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L’OCCASIONE E L’OBLIO di Giovanni Parrini

febbraio 19, 2020

“L’occasione e l’oblio” di Giovanni Parrini (Stampa 2009, 2019 – a cura di Maurizio Cucchi)

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Giovanni Parrini è nato nel 1967 a Firenze, dove vive e lavora. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Nel viaggio (Lietocolle, 2006, prefazione di Neuro Bonifazi); Tra segni e sogni (Manni, 2006, prefazione di Maurizio Cucchi); Nell’oltre delle cose (Interlinea 2011, prefazione di Giovanna Ioli, Premio Mario Luzi); Valichi (Moretti & Vitali, 2015, prefazione di Giancarlo Pontiggia, Premio Giuria-Viareggio), L’occasione e l’oblio (Stampa2009, Varese, 2019). Sue poesie sono presenti sull’Almanacco dello Specchio (a cura di Maurizio Cucchi, Mondadori,  2011), Poesia (Le misure del cielo, n° 284, a cura di Maria Grazia Calandrone, Crocetti Editore, 2013), Nuovi Argomenti (Tra poco, nell’aurora, n° 73, 2016), Gradiva (Antico cascinale, n° 55, 2019).

La sua opera più recente si intitola “L’occasione e l’oblio” (Stampa 2009), a cura di Maurizio Cucchi. Abbiamo invitato l’autore, chiedendogli di parlarcene…

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https://i1.wp.com/www.italian-poetry.org/wp-content/uploads/2018/07/parrini.jpg«Il titolo di un’opera poetica – più che di un romanzo, direi – è un elemento cruciale, delicato, perché può accennarne il rovello creativo profondo, ben prima che dare un’indicazione specifica di carattere contenutistico», ha detto Giovanni Parrini a Letteratitudine.
«L’occasione e l’oblio è un titolo che non si riferisce, come si potrebbe piuttosto facilmente dedurre, tanto e soltanto alla tensione esistente nella quotidianità tra le varie occasioni vissute, o quelle potenziali ancora da vivere, e senso di provvisorietà, dunque di vuoto, infine. Il lemma occasione, composto dai latini “ob” e “cidere” (che sta per cadere), reca in sé appunto l’idea di caduta, cioè in sostanza di tensione verso un livello a potenziale inferiore. Pertanto, l’idea di potenzialità e di effettività (ovvero di futuro e di passato) sono imprescindibilmente vincolate l’una all’altra, facce della medesima medaglia, e il passato si accumula, crea depositi di dimenticanza, in cui c’è di nuovo il potenziale che già si era prefigurato in precedenti occasioni. La discriminante del tempo usuale – quello dell’orologio, per intendersi – è una sovrastruttura apparentemente naturale. L’ipotesi di arginare l’oblio, separare l’occasione dal suo decadimento, è puramente (per fortuna) illusoria. Il libro ha come tema dominante proprio questa meravigliosa indecidibilità, che è poi il nostro sangue, la nostra più autentica ragione d’esserci e affermarci nel percorso evolutivo, individuale e collettivo. Siamo, ci percepiamo, vivi e veri solo ed esclusivamente nella (e per la) potenziale cancellazione. E l’atto creativo, la tragedia ad esso legata, si radica proprio in questa costante vicissitudine, in questo insostenibile e tuttavia necessario cammino di allontanamento dall’origine e di ritorno ad essa; si accende nella consapevolezza che alla bellezza, all’armonia, è dato accedere solo attraverso l’attenuazione, l’ombra che stempera la luce eccessiva, che ci aveva accecati».

Di seguito, la prefazione di Maurizio Cucchi e alcuni estratti…

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di Maurizio Cucchi

In L’occasione e l’oblio (Stampa 2009, 2019), osservatore acutissimo del reale, di cui scorge tracce apparentemente minimali di senso (e di non senso, quanto meno a occhio umano), Giovanni Parrini è come un pensatore, un filosofo-poeta che passeggia tra le cose del mondo, cogliendo «l’umile commozione / che accosta sterpi e gigli, fango e nuvola.» Raffinato e moderatamente ironico, «tra il sorriso e la malinconia», ci racconta di  esperienze agli occhi dei più invisibili, ma per fortuna registrate dalla sua mente senza alcuna mediazione ideologica. Frutto, insomma, di un corpo a corpo non violento, anche se non sempre amichevole, con i quotidiani documenti sparsi del nostro e del suo esserci nel tempo storico. Parrini è bene attento alle trasformazioni in atto, agli equivoci dell’epoca, che agiscono, quasi in sordina ma in modo decisivo, sulla sempre più labile tessitura del nostro anonimo sentire e scegliere. Ecco allora lo sguardo di Parrini, per fare un paio di esempi utili, sulla fauna da crociera o, di segno contrario, sul personaggio a margini del singolare capitolo Particolari in cronaca. Questo libro − vivo di un equilibrio linguistico e stilistico dove il verso tende a sciogliersi orizzontalmente nella prosa, libro che è rilevante opera di un poeta ancora «innamorato d’ogni naturale minuzia» – ha il pregio di un singolare percorso tra i dettagli, percepibili ai suoi sensi, del mondo e del confuso magma sociale, per arrivare poi a una lucida scelta di orizzonte e campo, nell’enunciata, piana e saggia spinta «a cambiare il trascendente in poche cose buone per stare qua». Insomma, Parrini è un poeta impeccabile nello stile, amante della vita nella sua complessa normalità e insieme critico verso le sue deviazioni.

 

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Estratti da L’occasione e l’oblio (Stampa 2009, 2019)

[da SOGGETTO MOMENTANEO]

Scordata sulla mensola
non ricordo neppure da quanto una conchiglia
coperta di polvere

mi è caduta, stamani un suono secco
uno spacco nel suo arcano madreperlaceo

con un poco di colla, di pazienza
si è accesa nuovamente l’illusione, che credevo perduta

il suono torpido della risacca nel sole. Era un’estate

non ne rimase nulla.

Torna a ruggire la bella stagione
con ali e vele bianche
nell’acre filtro dell’afa a me si offre
e già brucia nel niente

ma è una svista, il niente
un abbaglio, un umano cedimento
e potrebbe essere pienezza, invece
intelligenza senza nome, luogo
che tiene insieme gli atomi dell’acqua
i colori del mare
la melanina dell’abbronzatura
le cariche elettriche dentro i neuroni
facendone un ricordo
un’emozione

intero differente
che è in ciascuno
e ci rammenta il miracolo d’esserci.

Sono sicura che ogni modestissima avventura umana lascia un’impronta immensa. Se il mistero ci affligge, a volte, in tante altre occasioni ha eleganti ali di rondine che pensierano questo piombo umano, il controllo ambitissimo. Che illusione, il controllo … ! dicevi, con un sorriso timido, velato da quello che appariva come un vago tormento.

Nel provocare il mio semplice tempo a calcolare termini
soppesare motivi
non ci riuscii mai bene
a deviare i suoi rami
al silenzio protesi dai crinali turbinosi dei giorni

mi arrendevo, vincevo? Non l’ho capito
non m’importa
importa
l’umile commozione
che accosta sterpi e gigli, fango e nuvola.

Mi spendo in altre guerre
non quelle che si fanno e che non servono
tutte altre sono
di combattenti assorti e derisi

invasori i sorrisi
assalitori di irta indifferenza

quando verrà domani
coi colori dei petali vorrei attaccare muraglie
e dalle brecce raccoglierne il grido prigioniero
ascoltarlo riempire il gelo
diventare potenza di farfalla
ricchezza di pietà che a una fronte accecata sovviene.

* * *

[da PARTICOLARI IN CRONACA]

Dai dettagli vorrei fare parole commosse
questo mi auguro

un po’ di brina un tepore di nido
i granelli di terra sulle scarpe
che bastino a far vivere una frase dello stesso fulgore
della stessa incertezza
in questa solitudine
che è pianto, per metà, per metà meraviglia.

Per antenne e per cavi, il giorno intero
arruffarsi le penne sui poggioli
la siepe di ligustro per dormire

destino
da fringuello libertà

un volo
uno dei suoi, diritti, velocissimi
giù, nell’inferno del parcheggio immenso
rettangolare il cielo in una grata

fra le strisce dei posti
s’era arreso
vicino allo sportello d’una macchina

era lì, quasi stavano per chiudere.

* * *

[da ANTICO CASCINALE]

Ristrutturata bene, la taverna
temperatura ottima per mangiarci d’estate
raccontando dei bovi con gli amici
della stalla che c’era del pane di una volta
o di quando per i campi passava la processione
sacra e superstiziosa
e il prete benediceva le messi
anche contro le streghe che di notte andavano nei campi
spuntando le ginestre in modo strano.

Cronistoria che affiora nell’odore delle travi di legno
e nel salnitro della zona giorno.

Fra le mura spessissime, quasi un metro di pozzolana e massi, c’è il wi-fi e il segnale va ultraveloce. C’è però che qualcuno ci racconta di non volerci andare per i greppi, oltre l’aia, nelle notti senza luna. Non si sa mai, con quelle ginestre spuntate, capitasse qualcosa …

Queste malformazioni vegetali, le spiega un invitato, un botanico, il classico tuttologo, mentre s’ingozza, rubizzo, pieno di vino e di positivismo, ma l’azione di contrasto non basta, i millenni trapelano, stanno stipati nelle nostre membra. Uno gli dice basta, che
non siamo a un simposio.

Meglio lasciarle perdere, le streghe
che vaghino là fuori
perché, a parlarne, arrivano
e cade un silenzio di spettri e di fame
di mandibole su pezzi di manzo
di denti dentro il pane
nella midolla dei milioni d’anni
che muovono falcate circospette, rapinose, del gatto.

Fitta, nella materia, negli accumuli di rena, negli embrici e nei sassi da murare ancora, la vibrazione dell’ere. Domani tornerà l’impresa, per completare l’intonaco, terminare i cablaggi, connetterci con l’oggi.

Progetto, spazio nuovo
voglia di protezione atavica, le camere
la cucina, il salone
sotto un subisso magico, immutabile
che gli umani attraversano
e non colgono il segno, vanno e vengono solo
ci passano attraverso
cambiano e sono miseri padroni di un estetico vuoto.

Stemmo a parlare fino a che fu sonno
in una rapsodia di scricchiolii primevi e soffusi
il giornale sugli occhi
il cellulare che s’illumina, e
quel quid che sfugge nel fare, cambiare
ridare senso
mentre i grilli cantano.

* * *

[da RISVEGLI]

In questo giro di piombo e di piuma
nessuno forse muore per davvero
attirato e respinto
da altri così diversi
ma identici nel filo che ci scorre fra le mani bruciando
e non ha capi

in un dove, in un’ora qualunque

si va, ardenti, o spenti
indifferentemente
e ci lava la mente
un risveglio che sa che vanno assieme, infine, queste impronte

sono una solamente, queste date
dopo la notte, che le aveva sperse.
E arrivando tutti quanti all’ultimo istante
ascoltando, osservando
frattanto che soverchia la stanchezza
c’è che in questa cocente nullità
un’alba s’intravede
che ci aspetta
per farci riconoscere l’un l’altro.

 

* * *

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