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I MIGLIORI ANNI di Cinzia Giorgio: incontro con l’autrice

gennaio 30, 2020

I MIGLIORI ANNI di Cinzia Giorgio (Newton Compton): incontro con l’autrice ed estratto del libro

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Cinzia Giorgio è dottore di ricerca in Culture e Letterature Comparate. Si è specializzata in Women’s Studies e in Storia Moderna, compiendo studi anche all’estero. Organizza eventi letterari, è direttore editoriale del periodico Pink Magazine Italia e insegna Storia delle Donne all’Uni.Spe.D. È autrice di saggi scientifici e romanzi. Con la Newton Compton ha pubblicato Storia erotica d’Italia, Storia pettegola d’Italia, Amori reali, È facile vivere bene a Roma se sai cosa fare e quattro romanzi: La collezionista di libri proibiti, La piccola libreria di Venezia, La piccola bottega di Parigi e I migliori anni.

E ancora per Newton Compton è appena uscito il nuovo romanzo di Cinzia Giorgio, intitolato “I migliori anni“.

Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle di parlarci di questa sua nuova opera. A seguire, uno stralcio del romanzo…

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«Ho cominciato a scrivere I migliori anni qualche anno prima della morte di mia nonna», ha detto Cinzia Giorgio a Letteratitudine. «Ricordo ancora i pomeriggi passati nella nostra cucina, mentre lei beveva il tè e io le facevo mille domande sulla sua vita avventurosa prima del matrimonio con mio nonno.
imageLa Matilde protagonista del libro e la nonna che avevo davanti non erano così diverse, anzi. Mia nonna è stata una donna dinamica e ribelle in un periodo in cui era molto difficile esserlo, soprattutto in provincia. E finché ha vissuto, ha fatto sempre le cose a modo suo. Venosa, dov’è ambientata buona parte della storia, durante la Seconda guerra mondiale era un’eccezione tra le cittadine lucane e pugliesi: ospitava un aeroporto militare americano e gli aviatori si erano perfettamente integrati con la popolazione locale. I racconti di mia nonna sui militari tedeschi prima e gli statunitensi poi esercitavano un fascino senza tempo per me, che potevo solo immaginare quanto quello fosse stato in realtà un periodo duro e atroce. Mia nonna aveva la capacità di farmi rivivere ogni sua esperienza perché ricordava tutto come se fosse accaduto il giorno prima. Lì dove le mancavano dei pezzi, interveniva la mia nonna paterna, anche lei una narratrice nata, a riempire il vuoto. Avevo un quadro completo della situazione, ma lo avevo soprattutto di quella parte poco nota: quella rappresentata dal punto di vista di ragazze che durante il conflitto stavano vivendo la loro adolescenza, i primi amori, le prime delusioni. La guerra non aveva impedito loro di sognare. Anzi, la dimensione del sogno le aiutava a sopravvivere.
Mia nonna è morta il 22 novembre 2005. Quando ho cominciato a scrivere questo romanzo, non avevo l’intenzione di pubblicarlo, lo scrivevo perché mi sembrava di ascoltare ancora una volta la sua voce roca per via del fumo, e di sentire le sue osservazioni argute mentre le mie dita scorrevano sulla tastiera. Era un modo per averla ancora accanto a me. Parlare con i veterani, con i suoi compagni di gioco e con i figli dei suoi amici più cari mi ha aiutato non solo a superare il dolore per la sua morte ma anche a scoprire un mondo che non conoscevo e del quale mi stavo innamorando.
Le storie dei veterani e delle famiglie degli americani di stanza a Venosa e a Bari durante la Seconda guerra mondiale mi hanno spinto a indagare, a capire cosa fosse accaduto durante quegli anni. Ora alcuni di loro sono morti, ma la loro memoria è viva nel romanzo. In particolare uno di loro, il sergente Sammy Schneider, che fu grande amico di mio zio Alfonso e di mia nonna.
Lo scorcio che si è aperto dinnanzi a me era luminoso e cupo al tempo stesso: la guerra, gli amori, i sogni e le aspettative di una ragazza cocciuta, che sapeva il fatto suo, che non si era mai arresa di fronte a nulla e non aveva paura di nessuno. «Se ti capita la guerra, tesoro mio, poi non puoi più aver paura», mi disse una volta. Quando la mia editor, Alessandra Penna, ha letto quello che avevo scritto mi ha subito fatto notare che pubblicando la storia di mia nonna avrei reso omaggio alla sua memoria. Aveva ragione. Mia nonna, i suoi fratelli e le sue sorelle, gli altri nonni, le sue amiche e Sam sono qui, davanti a me, che chiedono di parlare, di vivere ancora attraverso gli occhi dei lettori».

(Riproduzione riservata)

© Cinzia Giorgio

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Un estratto del romanzo

5 aprile 1975

Sfogliando le pagine del quotidiano, intravedeva con la
coda dell’occhio lo smalto delle unghie. Piccole gocce
rosse danzavano davanti ai suoi occhi, accompagnando il
fruscio della carta. Aveva dita lunghe e affusolate. Di tanto
in tanto smetteva di girare le pagine e ammirava, rapita, il
lavoro impeccabile della sua estetista. Portava solo due colori
di smalto: un porpora durante l’inverno e un vermiglio,
quasi arancio, durante l’estate. Non esisteva che il rosso per
le unghie di una signora, diceva. Lo aveva imparato fin da
piccola. Sua madre, invece era sempre stata contraria alle
unghie laccate, ma la moda imponeva ben altri diktat quando
lei era giovane.
Matilde si sforzava di comportarsi come se nulla fosse.
Non era un giorno qualunque, ma non voleva pensarci. Desiderava
comportarsi come sempre. La ripetitività di alcune
azioni quotidiane le infondeva calma e lei in quel momento
ne aveva bisogno. Entrata nel bar, infatti, si era diretta con
passo deciso verso un tavolino. Con gesti studiati aveva sfilato
il cappotto e aveva dato il via al suo rito mattutino.
Il cameriere si avvicinò al tavolo dov’era seduta e posò il
caffè. Matilde mise da parte il giornale, aprì la bustina di
zucchero e la versò nella tazzina fumante. Girò svogliatamente
il cucchiaino. L’aroma le arrivò alle narici. Inspirò
chiudendo gli occhi per un attimo. Il caffè del bar aveva un
profumo inconfondibile. Era un piacere al quale raramente
rinunciava, in qualunque luogo si trovasse. Come di consueto,
al caffè doveva seguire una sigaretta. Senza quel rito la
giornata non sarebbe cominciata bene.
Portò la tazzina alle labbra e iniziò a sorseggiare la bevanda.
Voleva che fosse bollente. Non c’era niente al mondo di
più disgustoso di un caffè tiepido. La pervase una confortante
sensazione di tepore. Il timido sole dei primi giorni
di aprile entrava nel bar attraverso le ampie vetrate che
davano sulla strada. Aveva piovuto fino al giorno prima,
dopo una settimana di freddo intenso, piuttosto anomalo
per quel periodo. Sul giornale le previsioni meteo erano
cariche di ottimismo: il colpo di coda del rigido e nevoso
inverno appena passato stava lasciando il posto alla primavera.
Matilde posò la tazzina e riprese a osservarsi le unghie. Di
lì a poco avrebbe dovuto usare la tinta più chiara. Lo sguardo
cadde sull’anello di sua nonna, che portava da quando
era una ragazzina. Era un anello favoloso e ancora alla moda,
nonostante l’inconfondibile intarsio liberty sul retro. Un rubino
circondato da piccole granatine russe leggermente più
scure. Aveva fatto realizzare anche gli orecchini in pendant,
ma i rubini non avevano lo stesso colore di quelli antichi. Si
toccò istintivamente i lobi.
Sospirò e chiamò il cameriere, che arrivò dopo qualche
istante. Matilde ordinò un cornetto e un cappuccino.
«Ma me li porti tra cinque minuti, vado fuori a fumare una
sigaretta», gli disse con il suo solito tono autoritario.
Il cameriere annuì per poi sparire tra i tavoli del bar semideserto.
Matilde si coprì la gola con il variopinto foulard
di Hermès, comprato a Parigi qualche anno prima, prese il
pacchetto di sigarette e l’accendino, lasciando la borsa sul
tavolo. Si diresse verso la terrazza che si affacciava su un
cortiletto interno. Da lì poteva tenere d’occhio la borsa e il
cappotto di cachemire beige, che aveva lasciato incustoditi.
Dopo qualche boccata rientrò nel bar e si mise a sedere
con un sospiro soddisfatto. Controllò l’orologio. Suo marito
era in ritardo, come al solito. Sorrise. Dopo la prima sigaretta
della giornata si sentiva sempre più indulgente.
«Ecco a lei, signora». Il cameriere posò sul tavolino prima
un piattino con il cornetto e poi la tazza del cappuccino e
un bicchiere d’acqua. «Desidera altro?»
«Per il momento no, grazie. Aspetto una persona», rispose
distrattamente mentre prendeva il portafoglio dalla borsa.
Posò un biglietto da cinquemila lire sullo scontrino. Il cameriere
si allontanò per poi tornare qualche istante dopo
con il resto.
Matilde aggrottò le sopracciglia. Quanti spiccioli, le si sarebbe
gonfiato il borsellino. Lasciò la maggior parte delle
monete sullo scontrino e mise via le altre con gesti veloci.
Un tintinnio attrasse la sua attenzione. Doveva essere caduto
qualcosa dal borsellino o dalla borsa.
«Signora», le fece segno il cameriere che stava sparecchiando
il tavolo di fronte. «Le è caduta una moneta».
Matilde seguì con lo sguardo il dito del cameriere che indicava
un punto preciso sul pavimento. Eccola lì. Fece per
alzarsi ma il ragazzo fu più veloce di lei. Si chinò, raccolse
la monetina e gliela restituì.
«Grazie», mormorò Matilde. «Molto gentile».
Il ragazzo sorrise e tornò al suo lavoro.
Con il palmo della mano chiuso attorno alla moneta, Matilde
tirò un sospiro di sollievo. Come aveva fatto a scivolare
via dal borsellino? Le unghie rosse sembravano formare una
gabbia protettiva per la piccola moneta che incautamente
era rimbalzata via. Matilde aprì lentamente le dita, liberando
lo spicciolo dalla stretta. Trattenne il respiro e posò lo
sguardo sul ricordo di ciò che era stata. Un piccolo frammento
di vita che custodiva gelosamente da anni. Le sue
cinque lire.

(Riproduzione riservata)

© (Newton Compton)

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La scheda del libro: “I migliori anni” di Cinzia Giorgio (Newton Compton)

imageL’autrice del bestseller “La collezionista di libri proibiti” e di “Storia pettegola d’Italia”, studiosa di Storia delle donne e direttrice di Pink Magazine, torna in libreria con un’appassionante saga familiare ambientata nell’Italia del Novecento.

I migliori anni di Cinzia Giorgio narra la storia di una donna forte, piena di coraggio, uno spirito libero che ha inseguito i suoi sogni e lottato per i suoi sentimenti durante un’epoca di grandi sconvolgimenti. Attraverso i racconti autobiografici di sua nonna – la cui tumultuosa vita la condusse da Venosa a Bari, poi a Mantova, per arrivare anche a Parigi –, l’autrice ha ricostruito in modo autentico e realistico le vicende della propria famiglia e dell’Italia negli anni di agonia del Fascismo.

Aprile 1975. A soli quarantotto anni, Matilde Carbiana sta per diventare nonna. Il nipote ha deciso di nascere proprio il giorno del suo compleanno. Eppure, quello che dovrebbe essere un momento di grande gioia pare turbarla. E il turbamento arriva da lontano…

Estate 1943. La cittadina di Venosa è occupata dai nazisti, che terrorizzano gli abitanti. Matilde, giovane e determinata, non ha intenzione di rimanere confinata nella provincia lucana: vuole convincere il padre, viceprefetto della cittadina, a lasciarla andare a Bari per completare gli studi. Fausto Carbiana accetta, ma a patto che la accompagni suo fratello Antonio. A Bari, nella pensione che li ospita, vivono altri studenti, tra cui Gregorio, un giovane medico. L’antipatia iniziale che Matilde nutre per lui si trasforma ben presto in un sentimento profondo. Ma la guerra e gli eventi avversi rischiano di separarli proprio quando hanno capito di non poter più fare a meno l’una dell’altro. Matilde si troverà suo malgrado di fronte a scelte più grandi di lei, che cambieranno per sempre la sua vita. E non soltanto la sua…

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