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NELLA PIETRA E NEL SANGUE di Gabriele Dadati

febbraio 12, 2020

“Nella pietra e nel sangue” di Gabriele Dadati (Baldini + Castoldi): incontro con l’autore e stralcio del libro

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Gabriele Dadati (Piacenza, 1982) ha pubblica­to vari libri, tra cui Sorvegliato dai fantasmi (2006, finalista come Libro dell’anno per Fahrenheit di Rai Radio 3) e Piccolo testamento (2011).

Nel 2009 ha rappresentato l’Italia nel progetto «Scritture Giovani» del Festivaletteratura di Mantova.
Presso Baldini+Castoldi è uscito il romanzo L’ultima notte di Antonio Canova (2018), finalista al Premio Comisso.

Sempre per Baldini+Castoldi è uscito il nuovo romanzo di Gabriele Dadati intitolato Nella pietra e nel sangue: un’opera che indaga sul mistero della morte di Pier delle Vigne unendo alla prospettiva del romanzo storico la tensione giallo letterario, in cui passato e presente (che offre una storia d’amore dei nostri tempi) si intrecciano fino al gran finale.

Abbiamo incontrato l’autore e gli abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su questo suo nuovo libro…

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image«Al centro di Nella pietra e nel sangue», ha detto Gabriele Dadati a Letteratitudine,  «c’è un’immagine potentissima che risale a quasi otto secoli fa: un uomo, che è caduto in disgrazia ed è stato accecato al suo signore, viene condotto per mano da un ragazzino. I due si trovano a Pisa, e quando l’uomo sa di essere di fronte a San Paolo a Ripa d’Arno, si mette a correre a testa bassa come un montone. Se la fracassa contro la facciata di quella chiesa, con una violenza pazzesca. Cade a terra morto. Perché l’ha fatto? Da cosa scappava? Cosa poteva esserci di più atroce di una fine del genere? Siamo nel 1249 e quell’uomo si chiamava Pier delle Vigne. Era stato il braccio destro di Federico II, l’ultimo grande imperatore d’Occidente.
Sono partito da qui. Da questa morte inspiegabile, che fa sprofondare Pier delle Vigne fino al celebre XIII Canto dell’Inferno di Dante, dove si narra di coloro che sono stati violenti contro loro stessi. Tutti lo ricordano tramutato in albero e tormentato dalle Arpie – Dante ne rompe un ramo, da cui escono sangue e lamenti – ma nessuno, né i lettori di oggi né quelli di ieri, sanno davvero come andarono le cose. Non si conoscono i perché e le dinamiche del tradimento, figurarci quelle di un suicidio così misterioso. Resta però quell’immagine potentissima, raccontata per la prima volta da Boccaccio nel suo Commento alla Commedia.
Per avvicinarmi al mistero di Pier delle Vigne, di Federico II e della corte di Sicilia, in cui nacque la poesia in volgare, ho inventato un giovane dantista che si chiama Dario Arata, è all’ultimo anno di dottorato alla Sapienza di Roma e sta preparando un intervento da tenere durante un convegno alla Normale di Pisa. Sarà incentrato proprio sulle varianti della narrazione della morte di Pier delle Vigne negli antichi commenti danteschi. La sua ricerca diventa però da subito un viaggio nel cuore oscuro dell’identità occidentale, al termine del quale sarà costretto a scoprire che c’è un incredibile rimosso nella nostra coscienza di europei e cristiani.
Nel romanzo i capitoli sono alternativamente ambientati nel presente e nel Duecento. Fino al gran finale, dove tutto viene svelato e i due piani temporali finiscono per spiegare ognuno i misteri dell’altro. Quello che ne esce è davvero enorme, dal punto di vista storico. Da quando mi ha travolto, non ho potuto fare altro che mettermici a servizio come scrittore e testimoniarlo».

 

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Uno stralcio del libro: (dal capitolo II di Gabriele Dadati, Nella pietra e nel sangue, Baldini+Castoldi 2020)

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Fu a quel punto che Federico tagliò la tavola per il lungo con lo sguardo e con voce diaccia disse: «Voi, Pietro».
«Maestà», rispose uno dei giudici, che aveva lasciato Capua ed era giunto a corte qualche anno prima presentato da Berardo.
«Amate questi nostri canti?»
«Li amo, maestà».
«Eppure non vi prendete parte».
«Il mio intelletto e il mio cuore vi prestano ogni attenzione».
«Sapete che intendo altro. Da quando abbiamo lasciato Gerusalemme non abbiamo mai avuto il piacere di sentire la vostra voce intonare versi».
Pietro non disse nulla.
«Eppure siete un dettatore straordinario. La serpe dell’invidia non è mai stata così nutrita come da quando avete fatto il vostro ingresso nella cancelleria dell’impero. E il suo ventre s’è fatto fecondo da quando vi ho elevato a giudice della corte suprema. Piccoli aspidi sono nella scarsella di più d’uno tra i presenti, ne sono sicuro».
Pietro avvampò. Accettando il complimento, avrebbe allo stesso tempo recato offesa ad altri membri della corte. Così fece solo un cenno lieve con il capo, guardando l’imperatore negli occhi e sperando che una coltre di fumo, discesa per chissà quale prodigio, offuscasse lo sguardo dei commensali. Non fu così. L’imperatore riprese la parola.
«Cosa devo pensare?»
«Resto il vostro servitore».
«Vi ordino di condividere un canto con noi. Fosse anche una lassa di Rolando che questa sera abbiamo già udito».
Pietro della Vigna si alzò in piedi. Continuava a non guardare nessuno. Aprì bocca. Si schiarì la voce. Ottenne il silenzio. Iniziò il canto. Ma non celebrò il valore di Rolando, non invitò a lodare il Creatore, non raccontò dell’amore in un bosco di tigli, non si finse una fanciulla né il suo cavaliere. Si rivolse direttamente alla donna che amava e da cui era lontano da troppo. Avrebbe voluto incontrarla, ma gli era impossibile: fosse dunque quella canzone a raggiungerla per dirle le sue pene e il suo struggimento. Nell’attesa l’uomo si stava consumando fino alla morte. Se a separarli era stato un suo torto, che stabilisse lei stessa la pena.
La canzone del capuano era composta di cinque strofe, come quella dell’imperatore; ma com’era diversa. Là c’era teatro, mentre queste erano parole struggenti dettate dal sentimento. Se davvero quella serata doveva essere di competizione, ora la vittoria non spettava più a Federico. Era chiaro a tutti. E tutti temevano la reazione del loro signore.
L’imperatore abbandonò il suo posto a capotavola. Percorse con passo di lince la distanza che lo separava da Pietro, che era rimasto in piedi all’estremo opposto della stanza. Quando fu a metà del percorso, di fronte al camino, il fuoco lo illuminò per intero e i suoi capelli fulvi sembrarono una stoffa preziosa. Raggiunse infine il giudice della corte suprema e si fermò dietro di lui. Gli mise le mani sulle spalle. Con dolcezza lo forzò a girarsi. Quello eseguì, docile come il manzo che va a farsi ammazzare senza saperlo. Si guardarono negli occhi, poi Federico si piegò in avanti e baciò l’uomo all’angolo della bocca. Quando di nuovo si fu drizzato, disse: «È una serata di festa. Festeggiamo questo canto, che è quanto di meglio abbiamo potuto ascoltare», e gli concesse così la vittoria.
Il tavolo si disgelò. Come accade quando il bosco si leva di dosso la neve, e tra crolli e schiocchi torna a vivere, subito il crepitio nella stanza crebbe per le mani che sbattevano tra loro e sulla mensa, e grazie ai piedi che colpivano il pavimento. Filangieri, che in Terrasanta aveva guidato l’esercito insieme a Oddone di Montebaliardo, fu come di consueto il più acceso. Era una bestia che soffre il chiuso dello stabbio non per l’addiaccio o per la merda delle altre bestie, ma per la noia di non poter correre. Il suo posto era il campo di battaglia o perlomeno la marcia che conduce da un campo di battaglia all’altro. Per questo, nel chiuso delle sale di un castello, scalmanava e indulgeva a ogni eccesso. Per questo il proposito imperiale era di inviarlo nuovamente a Gerusalemme.

(Riproduzione riservata)

© Baldini+Castoldi

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La scheda del libro: “Nella pietra e nel sangue” di Gabriele Dadati (Baldini + Castoldi)

Pisa, primavera 1249. Un uomo cammina per le strade della città condotto per mano da un ragazzino. È cieco. Quando capisce di essere di fronte alla chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, inizia a correre a testa bassa. Se la fracassa contro la facciata, sotto lo sguardo atterrito del suo accompagnatore. Muore così, in maniera atroce, Pier delle Vigne, che fino a poche settimane prima era l’uomo più potente della corte di Federico II. Ma l’imperatore ha scoperto il suo tradimento, l’ha spogliato di ogni ricchezza e l’ha condannato.
Roma, oggi. Dario Arata, giovane dantista, si mette sulle tracce di quella vicenda. Perché Pier delle Vigne tradì il suo signore? E soprattutto: se una vol­ta accecato fu lasciato libero, perché si uccise? Forse scappava da qualcosa di ancora peggiore. Anche se è difficile immaginare cosa. Dario ci prova a partire da­gli antichi commenti al XIII Canto dell’Inferno, dove Pier delle Vigne sconta la sua pena tra i suicidi. Inizia così un viaggio attraverso i secoli, con la sensazione che ci sia un segreto spaventoso da svelare.
Nella pietra e nel sangue è insieme romanzo storico e giallo letterario, in cui passato e presente si intrecciano fino al gran finale. Ma è anche una tenera storia d’amore dei nostri tempi. Quella tra Dario e Lucia, che sanno starsi accanto di fronte agli orrori della storia.

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