelta di un argomento marginale a porre in risalto la letterarietà dell’opera, a funzionare, come d’altronde in vari lavori del triestino, quale pretesto per sollecitare interrogativi escatologici, in generale, ma anche e non di meno sulle finalità della scrittura, in particolare. E tutto ciò parlando di polene, statue lignee un tempo installate sulle prue delle navi; prodotti artigianali nella cui puntualissima descrizione Magris dà nuovamente prova di inventiva e profondità di ricerca parimenti esemplari, tali da informarci su decine di dettagli storici, geografici, linguistici, etnici, e sempre con l’umiltà di chi si affaccia al mondo con la freschezza di una curiosità onnivora. Cosa si possa mai dire di tanto interessante sulle polene è la domanda che oggigiorno può sorgere spontanea al lettore medio, essendosi diffusa la convinzione che un’opera valga soprattutto per il tipo di contenuto, la trama e l’epilogo, non ricordando che invece è lo stile (dunque, il “medium”) a determinarne il valore, la forza, la classicità. Mi sento di ricorrere a Pavese, quando asseriva «sono libri, leggici dentro fin che puoi», poiché il lavoro pluridecennale di Magris mi pare un invito a inter-legere, a soffermarsi sul peso specifico dei tropi che portano oltre il significato letterale, cioè alla riflessione profonda, come nel semplice passo che segue: «Sulla bocca bellissima della polena del Falkland, un quattro alberi naufragato presso le Scilly una sera d’estate del 1901, c’è un sorriso indecifrabile, il sorriso di Kore […]». Le Scilly ‒ ovvero le fenicie Cassiteridi, sede immaginifica dei Campi Elisi, delle Esperidi, un arcipelago quasi trenta miglia a ovest di Land’s End (nome che pare l’avviso di un oltre esiziale!) ‒ teatro di un evento storico irrilevante, se non fosse per l’accento posto sul sorriso della polena, «esperta lei stessa dello svanire nelle profondità». Magris ci porta nella dimensione di un mito famoso, quello di Kore, altro nome di Persefone, regina dell’oltretomba, laddove la cerca sua madre Demetra e in cui quei marinai sono inghiottiti. Si spalanca l’abisso, l’interrogativo sulla tragedia della morte, che configura, tuttavia, una prima cornice esistenziale, senza la quale non avremmo senso, paradossalmente. Le polene – ci dice Magris, anche attraverso l’uso provvido di immagini a colori disposte in vari punti del libro – hanno una bellezza neoclassica, visi composti come quella della nave Jane Owen, regali posture e vaporose vesti candide come quella del Mary Hay. Ma le loro belle forme accendono un sentimento di attenuazione, disgregazione, come rattenessero un potenziale dissolvimento. Il passo riportato sopra fa parte di un impianto metaforico, anzi direi allegorico, che apre alla ponderosa diade bellezza-cancellazione, dunque cosmo-caos, elementi coniugati in ciò che l’inglese Addison definiva «orrore piacevole», poli che la filosofia, fin dai tempi dello pseudo-Longino, indica col vocabolo “Sublime”, del quale si legge a pagina 25; il Sublime con la esse maiuscola, oscuro sentimento estetico scatenato da terrore e piacere assieme, che in Hegel esprime il contrasto tra finitezza e infinitezza; esso rappresenta qui la dimensione tremenda di ciò che è vago, proteiforme, primordiale e che ogni polena era preposta, per così dire, ad affrontare, cosicché la percezione tanto devastante quanto attraente del nulla non investisse direttamente i marinai. Una funzione superstiziosa affidata a queste statue figlie di un’arte minore, poco o mai celebrate, oppure ridotte a mozziconi di legno, nella «sorte comune del bello venuto dal basso […] e ormai sciolto», per riprendere le parole di Sindrome del distacco e tregua, ultimo libro di Maurizio Cucchi.
E la vicenda umana – anche quella odierna ultratecnologica, va detto – si agita comunque tra conoscenza razionale, dunque controllo (presunto) del reale, e dimensione mitica o direi fantastica, qual è quella rappresentata dal popolare Olandese Volante, per esempio, il famoso vascello fantasma che annuncia la sventura del naufragio, per sfuggire alla quale solo la polena costituiva tradizionalmente l’aiuto estremo, come in una delle innumerevoli storie di questo colto e insolito libro, quella di Vincenzo De Felice, naufrago della nave Primos, il 24 giugno 1871, affondata al largo delle isole Scilly. Il marinaio «si trovò in acqua, si afferrò alla polena, una bella donna pienotta e arguta con vasti seni sotto la fluttuante veste bianca», salvandosi fortunosamente. E le polene sono allora da recuperare a ogni costo, da strappare all’abisso marino, per devozione, forse per un sentimento di riconoscenza. È il caso della polena Euridice, appartenente all’omonima fregata oggi nel museo navale di La Spezia, tratta in salvo da un marinaio, quasi che qui il mito, evocato dal nome e dall’evento tragico, funzionasse da monito a non perdere la fiducia, così da sconfessare la condanna inappellabile patita da Orfeo a causa della sua risaputa trasgressione. La frequentazione dei miti e del mondo classico è diffusa in Magris e, in generale, l’attrito tra l’informità affascinante ma pericolosa dell’origine e l’ordine contingente: si direbbe tra aspro flusso dionisiaco e calma apollinea. In Polene, il potenziale mitico è nelle fibre del legno, dove permane la grazia delle amadriadi, poi sottoposta a una foggia dagli artigiani e condotta a impregnarsi di salsedine, a consumarsi sotto l’azione della vaghezza placida o feroce in cui il mare si staglia. C’è l’idea remotissima della ciclicità, simbolizzata dall’Uroboro, della tensione tra un’essenzialità impervia e l’affossante retorica mondana. Un tema che può ricordare le argomentazioni della tesi di laurea di Carlo Michelstaedter (suicidatosi prima di discuterla), La persuasione e la rettorica, indirettamente influenzata da un ex-compagno di scuola di Carlo, Enrico Mreule, sulla cui vicenda, peraltro, l’autore aveva costruito Un altro mare. Il mare ‒ irresistibile topos letterario della poesia, dall’antichità fino al ligure Conte col suo Non smetterò di scrivere sul mare ‒ è presente anche nel molto novecentesco Alla cieca, dove la confusione delle identità, lo scontro fra l’io e la Storia, ne sono in definitiva l’equivalente sul piano sociale: miliardi di gocce (gli individui) ognuna vera nella propria vicenda ma poi unicamente acqua (gente), colore, viaggio interminabile tra lidi e lidi. «Ogni uomo è marinaio anche se non sa di esserlo» è una frase che Magris mette sulla bocca di Salvatore Čipiko, uno dei comprimari del romanzo, capitano di una galea da dove è stata «rapita» la polena Donna, con rammarico degli abitanti della cittadina croata di Traù. Perché, in ultima analisi, è forse l’oblio visto dalla polena bianca della nave Mary Smeed ciò che l’autore pone in risalto; la provvisorietà, leggibile in filigrana nelle nove sezioni del libro, imparzialmente imposta da Natura e all’infinito rimasticata in mille speculazioni dalla Storia. In tale irresolubile ma tuttavia necessario confronto, resta di autentico la curiosità, segno commosso e giovane da condividere con altri e altri ancora. Resta la verità leggera che «poeticamente abita l’uomo su questa terra». Lo aveva detto Hölderlin. Forse, anche l’autore questo ha voluto raccontarci con Polene e in altre sue opere.

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La scheda del libro: “Polene. Occhi del mare” di Claudio Magris (La nave di Teseo)

Polene. Occhi del mare. Ediz. a colori - Claudio Magris - copertinaClaudio Magris torna con un libro che parla di mare, di donne, di navi e di letteratura, un gioiello di scrittura e inventiva che è solo apparentemente una storia degli oggetti. Le polene – le statue che decoravano la prua delle navi – in queste pagine emergono dal mito per diventare figure reali, che popolano una galleria di indimenticabili ritratti femminili: sono sirene, dee, donne comuni o veggenti come Cassandra, seduttrici, madri, sono donne perverse, terribili, visionarie. Attraverso le loro forme sensuali, davanti agli occhi del lettore si svolge una storia colta e stravagante, documentata e luminosa: un racconto illustrato di eroine, avventurieri, cimiteri di navi, che riemergono immortali dagli abissi della memoria.
Il mare, reale o fantasioso che sia, diventa occasione per riflettere sulla vita, sulle sue zone di luce e ombra, sull’infanzia e la sua spericolatezza, sulla necessità di un approdo e sul potere della letteratura – da Karen Blixen e Nathaniel Hawthorne a Juan Octavio Prenz e Giuseppe Sgarbi – capace di condurci in ogni tempo, verso un altrove irraggiungibile.

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Claudio Magris, nato a Trieste, ha insegnato Lingua e Letteratura tedesca presso le Università di Trieste e di Torino. Ha ricevuto diverse lauree honoris causa e numerosi premi, tra i quali: Prix du meilleur libre étranger 1990; Premio Strega 1997; Premio Principe de Asturias 2004; Friedenspreis des Deutschen Buchhandels 2009; Premio FIL de Literatura en Lehnguts Romances 2014; Kafka-Prize 2016. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo con Einaudi Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna (1963), Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale (1971); con Garzanti Danubio (1986), Un altro mare (1991), Microcosmi (1997), La mostra (2001), Alla cieca (2005), Lei dunque capirà (2006), Alfabeti (2008), Non luogo a procedere (2015), Tempo curvo a Krems (2019). Presso La nave di Teseo ha pubblicato Istantanee (2016).

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