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LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (prima parte)

febbraio 10, 2020

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la prima di quattro puntate, di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Mezzo secolo, e cioè il secondo Novecento, di cultura a Catania: di “astratti furori” sovversivi o di sudditanze cortigiane, di voci clamantes in deserto o di generosi tentativi di aggregazione intorno a un’idea, a un progetto, a una chimera subito dissolti dall’indifferenza, dall’impotenza, dall’ostilità di un “contesto” in tutt’altre faccende affaccendato.
Per me che nacqui nel ’49, alla vigilia di quel cinquantennio, trattarne ha il sapore di un bilancio; e tanto più se si pensa che in quell’anno veniva pubblicato Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, che a rileggerlo oggi ci appare non solo un accorato requiem sulla sognante inerzia e l’impotenza progettuale delle giovani generazioni etnee tra le due guerre, ma pure una triste profezia del vano agitarsi e dei miraggi di riscatto delle generazioni a venire.
E proprio nel Bell’Antonio Brancati marcava un punto di non ritorno, una irrimediabile cesura, fissandone una data categorica: era il 5 agosto 1943, in piena guerra e al culmine di quei bombardamenti che spazzeranno via anche materialmente ogni traccia del passato, anzi cancelleranno il tempo stesso. E infatti: «si spezzano gli orologi in cima agli edifici pubblici e le sfere rimangono ferme sul minuto in cui la bomba uccise in piazza un gruppo di povera gente spaventata».
Quegli orologi avevano fino a quel momento scandito le pigre deambulazioni dei trasognati antieroi brancatiani, il rito garbatissimo ma claustrofobico degl’incontri e dei saluti reiterati, gli estenuanti conciliaboli sulla Donna o su come «passare il tempo». E sempre indeterminante risulta, infatti, la temporalità nei romanzi di Brancati, azzerata così come la spazialità claustrale e meramente simbolica della sua città-mito, ristretta al salotto della via Etnea e di poche aree adiacenti, delimitata (e ridotta a un interno dal “cielo basso come un soffitto”) dalle sontuose quinte della ricostruzione settecentesca, che le nascondono le ferite immedicate e i drammi irrisolti della miseria, brulicante dietro quegli armoniosi scenari.
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/4/4c/Vitaliano_Brancati.jpgIndeterminato e indeterminante, il “tempo” di Brancati: e perciò incline a segnalare eventi minimi e insignificanti, banalmente quotidiani, com’è giusto siano gli eventi di una società civile estranea o ostile ai tronfi clamori e agli strumentali appuntamenti della storia. Tranne che in quella datazione perentoria: 5 agosto ‘43, che segna il momento in cui, distrutto quell’inutile monumento al tempo («gli orologi in cima agli edifici pubblici»), ha inizio il tempo: quello storico dello scacco, dell’offesa, del degrado. A confronto con la Catania felix di primo Novecento, traboccante di profumi di zagara e note di valzer, di buone maniere e innocue manie, di dispute sui massimi sistemi e stilnovistici vagheggiamenti d’una Donna immateriale e irraggiungibile, a confronto con quella favola bella fantasticata da Brancati a schermo dello sfacelo provocato dalle violenze della storia e dalla tracotanza degli umani, la città che si risvegliava all’indomani della guerra si rivelava piuttosto, agli occhi di quei “galli” impenitenti e indolenti sognatori, come un brulichio di malaffare e desolazione, di lezzo e rovine: e non sarà Brancati a fornircene l’impietoso referto, ma sarà piuttosto Sebastiano Addamo, col suo romanzo del 1974 Il giudizio della sera, ad addentrarsi nel «profondo risvolto di tenebra» che l’autore di Paolo il caldo aveva intravisto nella luce abbacinante del Sud.
Brancati se n’era andato, intanto, da Catania, così come se n’erano andati e se ne andranno, prima e dopo di lui, altri grandi intellettuali e artisti catanesi: il grande filologo Salvatore Battaglia e il grande scultore Emilio Greco già negli anni ’30, nei primi anni ’60 l’insigne storico Santo Mazzarino. E uno scienziato eccellente e forse preveggente come Ettore Majorana era scomparso da tempo nel nulla, suicida o fuggiasco, forse pentito, forse convertito, forse solo stremato. Restava quel pugno di giovani che Brancati aveva affettuosamente caricaturato nei suoi romanzi, da Raffaele Leone, il padre di Giacomo e il geniale capostipite di quella stirpe di architetti, all’appartato e raffinatissimo poeta Arcangelo Blandini, che l’autore del Diario romano ricordava come «un uomo gentile la cui indole affettuosa si esplicava ormai esclusivamente nell’amare il proprio odio contro i tempi».
E restava anche, ma ancora per pochissimi anni, la morada vidal, il nido di memorie e consuetudini, la topografia degli affetti dell’autore degli Anni perduti e del Bell’Antonio: un atlante di memorie ed emozioni radicate nel suo antico quartiere di San Berillo, quel quartiere che pochi anni dopo la sua morte prematura verrà raso al suolo, col suo intero carico di chiese e case patrizie, di dignitosa povertà e laborioso artigianato, e perché no (ma non del tutto) con le sue allegre “case da tè”. La popolazione ne fu barbaramente deportata in un anonimo e remoto quartiere-ghetto della periferia, e in quel vuoto – di case, di vita, di memoria – fu issata (ma a ridosso di poche viuzze superstiti abbandonate a una prostituzione degradata) la bandiera del progresso e delle banche, sventolante in un boulevard alla Haussman ma in ritardo d’un secolo, e subito sconfessata dalle sacche adiacenti del degrado e della incompiutezza.
Una ferita inferta alla memoria, quell’arrogante arteria; e da dove ne venivano gli artefici? Proprio da quella cerchia di inconcludenti dongiovanni e maniaci imbelli che popolavano i romanzi di Brancati: da quei “giovani” d’antan transitati da un fascismo conformista, se pur ravvivato da innocui fremiti frondisti, a una paciosa e remunerata acquiescenza all’egemonia democristiana. Ed ecco il sacco di Catania, ecco la funesta voluptas aedificandi degli anni Cinquanta e Sessanta, ecco gli orribili nuovi quartieri dove una borghesia improvvisata s’affrettò a trasferirsi, abbandonando il centro storico e mettendo fine a quella pacifica convivenza interclassista che, tra i “bassi” abitati dal popolo, i primi piani abitati dalla piccola e media borghesia e i piani alti dei padroni patrizi di quegli edifici storici, alimentava una vivace interazione sociale e un’ininterrotta “conversazione”, magari tra i balconi barocchi nelle miti serate ancora abitate dalle “lucciole” pasoliniane.
A fronte dello scempio urbanistico e della mutazione antropologica, e della separazione ormai drastica e definitiva tra borghesia e popolo, sempre più confinato in allucinanti periferie (e valga per tutte la tragica deriva di Librino, da utopia a inferno), come si comportò il ceto dei colti? Vittime anch’essi di quelle trasformazioni: dal professore liceale o universitario, ultimo erede – e fino ad allora aureolato di prestigio – della grande tradizione laica catanese (dal Settecento dei “lumi” e del poeta giacobino Domenico Tempio alla grande stagione verista di Verga e De Roberto, fino alla Catania socialista e massonica del sindaco De Felice), ma ormai in via di proletarizzazione e delegittimazione, all’avvocato che da nobile e dotto retore si riduceva a fungibile tecnico se non addirittura a portavoce dei nuovi potenti o, peggio ancora, di interessi criminosi. Gli “intellettuali” non seppero o non poterono trovar di meglio, dunque, che aggiogarsi a questo o quel carro politico: nella migliore delle ipotesi ai partiti di sinistra, che bene o male impugnarono quella bandiera laica, se no al notabilato democristiano, al mercato dei favori e delle prebende, al sottobosco d’una cultura magari meritoriamente erudita ma quasi sempre asfittica, assopita all’ombra del campanile.
L’occupazione, da parte della DC di Magrì e La Ferlita e poi di quella pigliatutto di Drago, della cosiddetta società civile (forse con la parziale eccezione della parentesi “kennediana” del sindaco Papale, che faceva tutt’uno col mito presto abortito della “Milano del Sud” e con l’irrealizzata utopia d’una Catania industriale, a ridosso della tragica parabola di Enrico Mattei e della scoperta d’una Sicilia petrolifera) non risparmiò dunque la cultura, adattatasi a una passiva routine anche se ancora prevalentemente laica, aliena dal convertirsi a una cultura cattolica di cui, peraltro, la DC fu quasi del tutto sprovvista, così come – del resto – la stessa curia vescovile catanese, pigramente amministrativa e più politica dei politici.
In posizione marginale o estranea a quella chiesa, l’attenzione alla più viva cultura cristiana d’oltralpe la mantenevano la chiesa valdese, forte di una popolarità tra fine Ottocento e primo Novecento che fu rafforzata dall’arrivo degli imprenditori svizzeri, i Caviezel e i Caflish, di matrice calvinista e zwingliana, ma non ebbe lunga durata, e tra i cattolici una figura di assoluto rilievo come padre Antonio Corsaro: il “prete sciolto” (così si definiva), che fu un raffinato francesista e un notevole poeta, conobbe Gide e fu segnato dalla lettura del Bernanos non solo religioso ma risentitamente civile dei Grands cimetières sous la lune, fu amico dei maggiori poeti italiani (ma anche di Leonardo Sciascia, che lo ritrasse nelle vesti di don Antonio nel suo Candido) e a Catania raccolse, attorno al suo carisma e alla sue inquietudini intellettuali, e sempre in funzione di progetti letterari e artistici programmaticamente d’avanguardia, un nutrito drappello di poeti, pittori, intellettuali. Nacque così un’importante rivista di cui si parla troppo poco, “Incidenza”, diretta da Corsaro, che in redazione contava su Sebastiano Addamo, Manlio Sgalambro, Vito Librando e un poeta purtroppo dimenticato, ma di grande valore, Fiore Torrisi. Il primo numero, del giugno-luglio 1959, esibiva le firme, e ovviamente gli scritti, di Franco Fortini e di Roberto Roversi, di Alberto Bevilacqua e dello storico dell’arte napoletano Ottavio Morisani, che insegnò nell’ateneo catanese, e ancora di Sciascia e di Bonaviri, nonché dei già citati Addamo e Torrisi e del direttore.

(La seconda puntata di “Lux in tenebris” sarà pubblicata lunedì 17 febbraio)

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