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IL PADRE, LA MADRE di Franco Marcoaldi e Marilù Eustachio (recensione)

gennaio 28, 2020

Il padre, la madre” di Franco Marcoaldi e Marilù Eustachio (Edizioni Le Farfalle)

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di Eva Luna Mascolino

«In questa misteriosa corsa / che muove avanti e indietro / senza una direzione precisa / e ordinata, scendendo / e risalendo le rampe buie / del nostro cuore affaticato, / io so che ciascuno viaggia solo». A dichiararlo è la voce recitante del poemetto Il padre, la madre edito da Edizioni Le Farfalle. Ne è consapevole fin dall’inizio del suo monologo, eppure non può fare a meno di interrogarsi mentre si rivolge idealmente alle due figure assenti che dànno il titolo all’opera. Lo fa in versi, senza apparire sulla scena se non con la sua voce, e parlando in versi con una forza evocativa che solo la penna di Franco Marcoaldi avrebbe potuto trovare nel ritmo incalzante del rapporto tra genitori e figli.

A costituire un contraltare fuori dall’ordinario per un testo tanto pregnante sono le illustrazioni di Marilù Eustachio, che si rispecchiano nei versi liberi e sciolti e da loro sono esaltate, in una danza tra l’immagine e la parola in grado di trasformare qualsiasi dualismo in una sintesi armonica tra forme d’arte solo apparentemente lontane. È così, in bilico tra la poesia e l’onirico, che prende quindi forma la ricerca del protagonista di padre e madre, vivi nella memoria ma assenti con i loro corpi. La loro rievocazione è per il figlio un’opportunità di riflessione sul tema dell’esistenza, della morte e della solitudine, nonché sulla malinconia del tempo che passa:

«Ché il tempo non è freccia / scoccata dall’arco degli dèi, / ma un cerchio umano stretto, / che torna e ritorna su se stesso. / Che anticipa e ritarda, / dilata e si rapprende. / E poi di sguincio / fende i giorni, i secoli, la vita.»

Nel suo vorticoso viaggio intorno al significato della vita, però, la voce recitante non è sola. La accompagna in fondo a ogni pensiero un Coro non meglio definito, a propria volta privo di qualsiasi descrizione, indicazione, paratesto. Tutto ciò che è dato sapere a chi legge è che si esprime attraverso brevi passaggi tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento, oppure dall’Eneide di Virgilio. Tra il polo del sacro e quello dell’epica solo in un caso si frappongono le parole di Guglielmo di Saint-Thierry, in un volteggiare di secoli e di punti di vista che concludono o riaprono allusivamente i discorsi del protagonista.

Quello che se ne ricava è un piacere della lettura svincolato da qualsiasi aspettativa, diverso e al di fuori del canone, in bilico tra generi non ancora inventati ed equilibri di per sé inesistenti. E, se la prima impressione potrebbe quindi essere di spaesamento e di disturbo, in realtà più ci si lascia guidare dalla musicalità della vicenda più se ne intuisce il carattere delicato e avvolgente, grazie a un ritmo che incalza senza mai apparire artificioso. Sembra, anzi, che all’interno dello stesso lungo respiro la voce recitante passi dalla preghiera di un ricongiungimento fisico con i genitori alla consapevolezza che, pur nella loro assenza, un ricongiungimento generazionale si è verificato.

Nella prospettiva di un’eredità dell’assenza, infatti, si fa concreta la prospettiva di una presenza ultra-corporea, capace di permeare di sé la mente di chi resta. D’altronde, «se inizio e fine ruotano sempre/ lungo lo stesso, impercettibile / confine, è grazie a quel contatto / caldo, a quella salda stretta» che non si riesce a sfiorare, ma che testimonia la promessa mantenuta di un incontro: è per tale ragione che, nell’epilogo affidato al coro, un balbettare finalmente sereno accetta la sfida di stare al mondo del figlio allegorico nato da un padre e una madre altrettanto figurati e cangianti.

«In modo mirabile questo specialissimo libro rinverdisce l’antico detto ut pictura, poesis – che sta all’inizio dell’affair tra pittura e poesia», scrive nel risvolto di copertina Nadia Fusini, descrivendo con incredibile precisione il risultato raggiunto da due esponenti della cultura contemporanea italiana che, in termini di suggestioni, hanno tutto da insegnare.

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Il padre, la madre - Franco Marcoaldi,Marilù Eustachio - copertinaLa scheda del libro: Il padre, la madre” di Franco Marcoaldi e Marilù Eustachio (Edizioni Le Farfalle)

«In modo mirabile questo specialissimo libro rinverdisce l’antico detto ut pictura, poesis – che sta all’inizio dell’affair tra pittura e poesia. La nostra tradizione crede nella relazione tra le arti sorelle e seguendo tale fede nei secoli i pittori si sono ispirati a motivi letterari per le loro composizioni; mentre i poeti hanno cercato di evocare immagini a cui soltanto le arti plastiche potevano rendere giustizia. L’affair si ripete tra i versi di Franco Marcoaldi e i segni di Marilù Eustachio. Catturati dal tratto lieve e brillante della pittrice e dalla densità materica della parola del poeta, cogliamo la differenza e insieme avvertiamo la medesima densità auratica, che nella lingua poetica si addensa secondo toni ora solenni (nel coro), ora lirici (nel dettato del figlio), e nella lingua della pittura coagula nell’intensità del colore, o si slancia in levare nel segno acrobatico.
Come in pittura, così in poesia avviciniamo quell’increspatura dell’invisibile, quel punto, o istante in cui il mistero si rende alla vista e all’udito: si fa manifesto. Senza essere né detto, né rappresentato. E assistiamo allo straordinario caso della figura che si fa parola e segno, e finalmente accede alle mobili vie della creazione. È un ritmo che il poeta coglie nella rima sfiorata, allusa ed elusa nel gioco di assonanze, allitterazioni e cesure; e la pittrice invece nella forma sorpresa nell’istante in cui muove e scorre e scompare. Perché “passa la figura di questo mondo”, insegna S. Paolo (1 Corinzi, 7, 31). Ma nel ritmo del verso, nel movimento del segno, il poeta e la pittrice la fissano.
» (Nadia Fusini)

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Franco Marcoaldi è nato nel 1955 e vive da tempo sulla laguna di Orbetello.
Nel corso degli anni ha fondato riviste (
Leggere), è stato consulente di case editrici (Donzelli, Mondadori), ha scritto per il teatro (Benjaminowo e Sconcerto con Toni Servillo), per la musica (lavorando con Fabio Vacchi e Giorgio Battistelli), per la televisione (i ‘Dieci Comandamenti’ di Roberto Benigni, la serie di documentari ‘Grand’Italia’ per Rai Cultura).
Ha curato il Meridiano Mondadori di Fosco Maraini e introdotto opere di Cesare Brandi, Pierpaolo Pasolini, Beniamino Placido. Ha collaborato con il fotografo Mario Dondero e la pittrice Giosetta Fioroni.
È autore della serie di documentari
Grand’Italia – 12 ritratti di italiani che negli ambiti più diversi hanno reso grande l’Italia nel mondo – andata in onda su Rai Storia e in programmazione nel 2016 su Sky Arte.
Ha scritto libri di viaggio
(Un mese col Buddha, Prove di viaggio e Viaggio al centro della provincia), saggi e romanzi (tra gli altri, Voci rubate e Il vergine). Ma il centro della sua attività è la poesia.
Molti i suoi libri in versi, che hanno vinto i più importanti premi – dal Viareggio al Montale, dal Pavese al Brancati:
Mosca cieca, Amore non Amore, L’isola celeste, Benjaminowo, Celibi al limbo, Animali in versi, Il tempo ormai breve, La trappola. il 1º settembre 2015 è stato pubblicato per Einaudi il suo ultimo poemetto: Il mondo sia lodato. Diversi suoi libri sono stati tradotti all’estero.
Collabora da molti anni al quotidiano La Repubblica.

Marilù Eustachio (Merano, 15 agosto 1934) è un’artista italiana.
Pur avendo scelto la pittura come mezzo privilegiato d’espressione, Marilù Eustachio ha da sempre creato opere che cercano di riunire e riuniscono una doppia vocazione: quella letteraria e quella relativa alle arti figurative. I suoi
taccuini ad esempio, realizzati fin dall’infanzia, sono concepiti da Eustachio come un processo che permette di “fare un libro a mano, che si può arricchire con immagini e con scritti, con note e trascrizioni”. Secondo lo storico dell’arte Peter Weiermair, Susan Sontag ha definito l’opera di Eustachio come “un raccogliere, accumulare, costruire e lasciar tracce”.
Marilù Eustachio si è cimentata anche con la fotografia, e in questo caso si è concentrata su nature morte e oggetti trovati.
Sue opere sono presenti nelle collezioni della Galleria Civica di Modena e del Museion di Bolzano.

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