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LUX IN TENEBRIS di Antonio Di Grado (seconda parte)

febbraio 17, 2020

LUX IN TENEBRIS. Pubblichiamo la seconda puntata di questi “appunti” di Antonio Di Grado sulla cultura a Catania nella seconda metà del Novecento

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di Antonio Di Grado

Dicevo di don Antonio Corsaro, lontano dal potere politico ed ecclesiastico; anzi all’uno e all’altro inviso non solo per il suo cattolicesimo eterodosso ma più per le sue aperture alla intellighenzia marxista. E dire che in quegli anni perfino istituzioni culturali decisamente laiche e di alto profilo dovevano di tanto in tanto piegarsi alle censure di quegli occhiuti poteri: come quando il Teatro Stabile di Catania, che aveva in cartellone L’onorevole di Sciascia e già l’aveva messo in prova, lo cassò improvvisamente dalla programmazione perché pare che l’onorevole democristiano Domenico Magrì si fosse riconosciuto nel personaggio certo non esemplare del protagonista.
Ma questa è un’altra storia: quella delle istituzioni culturali cittadine. Anzitutto l’università che, al riparo di alcune indiscutibili eccellenze, vegetava negli anni dell’interminabile e immota gestione del rettore Cesare Sanfilippo, senza eventi significativi all’infuori della fondazione, nel 1954, dell’Istituto di fisica nucleare, esemplare avvio di un laboratorio di ricerca tra i migliori in Italia in quel campo. Un campo, quello delle scienze, ingiustamente trascurato in occasione di bilanci storiografici come questo mio, che è succinto e parziale perché è redatto da un umanista consapevole, tuttavia, della centralità dei saperi scientifici nella storia sette-otto-novecentesca della cultura catanese. E come spiegare, prescindendo da quel primato, la stagione dei “lumi”, l’assenza del vaniloquio romantico, lo spietato rigore realistico dei veristi? All’umanista, anzi al letterato, spero perciò che possiate perdonare anche altre omissioni, su campi del sapere che gli sono remoti, o addirittura inavvicinabili come la cultura giuridica o le discipline economico-amministrative, che pure a Catania hanno vantato vette encomiabili, ma al cospetto delle quali chi vi parla si arresta sgomento, per non dire estraneo e discorde, come il campagnolo di Kafka davanti alle inaccessibili porte della Legge.
A scuotere l’immobilismo dell’ateneo catanese sarà, a Lettere nei tardi anni ’60 e a Scienze politiche nei primi ’70, l’arrivo di docenti esterni di prestigio, tra cui non pochi vantavano una storia personale da intellettuali “militanti” maturata nel fuoco della “battaglia delle idee” su scala nazionale: a Lettere Carlo Muscetta, Gastone Manacorda, Giorgio Candeloro, Rosa Rossi, Marisa Bulgheroni. Soprattutto il primo: intellettuale comunista come gli altri ma inquieto e già in odore di eresia, Muscetta incontrava a Catania i furori ideologici e le irrequietudini culturali ed esistenziali d’una generazione di giovani che già costituiva l’embrione di una “nuova sinistra”. Ed entrava perciò in conflitto, assieme ai più giovani colleghi Giuseppe Giarrizzo e Mario Mazza, col più cauto establishment accademico.
Muscetta era stato un protagonista del dibattito politico-culturale acceso tra riviste, partiti, case editrici e clan letterari nel clima fervido del dopoguerra: un’autorità del sapere ma anche un intellettuale – come si diceva allora – “militante”, umoroso e combattivo, dalle idee forgiate da serio studio ma affilate come mannaie. La sua fu la generazione dei Salinari, Alicata, Luporini, Aristarco, Galvano della Volpe: una generazione di prestigiosi intellettuali che pagarono, però, onerosi tributi allo spirito del tempo, ai “dieci inverni” della guerra fredda, alle ideologie totalizzanti e manichee che allora imperversavano, tranciando e dividendo, perfino (e anzi con un di più di tracotanza, con un collerico senso di colpa) nei chiostri degli umanisti.
Grande ammaliatore, Muscetta sorprendeva noi studenti intercalando alle sue dotte e fascinose lezioni demagogici intermezzi su come i vietcong bloccavano i cingoli dei carri armati USA con le reti delle brande; o inserendo nei programmi per gli esami, accanto a preziosi e ponderosi saggi scientifici, i ridicoli “pensieri di Mao” del famigerato Libretto Rosso; o ancora arringando le assemblee con modiche concessioni spacciate – col pianto in gola – per conquiste rivoluzionarie. E non esitava a prendersi gioco della cultura locale e dei colleghi più innocui e appartati, meno engagés.
In quella schiera di studiosi più avvezzi agli archivi e alle biblioteche che alle tribune dei vati mi piace citare tra gli altri (e se mi consentite una digressione autobiografica, che temo non sarà l’unica) due studiosi che hanno positivamente inciso nella mia carriera accademica: Carmelo Musumarra e Francesco Branciforti. Ebbene: nel 1968, matricola in cerca di maestri, fu per primo al filologo Branciforti che mi rivolsi. Mi attraeva la sua disciplina, da praticare con scrupolosa severità e incessanti riscontri. Ma ero troppo giovane, sprovveduto e sbruffone come tutti i giovani. Di più, alla baldanza giovanile si univa allora l’arroganza della “generazione del ’68”, il suo sofferto bisogno di sapere ma anche di gridare a gran voce, perciò tanto avido quanto insofferente.
E dunque, quando andai a trovare Branciforti, lo sommersi di dubbi cretini e patetiche domande quali quelle sul rapporto fra filologia romanza e lotta di classe, fra il rigore dello studioso e i doveri del rivoluzionario. Lui, per sua e nostra fortuna, apparteneva a un altro mondo; e al contrario di certi suoi illustri (e furbi) colleghi che cavalcavano la contestazione, continuava a seguire i suoi studi con un senso altissimo della professione intellettuale, senza farsi travolgere da mode, ideologie, trasformismi.
Perciò, dal suo mondo remoto, mi guardò sgomento come se venissi dagli anelli di Saturno. E il nostro rapporto, allora, finì lì. Riprese, naturalmente, quando lo ritrovai da giovane e inesperto collega; e molto imparai, da lui e da altri maestri come lui poco sensibili alle sirene dell’ideologia, e più sollecitati dal fascino del passato che dai ricatti del presente. Ma certo nel solido tronco di quella lezione di rigore tornarono a innestarsi nel tempo, e tanto più oggi, gl’implacabili furori d’un Muscetta così come l’elegante ortodossia marxista d’un Manacorda. E così credo possa dirsi della mia generazione. La quale visse una transizione – di conoscenze, di valori, di comportamenti – che fu, al culmine di quei vertiginosi anni Sessanta, una radicale metánoia. Era infatti una nuova e inedita sinistra, quella che si andava formando nelle sale del CUC, il cineforum universitario, e sulle pagine di “Giovane critica”, la bellissima rivista catanese di Giampiero Mughini e Nino Recupero, ricca di firme della migliore intellighenzia di sinistra europea, importante quanto i “Quaderni rossi” o i “Quaderni piacentini” nel dibattito nazionale della gauche giovanile e alternativa. Da quei film e da quei saggi, visti e letti coi “pugni in tasca”, verrà fuori l’impeto vitale e ribellistico esploso nell’anno di grazia millenovecentosessantotto.
Poco o nulla, viceversa, da dire sull’opposta trincea: e cioè su una destra che al dignitoso e arcigno notabilato dei suoi attempati “galantuomini” non seppe certo opporre, da parte delle giovani generazioni, che un’attardata e patetica goliardia prima, e poi un insano teppismo; e poco o nulla intese di cultura, ignorando (ma l’ignorarono tutti, e scandalosamente non ne serbiamo memoria) che alla Facoltà di Lettere catanese insegnò negli ultimi anni Sessanta l’unico grande intellettuale di destra che l’Italia allora vantasse, il coltissimo e raffinato mitologo Ellemire Zolla, ed esprimendo piuttosto il suo maldestro rapporto col mondo dell’arte e delle idee col far oggetto Pasolini, giurato del premio Brancati a Zafferana, d’un copioso e indecoroso lancio d’ortaggi.
Quanto invece all’informazione, il quotidiano “La Sicilia”, fondato già nel ’45 e dichiaratosi “liberale”, aveva traghettato al suo nascere la vecchia intellighenzia locale post-derobertiana (che, rappresentata nel giornale da Antonio Prestinenza, era stata quella dei Villaroel, Pettinato, Profeta, De Mattei, Manzella, Guglielmino, prona al regime fascista o mitemente refrattaria) verso la sagace hybris delle famiglie imprenditoriali Sanfilippo e Ciancio. E ligio nel tempo ai poteri locali di volta in volta consolidati, fu fin dall’inizio lo specchio di un notabilato cittadino mediamente colto ma recubans come il Titiro virgiliano all’ombra del campanile, delle convenzioni mondane, delle ubbie conservatrici. Il che non toglie che quel quotidiano sfornasse anche ottimi giornalisti, alcuni – come Candido Cannavò, Nino Milazzo, Francesco Merlo – destinati a ribalte nazionali, e che si avvalesse negli anni dei contributi di intellettuali etnei di disparate tendenze. E tuttavia il suo taglio decisamente moderato, e soprattutto il regime di monopolio stabilito in città e nell’isola centro-orientale, impediranno una informazione pluralista e un reale confronto di opinioni, tranne in quei brevi periodi in cui si stabilirà a Catania una redazione della palermitana “L’Ora” o si scatenerà la verve giornalistica e squilleranno le coraggiose denunce d’un figlio ribelle di quella redazione, Giuseppe Fava, che col quotidiano di breve vita “Giornale del Sud”, ma soprattutto col periodico “I Siciliani”, inaugurerà un rigoroso giornalismo d’inchiesta, scontrandosi coi “poteri forti” e con l’imprenditoria collusa con la mafia. Seguito solo da un pugno di giovani giornalisti in erba, ma ostracizzato dall’establishment, Fava non godette, come avrebbe meritato, nemmeno del consenso dell’intellighenzia cittadina, colpevolmente in ritardo nella registrazione dell’emergenza mafiosa.
Fava fu anche scrittore e drammaturgo di vigorosa ispirazione civile, e come tale autore di punta nella programmazione del Teatro Stabile di Catania, davanti alla cui sede fu trucidato dalla mafia il 5 gennaio 1984. Gloriosa istituzione, malgrado il divergente e meno fortunato percorso da tempo intrapreso, quell’Ente Teatro di Sicilia di Mario Giusti e Turi Ferro, fondato nel 1958 e poi divenuto Teatro Stabile. Un teatro dalla doppia anima: da una parte ritrovo serale di notabili per le loro pigre digestioni e incubazione della vecchia “farsa” siciliana, arguta ma innocua, alla Angelo Musco; dall’altra officina di una grande tradizione attoriale e soprattutto (unico in Italia) di una meritoria e originale trascrizione drammaturgica dei capolavori della narrativa, siciliana in particolare (da Verga a De Roberto, da Brancati a Sciascia, che oltre a consentire la messinscena dei suoi romanzi fu convinto proprio da Giusti a scrivere lui stesso per le scene: ed ecco, oltre a quello sfortunato Onorevole, anche I mafiosi e la Controversia liparitana, fino al 1989 del Trittico di atti unici di Bufalino-Consolo-Sciascia, per il quale io scrissi, e firmammo insieme, l’adattamento del suo racconto Arrivano i nostri; troppo tardi perché ne godesse lui, che si spense pochi giorni dopo).

(La terza puntata di “Lux in tenebris” sarà pubblicata lunedì 24 febbraio)

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