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GLI INTERESSI IN COMUNE di Vanni Santoni: intervista

febbraio 14, 2020

“Gli interessi in comune” di Vanni Santoni (Laterza): intervista all’autore ed estratto del libro

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Vanni Santoni ci parla del suo Gli interessi in comune e ci racconta il suo esordio e gli inizi della sua carriera letteraria

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di Massimo Maugeri

Vanni Santoni (Montevarchi, 1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi In territorio nemico (minimum fax 2013, da coordinatore), Terra ignota e Terra ignota 2 – Le figlie del rito (Mondadori 2013 e 2014), L’impero del sogno (Mondadori 2017) e I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019). Scrive sul “Corriere della Sera” e dirige la narrativa della casa editrice Tunué.

Per Laterza ha pubblicato Muro di casse (2015) e La stanza profonda (2017). E sempre per Laterza è da poco in libreria Gli interessi in comune (originariamente pubblicato, nel 2008, da Feltrinelli): romanzo incentrato sul racconto della generazione dei nati negli ’80. Protagonisti alcuni  ragazzi che vivono in un pezzo di provincia toscana privo di stimoli e di intrattenimenti e che devono fare i conti con un vuoto interiore che, a volte, può essere anche devastante.

Ho avuto il piacere di rivolgere a Vanni qualche domanda su questa ri-pubblicazione…

 -Caro Vanni, come è nato originariamente Gli interessi in comune?
Gli interessi in comune è il mio primo romanzo uscito in libreria (nel maggio 2008 per Feltrinelli, NdR), ma non è né il mio esordio, né il primo romanzo che ho scritto.
Il mio esordio fu Personaggi precari, che uscì per la microscopica casa editrice RGB dopo la vittoria di un concorso “per il miglior testo tratto dal web” – erano diversi anni che raccoglievo quelle microprose, o epigrammi, sul mio blog, e il libro è una selezione di circa 500 sui circa 7000 scritti – e che oggi è pubblicato da Voland. Il primo romanzo che ho scritto si intitolava Vassilj e la morte, anche quello aveva vinto un concorso, due anni prima di Personaggi precari, e avrebbe dovuto essere pubblicato da una casa editrice di un certo peso, ma il concorso si rivelò truffaldino – per chi è curioso, ne racconto la storia qui – e i vincitori non vennero mai pubblicati (naturalmente le quote di iscrizioni dei partecipanti vennero invece trattenute). Ricordo che sul momento fu un fatto doloroso; oggi posso essere solo contento del fatto che quel libro sia rimasto inedito, visto quanto era ingenuo (e infatti quando, anni dopo, ho ricevuto proposte di pubblicazione, le ho sempre declinate). Molto meglio aver esordito con un libro compiuto quale si dice sia Personaggi precari, e avere come primo romanzo questo Gli interessi in comune su cui avevo lavorato molto più a lungo e con maggiore cognizione di causa. Ma sono cose che un giovane scrittore con la prescia di pubblicare non può, in nessun caso, comprendere: quando sei all’inizio difficilmente ti rendi conto di quanto sia importante prenderti il tuo tempo e soprattutto esordire bene, non sai niente di editoria e pensi che l’unica cosa che conta sia far stampare il tuo nome su una copertina… è anche per questo che un sacco di gente finisce vittima di truffe come l’editoria a pagamento o di vicoli ciechi quali sono gli altri fenomeni pseudo-editoriali. Io ho cominciato a scrivere nel 2004, Vassilj e la morte vinse quel concorso nel 2005, Personaggi precari vinse il suo nel 2006 ed è uscito nel 2007, mentre Gli interessi in comune è arrivato in libreria nel 2008: si capirà che, una volta deciso che volevo fare lo scrittore, mi misi molto sotto! Pensa che avevo abbozzato pure un altro romanzo, Storia di colline, che usciva a puntate su una rivista, e che sempre nel 2007 avevo fondato il progetto SIC da cui è poi venuto fuori In territorio nemico. La verità è questa, e cerco di trasmetterla anche agli studenti dei miei corsi. Se sei un aspirante scrittore senza agganci né contatti, l’unica arma che hai – oltre al cercare di capire come funziona il campo letterario – è l’impegno, e non basta un impegno rilevante: per farti strada in un mondo piccolo, chiuso e che fondamentalmente non ha bisogno di te – non dimentichiamo che chiunque può andare in libreria e con neanche quindici euro comprarsi l’Oscar dell’Odissea o di Guerra e pace – quale è quello della letteratura, serve un impegno assoluto e totalizzante, anzitutto nella lettura e poi nella scrittura.
Così, avvilito ma anche pieno di furia per la mancata pubblicazione di Vassilj e la morte, mi buttai su un numero ancora maggiore di progetti. Uno, che si sarebbe rivelato più fortunato degli altri, riguardava il raccogliere tutte le “storie da bar” dei peggiori baretti e circolini del Valdarno, di cui ero assiduo frequentatore. Quel demi-monde della provincia profonda era pieno di storie, anzi vi aleggiava una vera e propria tradizione orale che aspettava solo di essere sistematizzata; inoltre, noi stessi, io, il mio gruppo di amici, gli altri gruppi dei bar degli altri paesotti del Valdarno, contribuivamo con le nostre disavventure ad alimentare quel legendarium. L’idea iniziale era quella di una raccolta di racconti, e per mettere ordine in tutte quelle storie, resomi conto che il vero filo conduttore era la sperimentazione di qualunque tipo di sostanza, legale, illegale, farmaci, droghe, sostanze dannose, sostanze benefiche, tutto, ripresi uno schema narrativo da Primo Levi – quello del Sistema periodico, in cui ogni racconto è legato a un elemento della tavola periodica – e cominciai a organizzare le storie così, ogni racconto una diversa sostanza: alcol, tabacco, canapa, LSD, benzodiazepine, caffè, MDMA… Mentre scrivevo mi rendevo conto che era un po’ uno spreco mettere in mezzo così tanti personaggi e che, vista l’unità di periodo, ambientazione e tema, si poteva trasformare la raccolta di racconti in un vero e proprio romanzo:  bastava creare un unico gruppo di ragazzi, centrare le avventure in un unico bar di provincia – mi inventai il “bar Miro” e lo collocai a Figline Valdarno – e poi capire quale sarebbe potuto essere l’arco narrativo giusto. A quei tempi – ricordo che iniziai quel libro nel 2005 – non ero molto preparato sulla narrativa contemporanea, avevo letto solo classici, e i miei principali punti di riferimento erano, oltre ai romanzi ottocenteschi che amavo, l’Iliade, sia perché le leggende dal bar erano una sorta di parodia dell’epica, sia per il suo modello narrativo “a formazione variabile”, come notarono a suo tempo i Wu Ming, e, per la lingua, il volgare dei vari Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi, dato che volevo trovare una sintesi, un lingua giovanile che avesse in sé anche una nota dialettale e un qualcosa di antico, assoluto; a questo si aggiunse la decisiva lettura, a stesura in corso, di Requiem per un sogno di Hubert Selby Jr, che mi diede quello che mi mancava: un esempio di qualcosa che parlava di bassifondi contemporanei con una lingua del tutto contemporanea.

-Grazie per averci riassunto i momenti “chiave” dell’inizio della tua carriera letteraria. Tornando a Gli interessi in comune… perché hai deciso di ripubblicarlo proprio adesso?
Francamente lo avrei ripubblicato anche prima. Finì fuori catalogo un giorno prima dell’uscita di Se fossi fuoco arderei Firenze, e visto che quel libro andò piuttosto bene cominciò subito a essere richiesto, cosa che si intensificò quando nel 2013 uscirono In territorio nemico, Terra ignota e la riedizione di Personaggi precari, e diventò addirittura parossistica con il successo di Muro di casse, che con Gli interessi in comune ha anche un collegamento diretto (Iacopo Gori, tra i protagonisti del Muro, è centrale anche negli Interessi). Se ne vedevano di tutte: raccolte di firme, appelli social, copie rubate dalle biblioteche pubbliche, faldoni fotocopiati che giravano nelle scuole, e addirittura dei samizdat, versioni clandestine del libro create in tipografia dai lettori più affezionati.
Nel 2017 sono usciti altri due miei libri che avevano un legame forte con questo: La stanza profonda, dove figura il personaggio del Paride, e L’impero del sogno, dove il protagonista unico è Federico Melani, “il Mella”. Sia il Paride che il Mella sono, come Iacopo Gori, membri del gruppo di ragazzi al centro degli Interessi in comune. A quel punto, con un ciclo che si concludeva – L’impero del sogno aveva anche la funzione di collegare la mia produzione fantastica a quella realistica, mentre I fratelli Michelangelo, a cui stavo lavorando ai tempi e che sarebbe uscito nel 2019, avrebbe avuto un roster di personaggi del tutto nuovo – era diventato fondamentale anche per me far tornare disponibile un libro che era, di fatto, il fulcro attorno a cui giravano tutti gli altri. Così alla fine ho raggiunto un accordo con Laterza, che ne ha riacquistato i diritti e lo ha pubblicato nella collana Storie di questo mondo; abbiamo scelto questo periodo per distanziarlo un po’ da I fratelli Michelangelo, che è uscito la scorsa primavera.
Adesso che è fuori, posso dire che sono contento che sia andata così. Se non ci fosse voluto tutto questo tempo, non avrei mai avuto l’onore di essere oggetto di samizdat: quando ne ho visto uno per la prima volta, è stata una grande emozione.

-Ci sono differenze tra questa edizione e quella originaria?
Ovviamente la copertina, che però in questo caso è un dato importante, dato che ho sempre trovato poco adatta l’originale Feltrinelli, che riportava un solo volto – per di più era il mio! – quando Gli interessi in comune è un libro prettamente corale, senza un unico protagonista. Adesso c’è una foto di un gruppo di ragazzi di fine anni ’90, che mi pare molto più aderente al romanzo.
Il testo è invariato. Avevo la tentazione di rimetterci le mani, dato che ci sono tante cose che, con l’esperienza che ho oggi, farei diversamente, ma sarebbe stato uno snaturamento, così ho evitato. Ho cambiato una sola parola, sul finale. Nel dialogo che chiude il libro, tre dei protagonisti, Iacopo, il Dimpe e il Malpa, si rendono conto che hanno, di fatto, passato 10 anni al bar senza far niente se non vivere bizzarre disavventure. Uno di loro, nella vecchia versione, commentava con “terribile”, ma nell’idioletto valdarnese degli anni ’90, “terribile” non aveva il suo significato letterale: significava piuttosto qualcosa come “ganzo” o  “micidiale”. Aveva quindi un’accezione sì di stupore, ma in positivo. Oggi quel significato si è perduto, e “terribile” significa solo “terribile”, in Valdarno e altrove, e quindi avrebbe potuto determinare un fraintendimento dell’intero senso del romanzo. Se fosse stato in mezzo al libro lo avrei lasciato, è del resto una testimonianza di un modo di parlare di un certo periodo storico in un certo luogo, ma sul finale il suo effetto era troppo forte, rischiava di far credere che quelli fossero scioccati di aver buttato via così tanti anni, quando invece l’atteggiamento era di beffardo, disincantato stupore, così ho cambiato in “micidiale”.

-Cosa puoi dirci sulla caratterizzazione dei personaggi, sullo sviluppo della trama e sull’ambientazione?
Come dicevo, inizialmente il romanzo doveva avere non uno ma molti gruppi di personaggi, tutti ispirati alla lontana a questo o quel gruppo storico di questo o quel bar del Valdarno; quando capii che sarebbe potuto diventare un romanzo, cominciai a “condensarli” in un unico ipergruppo – in realtà nel romanzo di gruppi ce ne sono due, quello del bar Miro, a cui fanno capo i protagonisti, e quello “dei Portici”, con cui a volte si incontrano, scontrano e mescolano –, un gesto che, vista la mia inesperienza, feci in modo intuitivo, senza pensarci troppo, ma che si rivelò efficace per creare personaggi più sfaccettati e di spessore.
Un momento importante della progettazione fu quando mi resi conto che le parti corali non rendevano giustizia – inevitabilmente: tutti siamo più scemi in gruppo, no? – all’interiorità dei singoli; allora ricorsi all’esperienza di Personaggi precari e scrissi dei mini-capitoli “cuscinetto” dedicati ai singoli personaggi, che intervallano le varie avventure fungendo da approfondimenti individuali, meno comico-picareschi e più intimisti. In ogni caso, quando scrivevo non avevo abbastanza esperienza per avere piena cognizione delle implicazioni o dei significati di questo romanzo (e non è detto che sia positivo averla): molte cose relative a ciò che avevo fatto le ho capite leggendo i commenti altrui, come quello, decisivo, di Jacopo Nacci sull’Indice, che ha avuto un’influenza anche nell’approccio che ho poi tenuto per Muro di casse – e credo che sia altresì significativo il fatto che, a distanza di oltre dieci anni, arrivino interpretazioni nuove, come ad esempio quella fatta da Filippo Polenchi per la Balena Bianca.

-Grazie, Vanni. In chiusura, un “assaggio” de Gli interessi in comune

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UN ESTRATTO DEL ROMANZO

Suonano, nessuno risponde. Dal seminterrato si sente il rumore di una tv. Il Malpa si fa avanti, scosta il pannello di cartone colorato messo dietro a un vetro spaccato, e lascia andare un “Sorry?” nel buio della cantina, illuminato solo dai flash dello schermo televisivo e dal brilluccichìo di qualche sigaretta accesa.
Apre un tipo. Lì per lì è un’ombra appesantita in mezzo alla puzza di stantìo, impossibile dargli un’età, poi il sole di fuori gli dà un volto. È un giovane sui ventotto-trenta, pallido, sciupatissimo, con una Lacoste nera piena di chiazze d’unto e le dita ingiallite dal fumo:
“Italiani?”
Annuiscono.
“Salve cumpà… Cercate Wolfie? Venite dentro. Io sono l’unico italiano. Anch’io starò per un po’…”
Dentro, gli occhi che si abituano al buio, i nostri scorgono altre tre persone: una ragazza cinese grassa e spenta, accasciata su una sedia da pic-nic, poi, su un grosso divano rosa, un vecchio dall’aria folle, magrissimo, con barba e capelli bianchi, crespi, due nubi enormi e arruffate, e una donnona sfatta e bionda sui trentacinque, alla quale, complice una minigonna quasi inesistente, si vedono far capolino le mutande rosa in mezzo alla cellulite candida dell’interno-coscia. Con una mano il vecchio tiene il telecomando e con l’altra tiene arpionata una tetta della bionda, passandole da dietro il collo col braccio. Su un tavolino di plastica bianca troneggiano due posacenere colmi di piramidi di mozziconi, e in mezzo una dozzina di fogli di stagnola usati. L’odore d’eroina cotta appesantisce l’aria già densa di fumo.
Il vecchio si alza con enorme fatica, pare sul punto di spezzarsi come un ramo secco, poi si raddrizza e i suoi occhietti, quelli di un piccolo carnivoro, si illuminano d’un sorriso che la bocca completa con un’esposizione di gengive sgombre. Solo un dente, giallo e debole, sopravvive in mezzo all’arcata superiore:
“Hawhawhahaahahahah!”
Il vecchio fa un gesto con le braccia come ad abbracciare i tre nuovi arrivati, e continua a ridere. Le due donne non fanno una piega, l’italiano è rimasto fuori, ottenebrato e pensoso, a fumarsi una sigaretta.
Wolfgang si presenta, poi porta gli ospiti in un altro stanzino, illuminato dal neon e dominato da un frigo nuovo di pacca alla base del quale sta un tavolino con due sedie.
“Non dovevate essere quattro?” chiede Wolfgang in un buon italiano, con aria quasi preoccupata. A vederlo bene, adesso, alla luce bianca del neon, è evidente che non ha più di cinquant’anni, forse addirittura meno. Il volto però è un pezzo di legnaccio secco pieno di capillari scoppiati, calcato in mezzo a due cespugli di lana di vetro, tanto adusto che un attimo dopo essersi manifestato come quarantacinquenne, torna subito a sembrare un ultracentenario.
“Ehm, sì, ma il nostro amico all’ultimo momento non è potuto venire…”
“Haw, haw, macht nicht, macht nicht. Ho anche una stanza per tre. Potete scrivere i vostri nomi e indirizzi qui? Sapete, se dovesse succedere qualcosa, tipo morire, hawhaw.”
Wolfgang si gratta la barba con un artiglio, facendo cadere una pioggerella di forfora fina sulla resina verde, da banco di scuola, del tavolino, e con l’altro rovista nella tasca laterale dei pantaloni, per tirar fuori un blocchetto piccolo e lurido. Un po’ perplessi, i nostri sputano nomi e generalità. Wolfgang apre il frigo, è pieno solo di birre, ne stappa una per sé e tre per gli ospiti.
“Bene. Sistemiamo i signori, hawhawhahaahhah!”
“Ci sono altri ospiti?” chiede il Paride, puntiglioso.
“Qualcuno. Non quelli che avete visto: loro vivono qui in cambio di lavoro, sono… come si dice… Servi di gleba! Haw!”
Nei giorni successivi, i vacanzieri incontreranno più di una volta qualche membro della squadra, intento a pulire i corridoi o i cessi col ritmo infinitamente lento degli eroinomani. Il “direttore” li tiene nel seminterrato a mezza pensione gratuita, e in cambio quelli gli puliscono casa e fanno i turni alla stazione a offrire “alloggio bello conveniente in casa olandese tipica” a chi scende dai treni. Se poi un turista avesse bisogno di qualcosa, si può ipotizzare che gli zombi sarebbero ben felici di provvedere: mantenersi una dipendenza in terra straniera non è facile, e un po’ di spaccio aiuta. Anche l’italiano, per quanto nei pochi incontri cerchi sempre di mostrarsi brillante e si definisca “ad Amsterdam temporaneamente”, è asservito come tutti gli altri.
I “signori” seguono Wolfgang su per la strettissima scala che unisce i piani della casa. Tutto è in legno. A conti fatti, il Malpa è felicissimo di poter vivere in una vera casa olandese. Il Paride pensa a cosa potrebbe accadere se scoppiasse un incendio, considerando che razza di robbosi sono il padrone di casa e la sua sgherraglia. Il Sasso è più che altro perplesso. Al secondo piano il “direttore” si blocca davanti a una porta mezza rotta, con un vecchio avviso di derattizzazione appiccicato sopra con una puntina. Lo stacca, “Vecchie cose, hawhawhahahah”, poi spalanca la porta.
L’“appartamento da tre” è stato ricavato da una specie di sottoscala isolato da due pareti posticce di cartongesso. Nel punto più alto il soffitto non supera il metro e ottanta, in quello più basso si può giusto stare distesi, e infatti c’è una brandina con le gambe segate. Gli altri due posti-letto sono costituiti da una rete matrimoniale sulla quale è stato buttato un materasso pulcioso, con al centro una grossa patacca marrone che pare proprio sangue rappreso. Finestre, manco l’ombra: la poca luce naturale entra da un buco quadrato che dà sul cesso, che evidentemente una finestrina ce l’ha. La “cucina” è un fornelletto da campeggio monopiastra, in bella mostra sopra una delle tre sedie che completano l’arredamento. Se Wolfgang non fosse assolutamente serio, e quasi orgoglioso della camera che sta offrendo, chiunque penserebbe che sta pigliando per il culo. Sui nostri cala lo spettro di doversi mettere a girare Amsterdam zaini in spalla alla ricerca di un ostello con tre letti liberi. Poi il Paride ha l’idea:
“Senta, non è che ci fa vedere anche la camera da quattro? Magari c’è più spazio… naturalmente pagheremmo anche la quota dell’assente…”
“Haw!”
La camera da quattro è molto meglio. Pur facendo schifo, è ampia e ha un bel finestrone che dà sul canale di fronte. I letti sono veri: uno è un matrimoniale rosa, con tanto di testata a cuore, probabilmente buttato via da qualche ragazza del quartiere rosso che ha rifatto la vetrina, e prontamente sottratto da Wolfgang o dai suoi zombi al camion della spazzatura. La cucina c’è e funziona – “Ma non usate fornello piccolo: fa fiamma di inferno, hawhawhahah!” – ha anche il forno, ed è affiancata da una credenza su un lato, e da un armadio sull’altro. C’è pure un tappeto, orribilmente punteggiato da vecchie chiazze di sperma. A conti fatti pare vivibile, la bella luce che entra dal finestrone quasi cancella lo squallore, e per sole tre persone è parecchio spaziosa. Il Paride guarda i suoi due compagni, poi si volta verso Wolfgang:
“La prendiamo”.
Wolfgang ride e se ne va: “Ambientatevi, hawhawhah, torno tra un’ora per soldi, hawhawhah”.
“Ah come si sta bene, in Olanda,” fa il Malpa posando la borsa su di un letto, mentre il Paride esplora la stanza:
“Cavi elettrici scoperti, lì, lì e lì. Vetro assassino..”. Il Paride mostra un grosso buco triangolare nel vetro del finestrone, tappato con la sua stessa porzione di vetro rimessa in posizione: una lama in bilico, tenuta ferma da tre adesivi; “…tubo del gas omicida…” – il tubo è in effetti di gomma sbocconcellata, e pare lì lì per forarsi – “…trappole vietnamite: lì, lì e lì”, il Paride che indica tre chiodi lunghi e arrugginiti che fanno capolino dalle travi dell’impiantito, “e infine l’arma finale!”, e con un gesto plateale accende il più piccolo dei tre fornelli a gas, facendo uscire una fiammata di mezzo metro. Risate. Il Malpa si rialza dal lettone:
“Guardate qua. Controluce!”
Sulla polvere e sullo sporco del vetro, qualcuno ha tracciato col dito le parole MAN W/BEARD = TOTAL ASSHOLE. Il Sasso fa per cancellarlo – “Leviamolo, poi magari… Barbazza… Pensa che l’abbiamo scritto noi,” – ma il suo dito passa sulla scritta senza intaccarla. È così vecchia da essere indelebile. Chiaro che a “Barbazza” non è passato neanche per la testa di munirsi di cencio e detersivo e cancellare l’insulto. Gl’importa una sega a Barbazza. Adesso i nostri sono ancora più convinti di rimanere.

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La scheda del libro: “Gli interessi in comune” di Vanni Santoni (Laterza)

Gli interessi in comune - Vanni Santoni - copertinaIl racconto di un’intera generazione, quelli nati negli ’80, che si muoveva con passo sgangherato sul ciglio del nulla. Un libro cult su un gruppo di ragazzi che vivono in un triangolo di provincia toscana, un luogo asettico e privo di intrattenimenti, che provano di tutto pur di riempire il vuoto che sentono dentro.

Iacopo, il Mella, il Paride, il Dimpe, il Malpa, Sandrone. Nel ’95 hanno sedici anni. Interessi in comune? Uno, senz’altro: il consumo regolare, diligente, quasi scientifico, di tutte le sostanze. Si guardano giusto dalla morte. E così eccoli, in un triangolo di provincia toscana che si allarga talvolta ad abbracciare l’Europa, eccoli riempire le notti, dormire i giorni, convergere comunque e sempre attorno a un bar. Sono un gruppo. E nel gruppo non ci stanno dentro le ragazze, le ambizioni, il lavoro, lo studio, la famiglia. Che pure ci sono (ragazze, ambizioni, lavoro, studio, famiglia), perché intanto la vita, come si dice, continua. Come del resto ci sono il Valdarno degli outlet e degli agriturismi, e l’aria intollerabile di un benessere odioso, forse effimero. Nessuno si prende sul serio – e infatti si ride, di sé e degli altri, con beffarda comicità –, ma nessuno più di loro sa che ogni impresa in cui si cimentano (spesso leggendaria, tragicomica sempre) è un vero blues. Vorrebbero tutti scappare, ma tutti (o quasi) continuano a tornare. Vanni Santoni segue i suoi eroi nichilisti lungo dieci anni di una infinita adolescenza, fitta di episodi esilaranti e magiche apparizioni di comprimari memorabili. Torna in libreria un romanzo di culto, che negli anni di indisponibilità è stato al centro di numerose – e a volte clamorose – vicende, dalle raccolte di firme dei lettori per chiederne la ristampa alle versioni fotocopiate che circolavano in scuole e università, dai furti del volume nelle biblioteche pubbliche alla produzione di veri e propri samizdat.

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