CLAUDIA PETRUCCI racconta L’ESERCIZIO

gennaio 30, 2020

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: CLAUDIA PETRUCCI racconta il suo romanzo L’ESERCIZIO (La nave di Teseo)

* * *

di Claudia Petrucci

È l’inverno del 2016. Da mesi mi insegue la visione nitida di tre persone in una stanza, due uomini, una donna, conosco i loro nomi, so perché si trovano lì; uno di loro, a cui so che vorrei affidare la mia voce, guarda fuori dall’unica finestra: nel suo mondo piove. Anche nel mio mondo piove. Sono a Milano, all’università Statale, aspetto che la leggendaria enorme carpa del laghetto si faccia vedere. Milano è la mia città, eppure vivo già in un’altra, e precedentemente ho vissuto ancora altrove, in un perpetuo allontanamento dall’oggetto del mio desiderio. Milano è la mia acqua, e il primo posto in cui mi sento abbastanza me stessa da raccontare a qualcuno la storia che vorrei scrivere. Tra qualche mese prenderò la seconda decisione che mi ribalterà l’esistenza, non ci sarà più una laurea a cui pensare, niente più viaggi su treni interregionali; non so ancora che chiuderò la porta dell’appartamento in cui ho trascorso i primi quattro anni del mio matrimonio e non la riaprirò mai più.

Le tre persone che vedo nella stanza si chiamano Giorgia, Filippo, Mauro. La loro storia si innesca intorno a un dramma: Giorgia e Filippo, che sono una coppia, che si amano, finiscono distrutti dalla malattia di lei. Giorgia, schizofrenica, dimentica la sua identità e, insieme a essa, anche Filippo. Mauro, che è il vecchio insegnante di recitazione di Giorgia e che ha involontariamente avviato la deriva delle vite sua e di Filippo, convincerà quest’ultimo a un tentativo surreale: sfruttare la malattia della donna per guarirla, scriverle un copione su misura, in cui lei possa interpretare se stessa e tornare alla normalità.

Chi sono? Me lo chiedo durante l’intero primo anno passato in Australia. La domanda supera di due passi la meraviglia, lo straniamento, è sempre davanti a tutto, anche alla stanchezza e alla diramazione delle molte nuove identità parallele che costruisco intorno alla mia persona. In certi giorni muto me stessa almeno tre volte, indosso tre divise per tre impieghi differenti, e più che una ventisettenne italiana emigrata mi sento un trasformista. Dismetto la divisa dell’ufficio nel bagno di un grattacielo, corro fino alla boutique in cui lavoro come commessa indossando morbido lino e colori pastello; all’ora del tramonto svesto in un treno la superficie colorata di me e sparisco in una camicia nera per le ore di servizio nei ristoranti.

Nel frattempo, spesso di notte, scrivo racconti. Penso di non avere gli strumenti per aggredire subito il romanzo, di avere bisogno di esercitarmi. Moltiplico le identità online, creo pseudonimi con i quali invio i miei testi alle riviste indipendenti, invento biografie di uomini più grandi di me che lavorano nel settore informatico, o non lavorano, o mi vendo del tutto anonima e asessuata. Con ognuna delle firme assecondo uno stile, una forma, temi differenti. Nella vita reale, offline, perfeziono un apparato speculare di geometrica finzione il cui scopo è precedere il desiderio dei capi, dei clienti, dei potenziali amici. La mimesi è sempre stata il mio terreno favorito di gioco, ma in Australia questo gioco si infetta, diventa grottesco – abbasso e alzo i registri, scelgo le carte degli argomenti, dell’ascolto, delle posture, dei movimenti, delle marcature degli accenti, più esotico, meno esotico – nell’incertezza play dumb, funziona sempre.

Un giorno, guardo mio marito parlare con i suoi genitori su Skype. Sceglie, attraverso il video, i vestiti e le scarpe che vuole tenere tra quelli che abbiamo dovuto lasciare a casa nostra, in Italia – siamo arrivati in Australia con trenta chili di bagaglio ciascuno. Io mi rifiuto di selezionare le mie cose, chiedo ai miei suoceri di spedire tutto a casa dei miei. Di lì a breve qualcun altro entra nella nostra casa, e improvvisamente noi non esistiamo più, scompaiono quelli che siamo stati, finiamo smistati nelle scatole, riciclati nella spazzatura, donati a estranei. Non ci sono più intorno le persone che ci hanno cresciuti a dirci chi siamo, i nostri amici di lunga data, non possiamo più rifletterci nei loro volti perché loro non ci riconoscono: non torneremo mai a essere le persone che potevano prevedere. Il mio adattamento al nuovo continente diventa disgregazione, dissolvimento. Sono pronta.

Inizio la stesura alla fine del giugno 2018. Scrivo sempre molto stanca dopo il lavoro, nel corso di smottamenti esistenziali legati alle problematiche dei visti, ma è ancora la stessa domanda che mi ossessiona: chi sono? Il concetto di identità, il fraintendimento dei suoi significanti: comprendo che è di questo ho voluto scrivere, fin dal principio, e che non è stata la mancanza di strumenti a frenarmi. La capacità che credevo di possedere, di definire me stessa, di riconoscermi in uno specchio, mi aveva impedito di considerare una visione più ampia. Da questa visione muove il primo livello de L’esercizio, in cui viene presentato Filippo, il protagonista e voce narrante del romanzo.

Filippo è prigioniero di un’identità, ne è servo al punto da preferirla a qualunque altra possibilità. Le condizioni economiche e il sistema sociale, che sono stati anche i miei, non lo facilitano. Come me, Filippo è stato cresciuto credendo di poter essere qualunque cosa, ma è poi stato messo nelle condizioni di esserne una sola. Giorgia, che è naturalmente propensa all’adattamento, alla conciliazione – anche perché ha problemi di salute la cui gestione le impedisce altri sforzi – fa parte della vita di Filippo come elemento integrante della sua identità. Quando la storia comincia, Filippo è Giorgia, è la loro insoddisfazione lavorativa, economica, l’annullamento delle loro aspirazioni. L’attaccamento di Filippo a questo schema è tale che lui non è in grado di distinguere Giorgia come individuo in diritto di scegliere per sé o di ammalarsi o di deviare dall’ordine delle cose. In prima battuta, tutto quello che Filippo desidera è avere indietro la sua vita, vuole che Giorgia guarisca per potere tornare a essere infelice nel modo che gli è più familiare.

Al secondo livello de L’esercizio, quando Filippo e Mauro ultimano il primo copione, quello che entrambi credono inizialmente essere un folle tentativo si rivela uno strumento potentissimo: Giorgia interpreta il personaggio che è stato scritto per lei. Filippo si scontra con la povertà della sua idea di Giorgia e con l’impossibilità di riprodurla fedelmente. Nella prima stesura del copione, è evidente che a Filippo manchi un’autentica conoscenza della persona che ama: questa ignoranza è manifesta nella creazione di un personaggio stereotipato, piatto, prevedibile, del tutto privo di volontà e perciò del tutto innocuo. Questa è la Giorgia che Filippo credeva funzionare nella sua vita ma, nel momento in cui lui la imbriglia in quella identità, si scopre insoddisfatto. Alla prima stesura, è evidente che i motivi dell’amore di Filippo non sono la gentilezza, la sincerità, o la docilità di Giorgia. I motivi sono differenti, ma Filippo non ha la più pallida idea di quali essi siano.

Al terzo livello de L’esercizio ho focalizzato i miei sforzi sulla rappresentazione della manipolazione. Quando Filippo e Mauro scoprono il potere del copione anche noi scopriamo qualcosa di determinante su di loro come personaggi. A questo livello mi interessava porre alcune domande, per esempio: se davvero ce ne fosse offerta la possibilità, riusciremmo a resistere alla tentazione di intervenire su quelli che interpretiamo come difetti nelle persone che amiamo? Ma anche: messi a conoscenza delle profonde vulnerabilità delle persone che amiamo, riusciremmo o riusciamo a non sfruttarle a nostro vantaggio? Per Filippo e per Mauro la risposta a entrambe le domande è stata: no, noi non possiamo resistere. Entrambi, specialmente Filippo, cedono alla tentazione di manipolare Giorgia nel modo oggettivamente più crudele possibile: approfittando della condizione di massima vulnerabilità cui la sua malattia la costringe. La volontà manipolatoria di Filippo è camuffata dal motivo nobile di renderle la vita più semplice, più felice. La nuova Giorgia è refrattaria alle sofferenze del suo passato, più forte, ma dietro a questa Giorgia, Filippo insegue principalmente la sua idea di una vita immune allo scacco della malattia di lei, sessualmente più appagante, perfezionata, funzionale a nuovi livelli. Giorgia smette esplicitamente di essere una persona e diventa un mezzo. I risultati di questo processo sono inaspettati.

Nel settembre 2018, torno a Milano dopo quasi tre anni di assenza e, nell’ultima settimana di tempo che mi sono imposta per finire la stesura del romanzo, cammino moltissimo. Percorro la città senza riposo, ho un certo imbarazzo a spiegare ai miei nonni che mi allontano da casa quasi solo per camminare, e infatti mento, sparisco per delle ore con la scusa di visite ad altri parenti, ad altri amici, ma in realtà cammino, cammino e basta, e non voglio compagnia.  Ho l’ansia febbrile di riconnettermi alla mia acqua, misuro la mia appartenenza a questa città sui chilometri fatti a piedi, nei posti in cui mi sembra di rivedere me stessa e coloro che ho amato, che non ci sono già più o che mi saranno tolti troppo presto. Chi sono, chi siamo? Non è forse tutto un fraintendimento?

Il giorno in cui chiudo l’epilogo, incontro la prima persona a cui ho raccontato questa storia. Dico che sono esausta, che mancano solo poche pagine ma non so se tutto questo lavoro o tutta questa energia porteranno a qualcosa – è più facile di no. Al momento di andare, ci salutiamo con il proposito di rivederci presto, anche se sappiamo che non succederà. La prima persona a cui ho raccontato questa storia mi scrive un messaggio la sera stessa, molto tardi, mentre sto già scrivendo. Dice: “porta a termine il tuo esercizio”. Porto a termine il mio esercizio.

(Riproduzione riservata)

© Claudia Petrucci

* * *

La scheda del libro: “L’esercizio” di Claudia Petrucci (La nave di Teseo)

L' esercizio - Claudia Petrucci - copertinaGiorgia incontra Filippo a una festa di laurea: lui si innamora della sua fragilità, lei si sente rassicurata dalla normalità di quel ragazzo laureato in Lettere, che ha dovuto rinunciare al giornalismo per dedicarsi al bar dei genitori. Come molti coetanei, la loro vita di coppia si scontra con ambizioni negate e costanti problemi economici, così Giorgia non riesce più a trattenere la sua inquietudine, che esplode quando ritrova per caso Mauro, il suo vecchio maestro di teatro. La recitazione era già stata per lei l’ancora di salvezza nei momenti più bui del suo passato, e il palco ora sembra finalmente riaccenderla. Ma incendiare un’anima irrequieta può diventare un esercizio rischioso se l’attrice protagonista perde di vista il confine tra realtà e finzione.
Filippo e Mauro si troveranno complici e avversari al tempo stesso, sedotti da un gioco pericoloso per riconquistare Giorgia: scrivere il copione per la sua vita perfetta.
In questo folgorante romanzo d’esordio già in corso di traduzione in Francia e in Germania, Claudia Petrucci racconta il confine ambiguo tra l’amore e il possesso con una scrittura limpida, avvincente, magnetica.

* * *

Claudia Petrucci (1990) si è laureata in Lettere moderne a Milano, dove ha lavorato come copywriter, web content editor e social media manager. Ora vive a Perth, Australia.
Suoi racconti e reportage sono stati pubblicati su Cadillac, minima&moralia e altre riviste.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook e su Twitter

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: