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IL FERROVIERE E IL GOLDEN GOL di Carlo D’Amicis (intervista)

febbraio 1, 2020

“Il ferroviere e il golden gol” di Carlo D’Amicis (66th and 2nd): intervista all’autore

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di Massimo Maugeri

Carlo D’Amicis (Taranto, 1964) vive e lavora a Roma. Tra i suoi romanzi: Escluso il cane (2006, pubblicato anche in Francia presso Gallimard), La guerra dei cafoni (2008, selezione premio Strega), La battuta perfetta (2010), Quando eravamo prede (2014) e Il gioco (2018, finalista al premio Strega). Da La guerra dei cafoni è stato tratto il film omonimo di Davide Barletti e Lorenzo Conte. È tra gli autori dei programmi Quante storie (Rai3) e Fahrenheit (Radio3).

Di recente, per i tipi di 66th and 2nd, è tornata in libreria, con nuova veste editoriale, la sua opera prima: “Il ferroviere e il golden gol“; grande romanzo rappresentativo del rapporto tra calcio e letteratura italiana. D’altra parte il legame di Carlo D’Amicis con il mondo del calcio è testimoniato anche dalla sua militanza tra le fila della Nazionale italiana scrittori nel ruolo di centrocampista.

La storia de “Il ferroviere e il golden gol” è incentrata sulla vita di un trentenne ferroviere pugliese che si ritrova a smerciare mobili nell’ambito di televendite trasmesse da canali locali; fino a quando la sua ossessione per il mondo del calcio non lo spinge a girovagare tra i campetti di provincia con la convinzione di poter diventare un grande talent scout capace di relazionarsi persino con la Juventus.

Un romanzo impreziosito da numerose metafore calcistiche. A titolo di esempio ne cito due, tratte dalle prime pagine: (da pag. 32) “Quella gioventù se ne stava incollata al sudore di quei ragazzi come Gentile alla maglietta di Zico.“; (da pag. 36)”Ma, come Boninsegna nell’area di rigore, non si vive per vent’anni su una strada ferrata senza sviluppare facoltà extrasensoriali.” .

Un romanzo che non manca di offrire squarci fortemente connessi alla nostra contemporaneità, come il seguente (stralcio da pag. 17); “Avevo passato la vita a controllare i biglietti, e adesso non c’era più nessuno che convalidasse il mio: bastava arrampicarsi sulla pensilina della stazione per vederli tutti quanti in fila lungo la statale, i miei ex passeggeri; perfino gli studenti fuori corso andavano e venivano da Bari su Fiat Punto fiammeggianti, per non parlare degli operai dell’Ilva, i cui sonni proletari e siderurgici avevo vegliato per anni sui sedili sdruciti di seconda del 103 delle 5.40 (…).

Ho avuto modo di discutere con Carlo D’Amicis del suo “Il ferroviere e il golden gol” nell’ambito di questa intervista…

– Caro Carlo, questo romanzo è uscito originariamente nel 1998. Quali sono state le motivazioni che, all’epoca, ti hanno spinto a scriverlo?
Il tema centrale del romanzo è racchiuso nelle difficoltà che il protagonista incontra nell’affermare i propri desideri: per debolezza, o forse per comodità, preferisce sentirsi vittima del destino e dei ricatti affettivi. Esplorare questa condizione, che evidentemente all’epoca mi riguardava in prima persona, è stata quindi la spinta principale, sulla quale ho innestato il mio interesse per il calcio e per i treni, che nel libro diventano metafore esistenziali. Devo però anche dirti che, quando decido di scrivere un libro, la mia motivazione più potente è sempre l’insoddisfazione. Ogni volta, nel ripartire, ho la sensazione che possa scendere più a fondo, toccare corde nuove o dire meglio quello che voglio dire: non ho ben capito se sia una forma di umiltà o di presunzione (magari è solo una nevrosi), ma di sicuro è il carburante più potente di cui dispongo.

– Cosa puoi dirci sulle differenze tra questa nuova edizione e quella originaria?

Penso di poter dire che questo è lo stesso libro di vent’anni fa e, contemporaneamente, un libro diverso. Ne ho riscritto diverse parti, ma sono stato bene attento a non toccarne il cuore, ovvero le ragioni per cui, a suo tempo, fu per me importante scriverlo. In generale, comunque, riscrivere mi piace, mi dà un senso di plasticità della materia e mi fa sentire un artigiano, o un meccanico, a cui si porta qualcosa da aggiustare, o magari solo da far funzionare meglio. Sarei molto preoccupato se rileggendo qualcosa che ho scritto in passato non sentissi il desiderio di rimetterci le mani: non penserei di aver scritto un libro perfetto, ma soltanto che scriverlo non mi ha cambiato abbastanza. E questo sì, sarebbe un fallimento!

– Il tuo legame con il mondo del calcio va oltre la pubblicazione (e ripubblicazione) di questo romanzo. Per esempio, hai fatto parte (o forse fai parte ancora?) della nazionale italiana scrittori. Cosa puoi dirci su questa esperienza?
Nella nazionale di calcio degli scrittori ho giocato per oltre dieci anni, e ne sono stato a lungo capitano. Da un po’ di tempo ho smesso di giocare, ma evito scrupolosamente di dichiarare (anche a me stesso) il mio ritiro. Covo anzi il desiderio di ricominciare. In questo modo coltivo a oltranza, anche in campo calcistico, una delle relazioni più interessanti della vita, che può portare a scrivere dei grandi romanzi o al manicomio (e a volte ad entrambi), e cioè la relazione tra quello che siamo, che pensiamo di essere, che vorremmo essere, che possiamo essere, che dobbiamo essere. In questa molteplicità di specchi ci perdiamo e ci ritroviamo con una dinamica davvero affascinante… Quanto agli anni trascorsi nella nazionale con i miei amici scrittori, posso solo dirti che ho vissuto momenti davvero romanzeschi e stati d’animo compiutamente letterari, come quello che ci attraversò quando, dopo anni di continue batoste, ci scoprimmo capaci di vincere: eravamo sorpresi, spaesati, perfino imbarazzati, quasi che la sconfitta, nella sua necessità di essere capita, curata, superata, riguardasse le nostre competenze molto più della felicità piatta e frontale che ti procura una vittoria.

– Che tipo d’uomo è il ferroviere del romanzo?
Se dovessi elencare i suoi pregi e i suoi difetti, cosa ci diresti?Quando penso al ferroviere mi vengono sempre in mente i versi di Rimbaud che dicono: “Pigra giovinezza / a tutto asservita / per delicatezza ho perduto la mia vita”. In questa delicatezza, nella quale metto anche un’arrendevolezza tipicamente meridionale, riconosco una moltitudine silenziosa, schiava della propria sensibilità al punto di accettare di disperderla nei rimpianti, di fatto incapace di combattere la praticità di personaggi come Leone, il fratello maggiore del ferroviere, disposti a peggiorare il mondo intorno a sé pur di migliorare la propria posizione. In questo senso io amo l’umanesimo del ferroviere, per gli ideali di bellezza e di armonia che coltiva dentro di sé, ma detesto la sua difficoltà a tirarli fuori, ad affermarli come strumento della propria emancipazione.

– Cosa puoi dirci sul rapporto tra il ferroviere e suo fratello Leone?
È un rapporto piuttosto paradossale: Leone è costretto da anni su una sedia a rotelle proprio a causa del fratello (nell’unico momento di disinibizione agonistica, su un campo di calcio, il ferroviere compie su Leone un intervento assassino) ma, nelle loro dinamiche interne, Leone è il vero carnefice e il ferroviere la vittima. Questo rovesciamento è una diretta conseguenza dei sensi di colpa, verso i quali il ferroviere dimostra una profonda attitudine (e una debolezza che Leone sa benissimo come peggiorare). In realtà anche questo sentirsi in colpa svolge per il ferroviere una funzione ambigua: da una parte quella di spiegare lo stallo della sua vita e di giustificare l’incapacità di attingere alla propria libertà, dall’altra, riconoscendolo come un ricatto emotivo che lui sente ingiusto, di spingerlo a ribellarsi, o almeno a non rassegnarsi, all’idea che sarà così per sempre. Èun’oscillazione, un pendolo, che gli consente di vivere. Al punto che, per innamorarsi, il ferroviere sceglie sua cognata Lisa, così da legarsi a filo doppio sia al senso di colpa nei confronti del fratello che al desiderio di emanciparsi per sempre da lui portandogli via anche la moglie.

– In effetti un altro elemento importante del romanzo è segnato proprio dal rapporto tra il ferroviere e la cognata Lisa. Ti andrebbe di approfondire questo punto?
Descrivere il rapporto tra il ferroviere e sua cognata Lisa chiama inevitabilmente in causa Leone: come ho già detto, nell’innamorarsi della moglie del fratello, il ferroviere tradisce un desiderio di rivalsa. Forse vuole punirlo del senso di colpa che prova nei suoi confronti, forse vuole dimostrargli che è più forte di lui, o forse, semplicemente, testimonia una sua inettitudine, un’incapacità di trovarsi una donna al di fuori di quella che gli fa conoscere il fratello. Cosa tiene insieme il ferroviere e Lisa, visto che lei gli nega qualsiasi effusione e relega la loro relazione a una clandestinità del tutto platonica, è difficile dirlo. Io penso che a unirli siano soprattutto le rispettive solitudine, tanto che il momento più caldo del loro rapporto coincide con “l’adozione” dei ragazzini, quando entrambi sembreranno trovare in quella banda di adolescenti una specie di famiglia (Lisa, per la verità, troverà anche qualcosa di diverso…).

– Cosa si cela dietro il desiderio/ossessione del ferroviere di diventare un grande talent scout di fenomeni calcistici in erba?
Si celano molte cose: un desiderio di emancipazione dal proprio destino e dalla propria terra, una voglia di rivincita nei confronti del fratello, un tentativo di affermare la sua idea di calcio fondata sulla fantasia e sull’estro, a discapito dell’agonismo esasperato e degli schemi tattici. Ma, come dicevo poco fa, credo che la spinta più profonda sia legata a un bisogno di paternità, al sogno di inventarsi una famiglia, seppure allargata e senza vincoli di sangue, dove ritrovare, attraverso dei ragazzini di strada, una giovinezza che lui non ha mai davvero vissuto.

– Il libro è zeppo di metafore calcistiche (che, personalmente, trovo deliziose). Scorrendole si ha anche l’impressione di ripercorrere una bella fetta della storia del calcio dei decenni precedenti. Ti sei dato una regola per selezionare le metafore utilizzate? Cosa puoi rivelarci di questo aspetto del libro?
L’ossessione calcistica, per il ferroviere, è una specie di anestetico, un filtro che gli permette di guardare alla vita come a un gioco. Tutto quello che gli accade può trovare il suo corrispettivo in qualche giocatore, o in una partita, rendendo così mediato, attutito, ogni dolore. Le metafore, quindi, gli servono a questo, a inserire un cuscinetto tra sé e il mondo reale, ad ammortizzare gli urti a cui la vita lo sottopone. E, con il suo vasto repertorio di nomi e di storie, il calcio non gli lesina certo occasioni per proiettare gli avvenimenti della sua esistenza sul potente immaginario che in tutti noi, appassionati e non, si è sedimentato nel corso degli anni. Non dimentichiamo che il linguaggio del calcio è usatissimo in politica, e in tanti altri ambiti della nostra società, a cominciare dalla famosa “scesa in campo” che segnò l’inizio dell’avventura di Silvio Berlusconi come leader di Forza Italia (anche questo, un brand che ammicca all’universo pallonaro!).

– La figura di un personaggio illustre indicato con le iniziali di L.M. (e una serie di nomignoli coniati sulla base delle iniziali: L’inarrivabile Mente, L’unico Maestro, il Lepido Marpione del calciomercato) gioca un ruolo importante nel contesto della storia. Per il ferroviere, cosa rappresenta questo personaggio?
Dietro le iniziali L.M. si nasconde (ma in modo ironicamente fittizio, dal momento che il lettore anche solo minimamente interessato alla materia può intuirlo alla prima allusione) il più noto manager del calcio moderno, ovvero quel Luciano Moggi che tra la seconda metà degli anni Novanta e la prima metà del Duemila fece le fortune e le sfortune della Juventus. In quel periodo Moggi era considerato un vero e proprio deus ex machina, così potente da diventare quasi innominabile. Lui e la società che rappresenta sono appunto, agli occhi del ferroviere e non solo, il simbolo di uno strapotere quasi soprannaturale, il punto d’arrivo di ogni ambizione calcistica. In più, Luciano Moggi appartiene effettivamente a una famiglia di ferroviere e gli inizi della sua carriera, quando girava sui treni alla ricerca di talenti, ricordano la storia del protagonista di questo libro: farli incontrare mi è sembrato quasi un atto dovuto!

– Non voglio rischiare di rivelare troppo della storia di questo bellissimo romanzo. Chiudo dunque con una citazione dell’ottima postfazione firmata da Tiziano Scarpa e una domanda a seguire: “Ciascuno può misurare dentro di sé quanta propaganda gli è stata riversata dentro: quante canzonette, quanti jingle e slogan pubblicitari, quanti tormentoni di comici, quanti adulteri di vip & star, quanto lessico politico, quante gesta sportive, quanti trailer cinematografici, quante schegge di revival…”. A tuo avviso, nella nostra contemporaneità, c’è (o, meglio, c’è ancora) una forma di “propaganda” generata dalla letteratura?
Un immaginario generato dalla letteratura? Qualcosa rimane, ma (con il massimo rispetto per un mostro sacro come Camilleri) temo che sia ormai confinato a qualche modo di dire di Montalbano, e poco altro. Io però non mi strappo i capelli per questo: penso che, se Gregor Samsa, Gatsby o il barone rampante non incidono più nell’immaginario (ammesso che un tempo, davvero, lo abbiano fatto) non sia un segno di crisi della letteratura e tanto meno una colpa della società in cui viviamo. La vera letteratura, così come l’arte in generale, è una forma di comunicazione complessa, che deve essere accessibile a tutti ma che sarà sempre (e sempre di più) coltivata da pochi. La mia potrà sembrare una posizione snob, aristocratica, ma è solo la laica constatazione della richiesta di velocità, di sintesi, di orizzontalità, che il mondo richiede per stare al suo passo: francamente non mi sembrano proprio caratteristiche tipiche dell’arte. Ma proprio in questo suo essere, per natura, controtendenza, c’è una qualità oppositiva, resistenziale, minoritaria fino all’impopolare, che la rende preziosa e, per me, irrinunciabile.

-Grazie mille, caro Carlo. E complimenti per tutte le belle attività che porti avanti.

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La scheda del libro: “Il ferroviere e il golden gol” di Carlo D’Amicis (66th and 2nd)

Il ferroviere e il golden gol - Carlo D'Amicis - copertinaUn ferroviere pugliese poco più che trentenne, ossessionato dal gioco del calcio, conduce un’esistenza rettilinea, che sembra scorrere anch’essa sui binari, ma sogna ogni giorno di scartare di lato come la più fantasiosa e guizzante delle ali destre. Quando le Ferrovie del Sud Est lo lasciano a casa, il suo mondo, scomposto e ricomposto da una lingua geniale, sembra deragliare. Suo fratello Leone, pieno di energie sebbene costretto su una sedia rotella, cerca di aiutarlo arruolandolo come spalla per teatrali televendite di mobili su un canale locale. Ma questo soccorso (o tormento) non basta certo a dare un senso alle giornate del ferroviere, che inizia così a girovagare per assolati e desolati campetti di provincia, alla ricerca di verdi talenti del calcio italiano. «La gioventù se ne stava incollata al sudore di quei ragazzi come Gentile alla maglietta di Zico» ci dice con una delle sue mirabolanti metafore, mentre a propria volta sta incollato a quei ragazzi come un naufrago a una tavola che galleggia. Perché il cassintegrato sogna di diventare nientemeno che uno scout della Juventus di Lippi e Del Piero (e sogna pure di diventare l’amante di Lisa, la moglie di Leone). La sua passione è talmente forte da riuscire, contro ogni logica previsione, a trasformare il desiderio in realtà o meglio in una menzogna più vera del vero, in una fandonia capace di fare, almeno per un istante, il miracolo.

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