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LA VITA GIOCA CON ME di David Grossman (recensione)

febbraio 17, 2020

“La vita gioca con me” di David Grossman (Mondadori – traduzione di Alessandra Shomroni)

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di Eva Luna Mascolino

Leggere David Grossman è ogni volta un gesto che assomiglia un po’ a quello di partire. Si impacchettano i bagagli nelle prime pagine, con l’euforia commossa di chi non sa cosa c’è là fuori, e si stringe un biglietto tra le mani tremando per l’emozione, per poi salire su un treno sgangherato e accogliente. La vita gioca con me non è un’eccezione a questa regola, anzi: perfetto nella sua scansione temporale, permette addirittura di viaggiare all’indietro nel tempo, mentre ci si muove nello spazio, e di visitare l’universo interiore di tre donne della stessa famiglia.

Parliamo di Vera, Nina e Ghili, rispettivamente nonna, madre e nipote, che si ritrovano nella stessa stanza dopo lunghi anni in occasione del novantesimo compleanno di Vera. La vita di Nina non è rimasta a lungo sui binari del resto della famiglia e, ora che è tornata con una domanda da fare e numerose risposte da cercarle, accoglierla come se non fosse un’estranea sembra quasi uno sforzo. È grazie a lei, tuttavia, che la nonna riesce a ripercorrere le tappe di un’esistenza rimaste sepolte sotto il peso del tempo, della vergogna, del dolore. Da ebrea croata quale era, infatti, aveva trascorso una giovinezza complessa dal momento in cui si era innamorata del serbo Miloš e lo aveva poi visto finire in prigione perché ritenuto una spia sovietica. Quando la figlia aveva da poco compiuto sei anni, per di più, era stata deportata in un campo di rieducazione sull’isola di Goli Otok, senza che Nina fosse mai riuscita a capacitarsi fino in fondo della sua assenza.

La stessa Ghili ha un rapporto conflittuale con la madre, per motivi che vengono svelati con delicatezza nel corso della vicenda, e in un perenne salto tra l’infanzia e l’età adulta, tra la leggerezza dei desideri e la pesantezza della Storia, alla famiglia viene data un’occasione di perdono e di riscatto. Per riuscire a superare gli anni di silenzio e di dolore dei quali si è circondata, però, è necessario tornare nella prigione politica dei tempi di Tito non soltanto con la memoria, e fare ammenda con il passato reintegrandolo a pieno titolo nel presente. La sfida è complessa da accettare, ancora di più da portare a termine: l’odio e l’assenza si frappongono tra Ghili e Nina come un tendone spesso, che forse solo il figlio adottivo di Vera, di nome Rafael, può riuscire a scostare una volta per tutte.

Nel personalissimo treno su cui si sale per accompagnare i quattro personaggi a ritroso nei luoghi della loro memoria, quindi, ci si accorge presto che la portata delle parole mai pronunciate supera i gesti più eclatanti, che è difficile mostrare la propria fragilità quando si ha paura di sé, e che di conseguenza al filo diretto da costruire insieme alle persone più care basta un attimo per spezzarsi. L’unico modo per provare a rimediare consiste in un capovolgimento di voci, in una costante immedesimazione gli uni nei panni delle altre, nell’obiettivo quasi favolistico di ripercorrere le tappe di una sofferenza mai provata sulla propria pelle, eppure profondamente familiare.

«Io, seduta sul marciapiede, scrivo. Vera è quella che parla più in fretta di tutti noi (Rafi si mangia le parole, e anche la barba rende poco chiaro ciò che dice), e io continuo a chiedermi che cosa riuscirà a capire la Nina del futuro di quello che sua madre sta raccontando. Dovremo aggiungere dei sottotitoli per facilitarle le cose. Sempre che possa leggerli. Ma forse tutto questo – la narrazione, i fatti – non sarà importante per lei. Lo sarà qualcos’altro, impossibile da descrivere a parole», annota non a caso Ghili quando il gruppo capisce di dovere filmare le testimonianze per Nina a cui sta assistendo di persona.

E così, a conclusione di un romanzo transgenerazionale, ambientato tra un’Europa ormai inesistente e un kibbutz dei nostri giorni, tra malattie degenerative e ingiustizie ataviche, si torna dal viaggio compiuto in compagnia dell’autore con la sensazione di avere condiviso la catarsi di Vera, Nina, Rafael e Ghili, in particolare quando si scopre che la trama è ispirata alla storia vera di una partigiana comunista di nome Eva Nahir, e ci si sente in bilco tra l’ammirazione e la commozione per il modo in cui persone dal grande coraggio provano fino alla fine a raddrizzare ciò che la vita ha tentato di distorcere.

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La scheda del libro: La vita gioca con me” di David Grossman (Mondadori – traduzione di Alessandra Shomroni)

La vita gioca con me - David Grossman - copertinaCon La vita gioca con me David Grossman ci ricorda che scegliere significa escludere e vivere è un continuo, maldestro tentativo di ricomporre. Un romanzo di intensità straordinaria, dove ogni pagina è grande letteratura.

“Tuvia era mio nonno. Vera è mia nonna. Rafael, Rafi, mio padre, e Nina… Nina non c’è. Nina non è qui. È sempre stato questo il suo contributo particolare alla famiglia”, annota Ghili nel suo quaderno. Ma per la festa dei novant’anni di Vera, Nina è tornata; ha preso tre aerei che dall’Artico l’hanno portata al kibbutz, tra l’euforia di sua madre, la rabbia di sua figlia Ghili, e la venerazione immutata di Rafi, l’uomo che ancora, nonostante tutto, quando la vede perde ogni difesa. E questa volta sembra che Nina non abbia intenzione di fuggire via; ha una cosa urgente da comunicare. E una da sapere. Vuole che sua madre le racconti finalmente cosa è successo in Iugoslavia, nella “prima parte” della sua vita, quando, giovane ebrea croata, si è caparbiamente innamorata di MiloŠ, figlio di contadini serbi senza terra. E di quando MiloŠ è stato sbattuto in prigione con l’accusa di essere una spia stalinista. Vuole sapere perché Vera è stata deportata nel campo di rieducazione sull’isola di Goli Otok, abbandonandola all’età di sei anni e mezzo. Di più, Nina suggerisce di partire alla volta del luogo dell’orrore che ha risucchiato Vera per tre anni e che ha segnato il suo destino e poi quello della giovane Ghili. Il viaggio di Vera, Nina, Ghili e Rafi a Goli Otok finisce per trasformarsi in una drammatica resa dei conti e rompe il silenzio, risvegliando sentimenti ed emozioni con la violenza della tempesta che si abbatte sulle scogliere dell’isola. Un viaggio catartico affidato alle riprese di una videocamera, dove memoria e oblio si confondono in un’unica testimonianza imperfetta.

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David Grossman è un autore israeliano di romanzi, saggi e letteratura per bambini, ragazzi e adulti, i cui libri sono stati tradotti in numerose lingue. Ha cominciato la sua carriera lavorando in una radio israeliana come corrispondente di un programma per ragazzi. Il suo stile è stato definito «semplice e avvincente»: scrittore impegnato politicamente per trovare una soluzione al conflitto tra arabi e israeliani, è noto in tutto il mondo per i suoi scritti, editi in Italia da Mondadori (se non diversamente specificato). Tra le sue molte opere, ricordiamo i romanzi Vedi alla voce: amore (1998, ripubblicato da Einaudi l’anno successivo), Ci sono bambini a zig-zag (1998), Il libro della grammatica interiore (1999), Che tu sia per me il coltello (2000), Qualcuno con cui correre (2002), Col corpo capisco (2005), A un cerbiatto somiglia il mio nome (2008), Caduto fuori dal tempo (2012, ispiratogli dalla morte del figlio Uri, di leva nell’esercito israeliano e ucciso durante la guerra lampo con Hezbollah in Libia, nel 2006), e Applausi a scena vuota (2014). Tra i suoi saggi sulla questione israeliana e mediorientale citiamo La guerra che non si può vincere (2005), Con gli occhi del nemico (2008), On combat. Psicologia e fisiologia del combattimento in guerra e in pace (Libreria Militare Editrice, 2009) e On killing. Il costo psicologico di imparare ad uccidere (2015). Vincitore del prestigioso Man Booker International Prize nel 2017. Nel 2019 pubblica per Mondadori La vita gioca con me.

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