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AI SOPRAVVISSUTI SPAREREMO ANCORA di Claudio Lagomarsini: incontro con l’autore

gennaio 28, 2020

AI SOPRAVVISSUTI SPAREREMO ANCORA di Claudio Lagomarsini (Fazi editore): un romanzo d’esordio

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Claudio Lagomarsini è ricercatore di Filologia romanza all’Università di Siena. Oltre a diverse pubblicazioni accademiche, suoi articoli di approfondimento sono usciti per «Il Post», «minima&moralia», «Le parole e le cose». Come narratore, ha pubblicato diversi racconti per «Nuovi Argomenti», «Colla» e «retabloid», vincendo un contest organizzato dal Premio Calvino nel 2019. Per Fazi editore ha appena pubblicato il suo primo romanzo intitolato “Ai sopravvissuti spareremo ancora“: una “tragedia della porta accanto” dai toni alti e trasfigurati. Il ritratto lucido e impietoso di un mondo al tramonto visto con gli occhi di un ragazzo, impotente di fronte alla realtà in cui si trova a vivere.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Il mio romanzo di esordio», ha detto Claudio Lagomarsini a Letteratitudine «ha tre protagonisti: due personaggi e un luogo. Il primo protagonista non ha nome, anche se da un certo punto in avanti lo conosceremo come “il Salice”. Prende la parola nelle prime pagine, dove lo troviamo impegnato nella vendita della casa di famiglia, a cui sono legati ricordi dolorosi. Rovistando tra gli scatoloni vengono a galla cinque quaderni, nei quali il Salice riconosce la scrittura di suo fratello e il resoconto di ciò che è successo l’estate di quindici anni prima. A questo punto la parola passa all’autore dei quaderni, Marcello.
Claudio LagomarsiniIl suo «romanzo», come lui lo chiama, inizia da una rapina nella casa del vicino, un ottantenne dai modi spicci soprannominato “il Tordo” per via delle gambette magre costrette a reggere un grosso pancione da bevitore. Nello stesso gruppo di case vive anche la nonna, anziana ma piena di vitalità, molto diversa dalla tradizionale nonnina premurosa che ci aspetteremmo. Marcello abita con la madre e con il compagno di lei, un uomo rozzo ma anche affascinante, sopranominato Wayne un po’ a causa della sua passione per i film western, un po’ per i suoi ridicoli atteggiamenti da cowboy di provincia. Nel tempo libero Wayne e il Tordo coltivano insieme un orto. Un’occupazione innocua, se non fosse per la tendenza dei due uomini a voler occupare da soli la scena. Complici le tensioni che seguono la rapina, l’orto si trasforma, così, in una vera e propria arena, in cui restano ad affrontarsi i due uomini duri che abitano in questo strano vicinato.
Mentre scrivevo, oltre che al Salice e a Marcello, per me è diventato molto importante dare voce allo scenario. Anche se ricorda la provincia particolarissima in cui sono cresciuto, sul confine tra Toscana e Liguria, alla fine l’ambiente tratteggiato nel romanzo si è trasformato (o almeno queste erano le intenzioni) in una sorta di provincia per eccellenza, un luogo sospeso e isolato dal mondo, in cui tutto può accadere.
Il racconto della rapina, invece, mi ha dato la possibilità di contaminare il romanzo – che per il resto ha l’impianto di un affresco familiare e sociale – con elementi del giallo, un genere che mi incuriosisce soprattutto quando è contaminato con altre forme. Ad esempio, un romanzo che ho amato molto, La donna della domenica di Fruttero & Lucentini, sfrutta proprio la forma del giallo per raccontare un ambiente, che in quel caso è la borghesia torinese. Nel mio caso, invece, abbiamo a che fare con una provincia retrograda e sessista, conformista e gretta.
Un ulteriore elemento che ho cercato di valorizzare è quello dello scontro generazionale, che nel romanzo prende i tratti di un conflitto tra il mondo maschilista e patriarcale delle generazioni passate e un mondo nuovo, più aperto e tollerante ma dal profilo ancora sfuggente. Il momento di passaggio che Marcello vive nella sua crisi adolescenziale viene drammaticamente potenziato, così, da una trasformazione di portata storica, che se non sbaglio è proprio quella che stiamo attraversando adesso».

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Un estratto del libro

Prima che il chiacchiericcio familiare fosse movimentato dalla rapina, il luogo comune di conversazione era l’orto che il Tordo e Wayne hanno deciso di coltivare insieme. Lo fanno nel campo del Tordo, seminandoci le verdure a metà.
Ma le cose si sono complicate da subito. È come se l’idea di fare un orto in società, affiorata per caso in una chiacchierata oziosa, fluidificata da un bicchiere di vino, abbia finito per imporsi in maniera autonoma. Quando l’etanolo è evaporato, dell’orto in comune non interessava una sega a nessuno, né a Wayne né al Tordo. Entrambi sono convinti, adesso, che l’idea sia dell’altro e che, per essere uomini e mantenere rapporti di buon vicinato, non si possa più dire no, ritirarsi, abbandonare.
Quando lavorano insieme, pieni di sudore, sporchi di terra da far schifo ai lombrichi, Wayne spiega al Tordo come andrebbero fatte certe cose che l’altro fa a modo suo da più o meno sessant’anni. E il Tordo assume nei confronti di Wayne l’atteggiamento più pericoloso che uno può avere con un tipo del genere: la condiscendenza paterna.
«Ah, tu fai così, eh? Hm, no, dai, non si fa mica così. Dammi qui, ninì, che te lo faccio vedere io come vuol fatto».
Anche se Wayne non reagisce e continua a modo suo, il Tordo insiste, gli strappa la vanga dalle mani, si mette a incidere un fazzoletto di terra vergine con la punta dell’arnese. Mostra l’impugnatura dei padri e le antiche tecniche di dissodamento, le uniche che abbiano efficacia se vuoi vangare la terra nel modo corretto e cavarci qualcosa che non siano i sassi.
Wayne lo lascia fare, si volta platealmente da un’altra parte, si accende una sigaretta, che fuma nervoso. Se incrocia lo sguardo di mia madre alla finestra, scuote la testa. Ma poi, non sopportando di restare con le mani in mano, torna alla carica:
«Guarda che così ti fai male alla schiena, fammi fare a me».
Se il Tordo non sente, perché è effettivamente duro d’orecchie, oppure se fa finta di non sentire, «Attento… attento… attento», gli ripete Wayne. Quando ci si mette è più insistente e ottuso di quell’allarme che hanno ormai molte auto, un bip fastidioso che ti impone di allacciarti la cintura anche per fare cento metri a passo d’uomo in un parcheggio deserto.
Alla fine, di malavoglia, il Tordo restituisce la vanga, arretra a passi incerti tra le zolle, lucido del sudore freddo e malsano dei vecchi, vampirizzato dalle zanzare tigre sulle braccia e sul collo. Si gira anche lui verso le case, in direzione delle finestre di nonna.
Il loro problema è che, sentendosi maschi-maschi, devono dimostrarlo in ogni azione, gesto, parola. Se poi c’è un pubblico femminile che li guarda dagli spalti fin giù nell’arena, non possono fare altrimenti: masculinité oblige.
«Qui ci vanno i fagiolini».
«Quali fagiolini e fagiolini? Quelli, bello mio, andavano buttati giù quindici giorni fa».
«Ma cosa dici? Li puoi mettere anche ora. Sennò… Vabbe’, dai, facciamo come vuoi te, buttiamo giù un’altra fila di pomodori».
«Si fa presto a dire pomodori. Cuore di bue o ciliegia? Perché non è mica la stessa cosa».
Stanno continuando così da un pezzo. Hanno detto i nomi di tutte le varietà di verdura che conosco.
Mio padre è agronomo, ma sono sicuro che Wayne avrebbe da insegnare anche a lui. Perfino laggiù in Brasile gli insegnerebbe, dove il babbo se ne è andato dieci anni fa a coltivare piante gonfie da scoppiare di cui ogni tanto ci manda una foto a mo’ di cartolina.
In un angolo dell’orto riconosco il serbatoio in polietilene blu che fino a qualche tempo fa stava nel nostro giardino. Lo ha fatto spostare Wayne, dice che serve per avere acqua a temperatura ambiente e non sottoporre le piante dell’orto a uno shock termico.
Quante premure. Quanto lavoro. Se Wayne non fosse l’attore coprotagonista ma il semplice spettatore di questa messinscena agreste, direbbe che l’orto è una fatica da scemi. D’estate, all’Esselunga, i pomodori te li regalano.

(riproduzione riservata)

© Fazi editore

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La scheda del libro: “Ai sopravvissuti spareremo ancora” di Claudio Lagomarsini (Fazi)

Ai sopravvissuti spareremo ancora - Claudio Lagomarsini - copertinaUn giovane è costretto a tornare nel paese d’origine per vendere la casa di famiglia: è un ritorno doloroso così come lo è il ritrovamento di cinque quaderni scritti molti anni prima dal fratello maggiore Marcello. Leggendoli per la prima volta, il ragazzo, ormai uomo, ripensa all’estate del 2002 quando i due fratelli vivevano ancora insieme, con la madre e il compagno della donna, soprannominato Wayne. La loro casa era stretta tra quella della nonna materna e quella di un uomo, soprannominato il Tordo. Nei quaderni, Marcello racconta molte cose di quell’estate: le cene all’aperto, le discussioni furibonde tra il Tordo e Wayne, la relazione amorosa tra la nonna e il Tordo, il rapporto conflittuale tra la madre e la nonna. Fra i vari episodi riportati nel diario, uno in particolare sarà quello che scatenerà la serie di eventi che porteranno all’inaspettato e drammatico epilogo. Con uno stile perfettamente calibrato e una lingua che mescola tratti eleganti a termini più colloquiali, Claudio Lagomarsini riesce a svelare il crepuscolo di un mondo patriarcale, sessista e arretrato, fotografando dall’interno una società destinata a sparire, eppure ancora così rappresentativa del nostro paese. Tra cene in cortile, litigi per un orto e comportamenti retrogradi, Ai sopravvissuti spareremo ancora racconta la quotidianità di un ambiente provinciale piccolo e meschino e l’angoscia di chi con questa quotidianità non riesce più ad avere a che fare. L’attaccamento ai confini della proprietà privata e l’atmosfera oppressiva del nucleo abitato al centro della storia sono il cuore di questo notevole romanzo d’esordio che affronta il dramma di un ragazzo che, pur dotato di un’acuta sensibilità, nulla potrà contro la grettezza e la distanza della famiglia che gli è toccata in sorte.

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